vita e fede
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Storia minore
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Storia minore Seguire il cammino di una famiglia, e in particolare di una persona di novant'anni, vissuta in umiltà dall'infanzia al tramonto, è leggere una storia " minore " che insegue il cammino degli " ultimi ", cioè di quella gente che politicamente non conta anche se paga il prezzo più alto nelle tragedie mondiali; ecclesialmente non occupa posti di vertice anche se partecipa ai fatti ecclesiali con tutta la vita; socialmente ha poco rilievo anche se alla fatica del suo lavoro è affidata la costruzione quotidiana del tessuto sociale. Gli " ultimi " possono non essere consapevoli del significato dei fatti storici che li coinvolgono, e neppure stanno a interrogarsi su quanto influsso essi esercitino negli eventi che vivono. Forse ciò li rende più liberi e aperti alla soluzione dei problemi anche grandi, affrontandoli come d'istinto e non curandosi del giudizio degli uomini che passano: essi infatti cercano, senza dichiararlo, l'eterno. E così capita di sentire in loro il respiro dell'universalità cristiana che non si chiude in ristretti orizzonti; avvertiamo in essi una socialità che vive la solidarietà in modo schietto e immediato, senza pretese. [...]
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Due piccoli paesi: Bulciago e Nibionno
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Due piccoli paesi: Bulciago e Nibionno In Lombardia, in due piccoli paesi della provincia di Corno e della diocesi di Milano, nascono i protagonisti di questa umile vicenda. NIBIONNO nell'anno 1877 è un comune con poche case e cascine tra i campi, in una zona agricola e boschiva su terreno ondulato, ora percorso dalla statale che da Corno va a Bergamo. Francesco Viganò vi nasce il 2 novembre 1877, viene battezzato il giorno seguente e cresce in una famiglia patriarcale, in cui il lavoro e il senso cristiano della vita sono fortemente sentiti, Li chiamano i " Tesuré ", nomignolo che allude al "tesoro" della vicina chiesetta che il capo famiglia custodisce in un cestello appeso a una trave della cucina: una specie di cassaforte per gente onesta. A distanza di pochi chilometri c'è l'altro piccolo centro, BULCIAGO, nel cuore della Brianza, appoggiato a un colle esposto al sole da mattina a sera e con le povere case raggruppate intorno alla Chiesa. Una villa di signorotti milanesi fa contrasto con la povertà delle abitazioni contadine. In entrambi i paesi la terra è in prevalenza bosco e brughiera; mentre le braccia sono molte e molte anche le bocche, per cui la gente vive qui gli stessi problemi di tutta la Brianza, e non può sottrarsi al generale andamento sociale ed economico della zona. A Bulciago nasce il 28 aprile 1884 Maria Rachele Cattaneo e viene battezzata nello stesso giorno nella vicina parrocchia di San Giovanni Evangelista. Però sarà sempre chiamata col nome di Enrichetta Maria. La sua abitazione si allinea con altre in un vasto cortile (lo chiamano " corte "), nel quale vivono, con un ritmo di vita semplice e frugale, decine di famiglie in grande solidarietà; qui gli incontri sono cordiali e facili, mentre i segreti difficilmente si conservano; gioie e pene sono conosciute e condivise. In casa la piccola Enrichetta è a contatto con eccellenti esempi di semplicità e sobrietà, di lavoro e sacrificio. E' presto inserita in una realtà dura: un giorno vede la mamma cadere accanto al focolare; è stremata di forze per un parto gemellare. La piccola corre a chiamare i vicini: " La mamma muore! ". Papà fa il muratore, ma il lavoro nella brutta stagione scarseggia e a stento riesce a mantenere la numerosa famiglia. Il curato del paese gli procura un " libretto-spesa " per acquistare pane e carne gratuitamente nel negozio del paese: nonostante la grande povertà, quel libretto non verrà mai usato perché Papà e Mamma non vogliono abusare della bontà di quel prete tanto generoso ma anche tanto povero. [...]
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Un focolare preparato dal Signore
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I primi incontri dei futuri sposi devono essere stati caratterizzati da quel riserbo, da quella delicatezza, da quel sereno turbamento che trovano ampio riscontro ne I promessi Sposi di A. Manzoni così acuto e così fedele nel presentare i sentimenti della gente di questa terra vicina al Resegone e bagnata dall'Adda: almeno della gente di allora. Forse i due giovani fidanzati non si conoscevano molto, ma entrambi possedevano rettitudine, sincerità e l'inizio di quell'amore autentico che è destinato a crescere, a durare, anche se espresso con gli occhi bassi, senza scomporsi, senza effusioni. Il tratto piuttosto asciutto e riservato, i gesti e le parole non esprimevano certo tutto quello che passava nel loro cuore. Il " tu " era ancora un " voi ". " Sto bene quando vi vedo " era il grande complimento. Presto Francesco si confida con l'amico cappuccino, il quale così risponde: " Dalla tua lettera… ricavo che in questi giorni desideri unirti in matrimonio. Bravo! Ne ho piacere e ti mando i miei cordialissimi auguri! La vita ti sia sempre lieta come te la può desiderare un tuo vero e caro amico… Non dimenticarti giammai di questo tuo amico: … quando scrivi usa pure ancora il pronome familiare 'tu' e non 'lei'; il 'tu' è sempre da veri amici ". Riflettere sull'incontro di un padre e una madre porta a ripensare la propria vita, oltre i giochi del caso, fino al segreto del nostro essere, eternamente previsto. Non è dato ai figli conoscere le strade misteriose di questo incontro, e quando anche le conoscessero, chi ne spiegherebbe il perché? Forse la storia successiva può aiutare a capire come questo focolare sia stato preparato dal Signore.
2. Una nuova famiglia
------ Amore e vita
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Maria Enrichetta a 20 anni celebra il matrimonio con Francesco di 27 anni, consapevoli entrambi degli impegni del contratto civile, ma anche del significato del sacramento. Lei conosce le parole della Sacra Scrittura che descrivono un modello di sposa: " La grazia di una donna diligente rallegra il suo marito e il sapere di lei lo rende alacre e ilare. Dono di Dio è una donna silenziosa, e un animo ben educato è cosa senza pari. Grazia sopra grazia è una donna vereconda, e non vi è prezzo che uguagli un'anima casta. Come il sole che si leva sul mondo nel più alto dei cieli, così la bellezza di una donna virtuosa è l'ornamento casa " (Sir 26,13-16). Nella sua povertà porta in dote allo sposo: coperte tessute a mano con pazienza e amore; biancheria utile per la casa… ma soprattutto generosità e dedizione, dignità e rispetto, bontà e saggezza, semplicità e bellezza, capacità di lavoro e pazienza. Lo si può arguire dalla lunga e luminosa testimonianza degli anni successivi, nei quali il reciproco amore non si è mai offuscato. Francesco, pur nella sua povertà, porta mente e cuore aperti, con un fondo di bontà, mitezza e allegria che si manifestano nel carattere. Solidale con gli amici, rispettoso e attento agli infelici, ai poveri, cristiano convinto che non fa mai pesare su nessuno le proprie convinzioni. Il solito amico P. Vittorino gli scrive da Lovere in data 17-6-1904: " Arcicarissimo,… ecco pagati gli ardenti tuoi voti, ecco i tuoi desideri finalmente soddisfatti. Partecipo io pure alla pura, alla santa tua gioia: ti porgo da vero amico le mie sincere congratulazioni, i miei cordialíssimi auguri. Bravo! La pace del Signore regni sempre nel tuo cuore, nel cuore della tua sposa, in tutta la famiglia… Saluti alla tua fortunata sposa… " (17-6-1904). Amore e vita sono i grandi valori di una visione cristiana della famiglia nella quale il disegno di Dio si avvera quando l'uomo e la donna si uniscono intimamente nell'amore per il servizio della vita. Salvare l'amore, coltivare l'amore, formare nell'amore, educare e agire con amore, a questo è chiamata la famiglia cristiana: e poi legare l'amore alla vita, dare significato alla vita, originare la vita, coltivare e difendere la vita e darle pienezza. Fedeli a questo senso profondo dell'amore e della vita, Maria Enrichetta e Francesco non devono scegliere uno stile di vita in contrasto con la mentalità corrente. La comunità e l'ambiente cristiano di allora li aiutano molto. Festa di nozze La " Ríchèta " e il suo " Cècch " sono pronti; indossano il vestito più bello. E' festa! Il matrimonio viene celebrato il 18 giugno 1904 a Bulciago, nella parrocchia della sposa, con la partecipazione di parenti e amici, in una sentita atmosfera ricca di spiritualità e cordialità, di poesia e allegria. All'uscita della Chiesa, dopo la cerimonia, qualcuno lancia " i benîs " (= i confetti) multicolori che si spandono sul sagrato, subito raccolti dai ragazzini, mentre gli adulti inneggiano alla sposa: " Viva la spusa, viva la spusa! ". Dopo un ristoro in casa di lei, inizia un singolare viaggio di nozze a piedi verso i paesi vicini, le donne in testa e dietro gli uomini, i quali si attardano sovente a dissetarsi alle varie " stazioni ". Una visita al cimitero, omaggio a chi protegge dall'al di là la nuova unione e la nuova famiglia, una visita alla futura casa, e poi ecco il momento del banchetto in casa dello sposo, rallegrato da vari piatti lombardi e dai tanti canti popolari. Quello ad esempio che racconta la storia di una giovane che inizia la vita di sposa nella gioia ma anche nella prospettiva del lavoro e del sacrificio: " O mâma mia, la spusa l'è chì: fêm su alegria che 'ncò l'è so dì. Quando la spusa la riva in ca' la dis: O mâma, cos'hoi de fà? ". (= O Mamma mia la sposa è qui: facciamo festa; è il suo dì. Quando la sposa arriva in casa dice: o Mamma, cosa devo fare?). Ciò che deve fare una sposa nella nuova casa lo dice anche un antico proverbio: " L'uomo costruisce la casa, ma è la donna che la trasforma in focolare ". Costruire e trasformare: la famiglia è una delle forze creatrici più costanti del mondo, e quanto maggiore è la povertà dei mezzi, tanto più grande brilla la potenza dell'amore. Se poi la famiglia è cristiana, allora la forza che viene da Dio chiede capacità d'amare più che capacità di avere. [...]
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Emigrare
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" Mamma mia dammi cento lire che in America voglio andar… ". E' la canzone popolare degli inizi del secolo e riflette lo sconcertante fenomeno dell'abbandono della propria terra verso regioni lontane. La grande storia dedica poco spazio all'epoca dell'emigrazione, quando la corsa al lavoro e il desiderio di migliori condizioni di vita spingono migliaia di italiani a imbarcarsi con le loro poche cose, la loro desolata miseria e le grandi speranze, sui piroscafi diretti al Sud America o verso gli Stati Uniti. Nei soli dodici anni, dal 1900 al 1911, gli emigrati italiani sono oltre 4 milioni. E' un esodo grandioso, in cui quest'umile gente fa tutto da sé: partono come mano d'opera agricola o edile e nel giro di un paio di generazioni diventano a pieno titolo cittadini dei nuovi Paesi. Accanto a quest'emigrazione esternace n'è una interna, pure di grandi proporzioni, che muovendo dalla campagna finisce in città; ed anche questa non è priva di sacrifici e rinunce. La nostra piccola famiglia, stretta dalle necessità economiche, dopo il tentativo di trovare lavoro a Milano, accoglie l'invito per un posto in tutt'altra direzione. Il fratello di " Cecco ", Beniamino, già da anni in servizio a Sondrio presso la famiglia Sèrtoli, incontra il direttore del locale cotonificio che ha bisogno di una guardia giurata per la vigilanza notturna del vasto stabilimento. L'avere Francesco terminato il militare con il grado di sergente, con l'attestato di " scelto tiratore " e con una buona nota di servizio, costituisce una garanzia che lo raccomanda. I sentimenti di chi lascia la casa e va incontro all'ignoto seono sempre trepidi e tristi. Ma bisogna rischiare. " Siamo nelle mani di Dio ", esclama Papà Francesco. Alla partenza da Nibionno per Sondrio, la suocera dice: " O Richèta, te me ménet via un gran fioëu " (O Enrichetta, tu mi porti via un gran bravo figliolo). [...]
3. La casa nella fabbrica
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Dalla situazione contadina a quella operaia
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Con la sistemazione all'interno dello stabilimento Francesco da " contadino " diventa " operaio " e vive tutte le sue giornate dentro la fabbrica come in clausura. Il confronto tra il nuovo ritmo obbligato di vita e quello sereno dei campi deve essere stato fortemente sentito e sofferto dai due coniugi. Da un ambiente dove tutto era condiviso, giorno e notte, dove c'era solidarietà nella semina e nel raccolto, nel lavoro e nel riposo, nella salute e nella malattia, essi, sconosciuti tra sconosciuti, passano in una fabbrica dove si entra a ore stabilite, dove ognuno svolge un lavoro individuale che non ammette soste, dove la sirena - e non la luce del sole - segna i turni di lavoro. Neppure il suono delle campane arriva dal campanile troppo lontano. Abitare in fabbrica nei primi tempi deve essere stata un'oppressione. Quando la tranquillità scende sui capannoni - di sera e di domenica - e l'operaio va a riposarsi a casa sua, allora tutto piomba nel silenzio. Di notte l'unico rumore è il passo della guardia notturna che vigila sull'intero " cotonificío ": è Papà Francesco che veglia anche sulla famiglia. Nello stabilimento non c'è mai il clima della festa contadina; solo la domenica, nella fabbrica deserta, risuona la voce di una donna e gli strilli dei bambini che essa cerca di divertire. Non tutto è negativo; ci sono anche i risvolti positivi: il lavoro è sicuro, la luce si può accendere con un semplice interruttore senza dover ricorrere a candele o a lampade come in campagna. Ma un altro cambio sta avvenendo nel luogo di lavoro. Di pari passo con lo sviluppo economico, acquista importanza il movimento dei lavoratori: si sviluppa la " società di mutuo soccorso " in aiuto agli operai malati o disoccupati; nasce " il giardino operaio "; crescono le " cooperative " collegate tra loro e coi partiti con programmi politici per difendersi anche con lo sciopero. Così alla solidarietà contadina si sostituisce un'altra solidarietà di massa, più politica, più decisa alla lotta. In questo cambiamento tornano alla mente di Francesco le parole dell'amico frate: " Però mio caro, lascia che ti dica una parola adagio in un orecchio: guardati bene dal lasciarti gabbare da quei caporioni che sconvolgono tutto, che con due paroloni in bocca fanno vedere la luna nel pozzo, mettono lite tra proprietari e giornalieri, tra operai e padroni, e intanto fanno perdere e agli uni e agli altri ciò che hanno guadagnato in un mese di forte lavoro. Guarda bene, sta' all'erta " (3-7-1902). Vivere queste dissonanze tra campagna e fabbrica, tra lavoro spontaneo e lavoro obbligato, tra casa propria e casa altrui, tra solidarietà contadina e solidarietà operaia, aiuta i due sposi a capire il nuovo corso degli avvenimenti.
------ Una nidiata di bimbi
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A Domenico, nato a Nibionno, si aggiungono a Sondrio nei nove anni prima della " grande guerra " altri sei bambini a cui Papà e Mamma danno i bei nomi di Rosa, Ambrogio, Rosina, Maria, Emma, Dina. Dopo la guerra verranno altri tre maschi. L'attuale disorientamento morale diffonde anche una mentalità antinatalista che disprezza il matrimonio e la fecondità. Gli uomini parlano di virilità e hanno paura ad essere padri; le donne esaltano il femminismo e hanno paura a diventare madri. Si rifiuta di considerare il sacrificio come misura dell'amore; si rifiuta di guardare alla croce come alla massima manifestazione dell'amore. Enrichetta e Francesco invece vivono un clima di Vangelo, ossia di vita familiare nello Spirito di Dio che rincuora, apre orizzonti di energia e non scoraggia mai. Governare la casa con tanti piccoli è per una mamma un lavoro faticoso, anche se a quei tempi non si concedeva troppo ai bambini: badare a ciascuno, osservare ogni momento quel che fanno, preparare i pasti, aggiustare, rammendare e lavare. Non ci sono parenti vicini che vengano a dare una mano alla Mamma. La nonna viene per qualche mese a Sondrio, ma non può dimenticare gli altri numerosi nipoti. Fortunatamente funziona l'asilo con le Suore per i più grandicelli; ma non è aperto di sera, né di domenica, né d'estate. E intanto i figli strillano, borbottano, ridono, piangono, ognuno con ritmi e toni diversi. Più cresce la loro iniziativa e più si mettono nei pericoli aumentando così le preoccupazioni di chi li segue. [...]
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Parlare di Dio ai piccoli
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Se il primo incontro del bambino con Dio avviene nel segno della serenità e dell'amore, tutti gli sviluppi religiosi successivi saranno più facili; se invece questo incontro cade sotto il segno della paura, allora l'iniziazione alla vita cristiana sarà meno facile, può subentrare l'insofferenza e forse più tardi il rigetto. Sono cose che ogni mamma intuisce. Per questo Mamma Maria Enrichetta parla del timor di Dio non come una minaccia. Non dice per esempio: " Dio scrive i peccati in un libro "; " Dio è severo e castiga ogni azione sbagliata ". E neppure minaccia: " Non far questo perché Dio ti punisce... non ti porta i regali… ". Essa ama troppo il suo Signore per usare un simile linguaggio, e trasmette ai figli il suo amore profondo a Dio forse senza rendersene conto. Additando un fiore, la luce, l'acqua del torrente, le montagne, la neve, dice con entusiasmo ai figli: " Che bello! E chissà come è bello il Signore che ha fatto cose tanto meravigliose! ". Le stelle, nel cielo così nitido della Valtellina, e il levarsi e il tramontare della luna pallida o del sole infuocato, o i frammenti di azzurro tra le nuvole, sono spettacoli che le strappano stupore e atti di amore. Sa parlare di Dio perché sa parlare con Dio, cioè sa pregare. E i figli imparano dai genitori a parlare con Lui. I tempi fissi per la preghiera in famiglia non li tralascia mai: al mattino il " Vi adoro "; alla sera " Vi ringrazio "; ma la sera è il tempo migliore, poiché l'atmosfera distesa che si crea prima di andare a letto suscita anche una particolare disposizione alla preghiera. La lunghezza è variabile a seconda dell'attenzione dei piccoli. Di solito Mamma e Papà pregano insieme ai figli. Ma per questi l'accorgersi che i genitori spontaneamente anche in altri momenti si rivolgono a Dio, li persuade più di qualsiasi ragionamento. Preghiera è anche il canto: il canto della natura, degli uccelli, in primavera il canto dell'usignolo... Il canto piace ai bambini e la Mamma lo cura anche per l'aspetto religioso. Così tutti in casa cantano: " E' nato a Bettemme il bímbo Gesù, col vento e la paglia e il freddo di più: rallegrati mio cuore che è nato Gesù... ". E cullando i più piccoli per addormentarli, essa pensa alla Vergine Maria e canta: " Fa' la nanna bel bambin, re divin fa' la nanna mio tesor, re d'amor, fa' la nanna caro figlio, re del ciel, tanto bel grazioso giglio ".
------ Una nidiata di bimbi
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A Domenico, nato a Nibionno, si aggiungono a Sondrio nei nove anni prima della " grande guerra " altri sei bambini a cui Papà e Mamma danno i bei nomi di Rosa, Ambrogio, Rosina, Maria, Emma, Dina. Dopo la guerra verranno altri tre maschi. L'attuale disorientamento morale diffonde anche una mentalità antinatalista che disprezza il matrimonio e la fecondità. Gli uomini parlano di virilità e hanno paura ad essere padri; le donne esaltano il femminismo e hanno paura a diventare madri. Si rifiuta di considerare il sacrificio come misura dell'amore; si rifiuta di guardare alla croce come alla massima manifestazione dell'amore. Enrichetta e Francesco invece vivono un clima di Vangelo, ossia di vita familiare nello Spirito di Dio che rincuora, apre orizzonti di energia e non scoraggia mai. Governare la casa con tanti piccoli è per una mamma un lavoro faticoso, anche se a quei tempi non si concedeva troppo ai bambini: badare a ciascuno, osservare ogni momento quel che fanno, preparare i pasti, aggiustare, rammendare e lavare. Non ci sono parenti vicini che vengano a dare una mano alla Mamma. La nonna viene per qualche mese a Sondrio, ma non può dimenticare gli altri numerosi nipoti. Fortunatamente funziona l'asilo con le Suore per i più grandicelli; ma non è aperto di sera, né di domenica, né d'estate. E intanto i figli strillano, borbottano, ridono, piangono, ognuno con ritmi e toni diversi. Più cresce la loro iniziativa e più si mettono nei pericoli aumentando così le preoccupazioni di chi li segue. [...]
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La morte di Domenico
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Domenico cresce sano e promettente, circondato di cure e di affetto. Ma a tre anni, c'è una prima visita della morte nella casa che è nella fabbrica: un male improvviso colpisce il píccolo che non parla più, non mangia più, non sorride più. Guarda la Mamma e il Papà con gli occhietti supplichevoli come a chiedere aiuto e pietà. Dura alcuni giorni in quella agonia, poi si spegne davanti ai genitori muti nel loro dolore. Gli operai del cotonificio si fermano riverenti al passaggio della piccola bara bianca. Così il dolore entra in casa, come una ventata di marzo violenta e fredda, lasciando senza parole i genitori. Poi guardano Gesù crocifisso, l'Uomo-Dio sacrificato ín croce che è lì sulla parete. La sofferenza ha un volto, il volto del Figlio di Dio: il culmine dell'amore coincide con il culmine del dolore. [...]
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