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Alfabeto familiare: D come Donna

di Don Roberto Carelli sdb





Va bene non conoscere qualche regola grammaticale, ma cosa succede quando scompaiono anche le lettere dell’alfabeto?
Fuori di metafora: non sempre in famiglia è facile amarsi, ma cosa succede se scompaiono l’uomo e la donna, se non è più chiaro cosa sia il maschio e la femmina, se passa l’idea che il maschile e il femminile sono solo “costruzioni socio-culturali”?





 

La scomparsa delle donne

Gli esperti sono preoccupati. Stanno uscendo una valanga di libri dai titoli inquietanti: “La scomparsa delle donne”, “L’assenza dei padri”, “La disfatta dei generi”.
La fine della civiltà patriarcale è coincisa con l’avvento di una cultura “matrifocale”, che all’esasperazione dell’autorità dei padri sostituisce l’esasperazione del ruolo protettivo delle madri.
Difficile dire cosa sia peggio. Cosa scegliereste: regole senza cuore o affetti senza regole? L’alternativa è paralizzante.

Il prezzo di alcune pur doverose conquiste emancipative sembra alto: per le donne come per gli uomini. Intanto il corpo femminile continua ad essere violato, mercificato, medicalizzato.
Ma quello che più preoccupa è che le donne, invece di guadagnare in femminilità, si sono mascolinizzate.
Sì, perché come dice Hadjadj, in fondo “il femminismo non è femminile”. Da parte loro gli uomini, colpevolizzati e indeboliti da una cultura che svaluta tutto ciò che è verticale, lineare e affermativo a favore di ciò che è orizzontale, circolare ed espressivo, si sentono smarriti.
Il problema è serio, perché maschi recessivi e donne aggressive in fin dei conti non si piacciono, e pur volendo amarsi, non ci riescono: il rapporto fra i sessi, all’inizio amichevole e spensierato, diventa ben presto problematico e conflittuale.

Per una cultura della reciprocità

Non c’è dubbio: il maschilismo e il femminismo demoralizzano l’umano. Rispondere al dispotismo maschilista con la semplice autodeterminazione della donna è commettere un errore di segno contrario.
Lo sganciamento della femminilità dalla maternità dovuto all’avvento delle pratiche contraccettive non fa il gioco della donna, ma caso mai dell’uomo. “L’utero è mio e lo gestisco io” non è più solo un terribile slogan anni ‘60, ma è diventato mentalità corrente e prassi disinvolta in larghi strati della popolazione femminile.
Ma la realtà è che il corpo di una sposa è un corpo donato, e che il grembo di una madre è uno spazio di gestazione, non di gestione!

Ad ogni modo, il maschilismo e il femminismo dimenticano ciò che è essenziale, e cioè che l’uomo e la donna sono fatti l’uno per l’altra: si capiscono solo nel rispetto, nell’amore e nel servizio reciproco. E il minimo del rispetto reciproco è riconoscere con umile ammirazione gli aspetti distintivi del maschile e del femminile.
Cosa non facile, oggi. È quasi tre secoli che la cultura laica parla dell’uomo come “soggetto” e che la cultura cattolica insiste sull’idea di “persona”, facendo così il gioco dell’individualismo, che interpreta la libertà come “autonomia” e dimentica tutte le determinazioni concrete nelle quali si costituisce e matura: il limite del corpo, la differenza dei sessi, la storia familiare, il patrimonio civile, l’appartenenza religiosa.
Abbiamo così la contraddizione di una società al tempo stesso erotizzata e asessuata!
Che significa: molti stimoli ma scarsa capacità di elaborarli, affetti intensi e legami instabili, spontaneità senza responsabilità, coniugalità dissociata da genitorialità. La verità è che non esistono soggetti che non siano maschili o femminili: ciò che esiste sono gli uomini e le donne!

Si tratta di comprendere, fuori da ogni rigida ripartizione, che l’uomo e la donna rappresentano rispettivamente la dimensione attiva e la dimensione ricettiva dell’unico amore.
In effetti – non c’era bisogno di Aristotele per constatarlo – l’uomo genera a partire da sé, mentre la donna a procedere da un altro.
Per questo, all’interno dell’unico amore, che sempre distingue e unisce, il maschile è prevalentemente distintivo (è cioè più orientato all’esteriorità e all’azione, più attento al capire, misurare, definire, progettare, trasformare…), mentre il femminile è prevalentemente connettivo (cioè più orientato all’interiorità e alla relazione, più attento a comprendere, unire, accompagnare, maturare…).
Ed ecco perché l’uomo dà piuttosto evidenza alla forza dell’amore, mentre la donna dà maggior risalto alla tenerezza dello stesso amore: grazie all’uomo anche la donna può essere forte, grazie alla donna anche l’uomo sa essere tenero. Non siamo nel campo del possesso, ma nell’ottica del dono reciproco di sé!

Il genio femminile

Non ci possiamo dilungare, ma ritrovare la donna è senz’altro una priorità, perché, come diceva Evdokimov, uno dei maggiori teologi ortodossi, “una civiltà vale quanto valgono le sue donne”. E questo perché, come spiega in maniera brillante Costanza Miriano, dei cui libri consigliamo la piacevole lettura, la cosiddetta “sottomissione” femminile (Ef 5) non è altro che la meravigliosa capacità della donna di portare, supportare e sopportare, prendersi cura e farsi carico con amore “appassionato” di tutto ciò che è umano.
Giovanni Paolo II, nella sua meravigliosa Enciclica sulla dignità della donna, afferma con verità che “alla donna Dio affida in maniera del tutto speciale l’uomo”, ogni uomo, tutto l’uomo.
La donna è dunque essenzialmente cura e tenerezza, perché è la custodia dell’umano. E lo è, come la Chiesa non si è ancora stancata di ripetere, come vergine, sposa e madre.
In una società sempre meno sensibile ai nessi profondi di femminilità e verginità, di femminilità e maternità, e dove in definitiva ci si sposa sempre meno, è bello poter testimoniare con la parola e la vita i modi fondamentali e costitutivi dell’essere donna: “vergine”, cioè capace di unità interiore e integrità di rapporti (si pensi alla passione e alla risolutezza di santa Caterina); “sposa”, cioè capace di sincero dono di sé e accoglienza dell’altro (viene in mente quella sposa a trazione integrale che era santa Brigida); “madre”, come maturità e pienezza femminile al di là della fertilità naturale (la fecondità senza frontiere di Madre Teresa).