Febbraio 2001
IL FIGLIUOL PRODIGO
"Un uomo
aveva due figli. Il più giovane disse al padre: Padre, dammi la parte del
patrimonio che mi spetta. E il padre divise tra loro le sostanze. Dopo non molti
giorni, il figlio più giovane, raccolte le sue cose, partì per un paese lontano
e là sperperò le sue sostanze vivendo da dissoluto.
Quando ebbe speso tutto,
in quel paese venne una grande carestia ed egli cominciò a trovarsi nel bisogno.
Allora andò e si mise a servizio di uno degli abitanti di quella regione, che lo
mandò nei campi a pascolare i porci. Avrebbe voluto saziarsi con le carrube che
mangiavano i porci, ma nessuno gliene dava.
Allora rientrò in se stesso
e dísse: Quanti salariati in casa di mio padre hanno pane in abbondanza e io qui
muoio di fame! "Mi leverò, e andrò da mio padre e gli dirò: Padre, ho peccato
contro il Cielo e contro di te; non sono più degno di esser chiamato tuo figlio.
Trattami come uno dei tuoi garzoni. Partì e si incamminò verso suo padre.
Quando era ancora lontano, il padre lo vide e commosso gli corse
incontro, gli si gettò al collo e lo baciò. Il figlio gli disse: Padre, ho
peccato contro il Cielo e contro di te; non sono più degno di esser chiamato
tuofiglio. Ma il padre disse ai servi: Presto, portate qui il vestito più bello
e rivestitelo, mettetegli l'anello al dito e i calzari ai piedi. Portate il
vitello grasso, ammazzatelo, mangiamo e facciamo festa, perché questo mio figlio
era morto ed è tornato in vita era perduto ed è stato ritrovato. E cominciarono
a far festa.
Il figlio maggiore si trovava nei campi. Al ritorno, quando
fu vicino a casa, udì la musica e le danze, chiamò un servo e gli domandò che
cosa fosse tutto ciò. Il servo gli rispose: E' tornato tuo fratello e il padre
ha fatto ammazzare il vitello grasso, perché lo ha riavuto sano e salvo. Egli si
indignò, e non voleva entrare.
Il padre allora uscì a pregarlo. Ma lui
rispose a suo padre: Ecco, io ti servo da tanti anni e non ho mai trasgredito a
un tuo comando, e tu non mi hai dato mai un capretto perfarfesta con i miei
amici. Ma ora che questo tuo figlio che ha divorato i tuoi averi con le
prostitute è tornato, per lui hai ammazzato il vitello grasso.
Gli rispose
il padre: Figlio, tu sei sempre con me e tutto ciò che è mio è tuo; ma bisognava
far festa e rallegrarsi, perché questo tuo fratello era morto ed è tornato in
vita, era perduto ed è stato ritrovato". (Lc 15,11-32)
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Gesù intende, raccontare una storia molto umana e
insieme mostrare la storia vera dell'uomo con Dio. Gesù non ci dice perché il
figlio minore abbia voluto andarsene, come non ci fa sapere nulla circa le
reazioni del padre. Dice soltanto: "il più giovane disse al padre: Dammi la mia
parte di eredità [cioè un terzo contro i due terzi destinati al maggiore], e il
padre divise i suoi beni". Il giovane se n'è voluto andare, e il padre lo ha
lasciato partire.
Così... semplicemente! Il padre tace. Sembra che questo
padre abbia fallito nella sua azione educativa: non è riuscito a far comprendere
ai suoi figli che egli li amava. Non è riuscito a comunicare loro il suo amore.
Dobbiamo allora chiederci se un vero amore non sia condannato, in un
primo tempo, allo scacco. Se non faccia parte della natura stessa dell'amore di
un padre o di una madre, di incominciare sempre col malinteso. (Os 11,4). Quando
l'amore obbliga l'altro cessa, di essere amore.
Perciò l'amore in un primo
tempo, non può che essere debole, velato, misconosciuto. Dà all'altro la
possibilità di rinnegare, di fuggire, di rinunciare anche a dimostrare che si
ama, per non esercitare su di lui alcun ricatto. Amare può addirittura, a volte,
lasciar credere che non si ama: si ama nel silenzio con una speranza muta ma
grandissima, interpretata spesso come debolezza; un silenzio che può sembrare
non esistenza: Dio tace dunque non c'è, pensa l'ateo; e invece questo silenzio
potrà un giorno essere la prova più perentoria dell'esistenza del
Dio-Amore.
Nella parabola il padre non dice nulla. Egli sa che per
ritrovare un figlio, e non per conservarsi uno schiavo riottoso, è necessario
tacere e lasciarlo partire. Il Padre onnipotente è ridotto all'impotenza perché
vuol restare Padre. Accetta la ribellione del figlio che vuole andarsene
altrove, lontano. Altrove, è sempre il luogo della libertà. Altrove e domani...
sono le grandi parole della nostalgia umana.
La felicità è sempre nella
magia del lontano e del futuro. Mai Gesù ha voluto farci penetrare così a fondo
nel mistero di Dio e nel mistero dell'uomo, come in questa parabola. Tutto è
veramente detto sulla terra e nel cielo, quando Gesù ci rivela che Dio è Padre e
che gli uomini sono figli. "Dio Padre, cioè Amore": è questa la verità ultima
che ci consente di dire: "Abbà", vale a dire "Padre", "Papà". Le parole
"Signore", "Creatore", "Giudice", e perfino la parola "Salvatore" sono
insufficienti se non sono completate dalla parola "Padre".
E'
importante imparare a conoscere Dio partendo dalla sua paternità-maternità.
Nella preghiera ebraica nove volte su dieci si usava la parola Signore e quasi
mai la parola "Padre". Si usano parole con modelli militareschi, regali (re),
giuridici (giudici), contabili (padrone); queste parole condizionano la
preghiera.
Gesù vuole cambiare la tradizione che considera Dio non come
Padre. Il padre della nostra parabola è diverso dal pensiero corrente. La prova
è che nessuno dei due figli ha compreso chi era veramente il loro padre.
Dicendoci questa parola su Dio Gesù ci comunica anche l'identítà
dell'uomo: Dio è Padre e l'uomo è figlio: qualunque sia il suo destino, il suo
comportamento, il suo avvilimento, il suo peccato, l'uomo,è e resta figlio.
Può andarsene di casa, sperperare tutto, bestemmiare, straviziare,
insozzarsi, abbruttirsi, imbestialirsi e scendere più in basso dei porci, resta
sempre figlio. Anche Giuda... Anche i moderni dittatori e despoti...
Dio
è un Padre che ha due figli dissimili; essi rappresentano i due estremi e
comprendono tutta la gamma delle variazioni possibili. Gesù attribuisce così al
padre la paternità di due esseri opposti; siamo tutti figli di Dio, ma di noi
nessuno è come l'altro. Il Padre è uno solo ma i figli sono differenti. Per
questo c'è insieme unità e diversità: Dio è Padre e Amore. Dio ama tutti nella
stessa misura, ma non nello stesso modo: fratelli ai quali non assegna mai la
stessa missione, ai quali non fa mai la stessa promessa, ai quali non rivolge
mai la stessa chiamata nell'Antico testamento: Abele è il debole pastore, mentre
il fratello Caino è un solido agricoltore; Ismaele è il padre degli arabi,
Isacco è il padre degli israeliti. Ricordiamo Pietro e Paolo e le loro
differenze.
Dio diffida di ogni tendenza all'uniformità e rifiuta di
dar vita a una famiglia dove ciascun figlio è il doppione di un altro; Lui vuole
i figli differenti, anche se ciò comporta divergenze. La causa prima delle
nostre differenze e quindi anche delle tensioni, sta nel disegno e nell'amore di
Dio.
In tempi di ecumenismo dobbiamo ricordarci di questo: un unico
Padre, perciò un'unica famiglia con figli differenti, se non contrari. Dobbiamo
guardarci sia dall'uniformità che umilia che dalla frammentazione che divide.
Ciascuno deve conrvare la propria personalità ricordandosi che l'altro è
veramente fratello, nonostante le diversità. Unità non si farà tra protestanti
timorosi e cattolici complessati, tra riformati leziosi e cattolici sdolcinati.
Ma tra protestanti veri e cattolici veri, consapevoli ognuno dell'eredità e
della vocazione particolare ricevuta, ma che sa accettare il fatto che i loro
fratelli, per quanto diversi, hanno anch'essi una vera vocazione.
Con questo capolavoro di parabola Gesù in maniera inaspettata,
sconvolgente e coinvolgente difende di fronte ai suoi ascoltatori, agli scribi e
ai farisei, la Buona Novella di Dio Padre annunciata al peccatore: "Si fa più
festa in cielo per il peccatore che si converte che per novantanove giusti".
Gesù giustifica il suo sconcertante comportamento, da amico dei peccatori,
affermando che è identico all'amore di Dio, il Padre che ama di un amore
sconfinato ogni figlio peccatore.
Con poche parole e poche immagini
Gesù dice il metodo pedagogico di Dio: rispetto assoluto della libertà dei
figli, anche quando non coincide con la sua volontà; amore incondizionato e
grauito; salvezza totale, che permette al figlio di tornare a vivere non solo
dignitosamente, ma divinamente, in un delirio di gioia.
Così Gesù
rimprovera chi si scandalizza del vangelo e giudica la misericordia del Padre; e
con dolcezza "quello che è mio è tuo" tenta di convertirne il cuore: "Mio figlio
e... tuo fratello, è tornato vivo!". Questo Padre mette al primo posto non il
suo onore, né i suoi beni, ma la dignità e la salvezza del figlio suo: gli va
incontro, lo accoglie, lo riabilita, lo festeggia.
Al pentimento del
figlio, il Padre risponde subito con una serie di gesti concreti che indicano
piena riconciliazione e riabilitazione: la veste, l'anello, i sandali, il
vitello grasso, la festa, il fratello. Non si arrende alla gelosia del figlio
maggIore; per primo esce e prega il fratello di partecipare alla gioia di aver
ritrovato un figlio e un fratello.
L'argomento che il Padre usa per
convincere il fratello maggiore, osservante ma egoista, è una ragione del cuore
"E' mio figlio... è tuo fratello... era morto ed è tornato in vita, era perduto
ed è stato ritrovato".
A.V.
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