una famiglia operaia
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Le case operaie
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L'ottavo figlio, Egidio, nasce nel 1920, quando l'abitazione è ancora all'interno della fabbrica. Poi la famiglia si trasferisce nelle case operaie di Gòmbaro, e saluta la nascita di altri due figli, Angelo e Francesco. Un episodio consacra subito il nuovo ambiente: il piccolo Egidio si ammala e i genitori, già tanto provati da numerose perdite, supplicano il Signore; la Mamma fa un patto con Dio: " Fammelo guarire; non per me, ma sarà per Te " (dal Testamento). Il Signore esaudisce questa preghiera così semplice ma piena di fede. La casa assegnata a Francesco è composta di quattro stanze a piano terra collegate da un corridoio. C'è anche un solaio per la legna, e nella cantina prende subito posto, tra le ragnatele, una modesta botticella; il terreno circostante è suddiviso tra le famiglie, un fazzoletto di terra trasformato in orto; ci sta anche un piccolo pollaio accuratamente recintato; l'acqua potabile, abbondante e buona, è da attingere alla fontana della frazione dove c'è anche il lavatoio. I coniugi ringraziano íl Signore per la nuova sistemazione che rende più vario il lavoro domestico, fa risparmiare sugli acquisti e forma i figli alla intraprendenza che aguzza l'ingegno e rende lieti anche nella povertà. Alcune abitudini del mondo agricolo riescono così a sopravvivere in questa realtà tutta volta alla industrializzazione. Due cose soprattutto sono apprezzate: i vicini di casa coi quali finalmente, dopo tanta segregazione, si può parlare, familiarizzare, aíutarsi; e la libertà di andare e venire senza dover passare per una portineria.
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Al lavoro di notte
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Francesco incomincia il suo lavoro ogni sera alle 22; si mette a tracolla il cinturone con l'orologio speciale che segna i suoi spostamenti, e poi, quando lo stabilimento è pieno di ombre e di silenzio, svolge il suo servizio di vigilanza girando di reparto in reparto per l'intera notte. Ogni mezz'ora, in punti prestabiliti, Francesco deve far scattare il suo orologio, "il mio controllore", come egli lo chiama. Non è armato, ma lo accompagna "Friz", un affezionato e ringhioso cane lupo. L'inverno è particolarmente duro. Scriverà la Mamma ai figli: "E' venuta una così grande nevicata che non ci ricordiamo d'averne vista uguale; povero papà, che la deve calpestare per tutto l'inverno! In due volte è caduta un metro e quindici centimetri… Preghiamo il Signore che lo tenga sano, eppure dal suo labbro non esce mai una parola di lamento" (8-12-1938). "A Papà hanno aumentato le ore di lavoro, al posto di otto ne deve fare dodici; entra in servizio alla sera alle 5 e termina alle 5 del mattino. Vedi che sacrificio? Eppure è calmo e sereno, con quel freddo che faceva i giorni scorsi e dovendo star fuori, eppure Iddio l'aiuta: aveva una forte tessoe, a furia di stare al freddo, ma è passata completamente" (25-1-1939). [...]
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La Messa del mattino
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Anche se il lavoro quotidiano è continuo e impegnativo, la Mamma trova lo spazio per la contemplazione, la preghiera. E' dotata di un istinto educativo cristiano che sa creare attorno ai figli l'ambiente adatto a farli maturare: un clima di amore e di gioia, l'abitudine alla disciplina e al lavoro, la capacità di sopportare la fatica e il dolore. Ma la sorgente di tutto è la preghiera. Papà e Mamma hanno riservato il primo posto a Dio. L'orientamento è verso di Lui; verso i valori, non verso le cose, cioè la roba, il denaro, il risparmio, il divertimento. Sono abituati a leggere ogni vicenda della vita nel libro di Dio. La giornata comincia con un'offerta a Dio. La santa Messa quotidiana è il pilastro che sostiene la fede e il lavoro di questa donna durante tutta la vita, le dà coraggio, infonde certezza. Il cammino di andata serve come preparazione e il ritorno come ringraziamento. E' un percorso non breve, solitario, sull'argine del torrente; d'inverno è addirittura pericoloso per il ghiaccio, la neve, il buio. E tuttavia la Mamma non vorrà mai perdere, per nessuna ragione al mondo, questo appuntamento quotidiano con Dio, centrato nella comunione eucaristica. Neppure durante la guerra, quando alle difficoltà ordinarie si aggiungono l'oscuramento e le pattuglie militari; neppure quando abiterà oltre il torrente, e dovrà passare sul ponte di corde incurvato a parabola, gelato e sdrucciolevole, per cui dovrà fasciarsi i piedi con stracci per non scivolare. Ogni passo è una preghiera per la famiglia, per gli altri, per i parenti vivi e defunti. Essa parla a Dio con amore e confidenza, ne scopre la bontà e i disegni, confronta gli avvenimenti umani con " la volontà di Dio ". Anche la fine della giornata ha una forte importanza educativa. A Gombaro non si sente il suono delle campane, ma solo l'urlo della sirena, il ronzio della centrale e lo scroscio del torrente. Ma la famiglia, piccola chiesa domestica, non dimentica il momento consacrato a Dio e alla Vergine con la recita del rosario. Papà, se c'è, passeggia avanti e indietro; i figli cercano di stare fermi, qualcuno si addormenta; la Mamma chiude la preghiera con alcune intenzioni che portano l'eco degli avvenimenti della giornata: " Per la nonna cbe non sta bene… Per il vicino che è all'ospedale… Per il Papà cbe lavora di notte… Per i nostri morti…Per i nostri governanti ". La preghiera si ripete ogni sera con fedeltà, senza lungaggini noiose. Prima di addormentarsi la Mamma rivolge ancora un saluto al suo Signore; l'ha imparato da piccola, e lo ricorderà fino alla fine dei suoi giorni. Lo dice ad alta voce anche portando i figli a letto: " A letto me ne vô, non so se levarô. Se caso mai non levass, la racomandia Vu, o Signur, a Vu o Madona, la mia anima. O Signur, o Madona, ve domando tre coss: comunion, confession e oli sant…". [...]
6. Durante la dittatura
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Preparare i figli alla vita
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Più si immedesimano nelle loro creature e meno difficile riesce a Papà e Mamma " educare ", ma la tradizione e gli insegnamenti ricevuti li portano ad adottare princìpi piuttosto severi e rigidi. La Mamma riconoscerà più tardi questo difetto e ne chiederà perdono ai figli ormai cresciuti, scusandosi di non aver avuto prima una sufficiente conoscenza di certe norme educative: " Quanti sbagli ho fatto, ma nessuno mi poteva insegnare: eravamo soli, lontani dalle nostre famiglie, senza istruzione, lasciati al nostro buon senso. Unica nostra risorsa erano l'amore per i flgli e la grazia di Dio. Su questo ci interrogavamo costantemente io e Papà ". Così senza scuola, senza libri, senza maestri, ma col metodo dell'" amore " e della " grazia ", Papà e Mamma si sforzano dí educare, vivendo la vita quotidiana coi figli. Si delinea poco alla volta un certo stile educativo che non manca di indicazioni interessanti. Per allenare i figli al sacrificio ne danno per primi l'esempio, senza tante parole; insegnano con la vita a sopportare rinunce, contraddizioni, dolori e anon lamentarsi per cose da poco. Per crescere i figli in una giusta disciplina stanno alla parola data. Se il richiamo è: "Papà sta dormendo, ha lavortato tutta la notte, non disturbiamolo", la Mamma è la prima a fare quello che raccomanda. Quando poi dice un "no" ben motivato, non cede né permette che si scherzi sull'argomento; così i figli imparano presto ciò che possono e ciò che non possono fare, e non crescono come eterni indecisi; e d'altra parte la madre non li soffoca con ordini e divieti ad ogni passo. Essa suole dire: "Sbagliano i genitori che lasciano fare ai figli tutto ciò che vogliono, e sbagliano quelli che trattano i figli solo con la forza". [...]
7. Don Bosco entra in casa
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"Don Bosco mi ha chiesto i figli"
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A Valdocco i pellegrini sondriesi salgono a visitare le camerette abitate da don Bosco, piene di ricordi e di testimonianze della vita del nuovo beato. Anche Maria Enrichetta passa di stanza in stanza osservandone la povertà e ammirando i segni di predilezione di Dio per questo apostolo dei giovani. All'improvviso, davanti a un ritratto di don Bosco si sente fortemente richiamata dal suo sguardo. Ha la netta percezione di una richiesta che riguarda i figli: " Mi ha guardato con gli occbi vivi e penetranti! Cbe occhi don Bosco! E io ho capito cbe glieli dovevo dare tutti ". " Quegli occhi... - dichiarerà tanti anni dopo - in un momento, con un colpo solo, con una falciata ("na ranzada") mi ha chiesto Egidio, Angelo e Francesco ". Per anni essa terrà per sé questo segreto: forse l'avrà detto al marito. Solo vent'anni dopo ne farà un accenno discreto ai figli ormai salesiani, in occasione di una nuova visita a Valdocco. " Domenica sono andata a Torino. Come mi è piaciuto! Che basilica quella di Maria Ausiliatrice! Ho visitato l'Istituto e le camere di S. G. Bosco; nella camera poi dove c'è la cassa e tutti gli indumenti e libri, c'è una sua fotografia grande ma tanto espressiva che sembra vivo.19 anni fa nel 1929 sono andata per la beatificazione e la medesima fotografia sembrava cbe mi dicesse: "i tuoi figli li darai tutti a me". Questa volta ho ringraziato don Bosco e ví ho raccomandati affinché siate veri figli suoi, degni di un grande padre. Davanti a tutto questo non ho potuto trattenere le lacrime " (9-6-1948). Prima di lasciare Torino la Mamma compera un ritratto di don Bosco per collocarlo in casa al posto d'onore. Così don Bosco entra in questa famiglia col suo volto e con gli insegnamenti della sua vita; entra nelle conversazioni familiari. Don Bosco d'ora in poi sarà tra le persone da consultare nelle decisioni importanti e da invocare nelle difficoltà e nel dolore. Da quel felice giorno di Torino diventa chiaro per lei dove si indirizzeranno i figli. Ma non ne parlerà con loro e neppure in famiglia, per non forzare gli eventi né esercitare pressioni. Attenderà, ripensando tra sé quale sia la verità di quel segno.
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Presenza educativa
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Conosciuto il metodo di don Bosco che essa riassume con le tre parole del Santo educatore: " ragione, religione, amorevolezza ", la Mamma perfeziona il suo istinto naturale di curare la gioventù, e la capacità di seguire e assistere i figli intesa come " continua e amorevole presenza educativa ". Perciò si interessa di loro, previene certe loro mancanze, concede tempo e libertà di ricreazione, ma insieme esige con amorevolezza puntualità nei doveri scolastici e disponibilità per i lavori di casa. Uno dei figli dirà in seguito: " Se è vero che Mamma e Papà, come primi educatori, sono all'origine di quelle impressioni che si stampano in modo indelebile nell'animo dei ragazzi, impressioni di calore umano, di tenerezza, di sicurezza, oppure di freddezza, di indifferenza e di impazienza, noi figli dobbiamo dichiarare che bontà, serenità, affetto senza debolezza sono stati all'origine della nostra educazione " (don Angelo). " Non mettetevi nei pericoli ", ripete spesso ai figli. In Gòmbaro i pericoli non mancano, ma essa non priva í figli della ragionevole libertà. Il metodo preventivo non consiste nel togliere la possibilità di scendere nel torrente, di arrampicarsi sulle rupi che lo fiancheggiano, dí oltrepassare le dighe e la cascate, di fare corse sulla pubblica strada, di scivolare sul ghiaccio, anche se Egidio così facendo si rompe una gamba... Prevenire non è far tragedie per una escoriazione, per una ammaccatura, per una leggera ferita. Bisogna dominare lo spavento e dominarsi nell'impazienza. Dove però altre mamme non intervengono nella formazione del senso morale, essa si fa presente con delicatezza e con vigore. Abbina in questo l'energia e la forza della madre dei Maccabei con la dolcezza di san Francesco di Sales. Dice: " Sarei disposta a vedervi morti piuttosto cbe vedervi peccare ". Ma poi sa aggiungere, ripensando a don Bosco: " Il vero educatore deve amare, e se crede farsi ubbidire con la durezza e con l'egoismo sbaglia; non sarà mai un vero educatore chi non ama " (dagli scritti). Fa parte ancora del metodo di don Bosco coltivare l'ottimismo: " State allegri ", " Il Signore vuol vederci sempre intenti nel lavoro del nostro spirito, e allora coraggio e gioia, i malcontenti non piacciono a nessuno, nemmeno a Dio " (8-10-1938).
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La disciplina e i castighi
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Più importante del castigo è l'approvazione e l'incoraggiamento; essa lascia correre sulle cose di poco conto per essere più esigente su punti importanti. Se un figlio si ribella, sa aspettare, perché " a insistere si rischia di renderlo ostinato ". " Mi sono accorta cbe i piccoli hanno bisogno dell'incoraggiamento ed ancbe da grandicelli la lode al momento giusto ottiene migliori effetti degli scappellotti ". " Per incoraggiare i figli ad affrontare le prove della vita li indirizzavo a Dio ", diceva. La fiducia sua e del Papà nei figli, mentre infonde sicurezza e capacità di indipendenza, toglie alla radice la causa di certe punizioni. [...]
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Una collaboratrice
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In questo lavoro educativo di contrada la Mamma trova una collaboratrice eccezionale nella figlia Dina. " I collaboratori - diceva don Bosco - bisogna tirarseli su ". E' Dina a inventare il doposcuola nella frazione in forma " feriale ". Si tratta di radunare i ragazzi e le ragazze che vanno alle scuole elementari, e con loro concordare un orario per organizzare gioco-studio-lavoro: ore in cui trovarsi insieme a giocare; ore di studio per i compiti e le lezioni, e ore di lavoro per le occupazioni in casa. La Mamma la ricorda così: " Sempre allegra in casa e fuori avvicinava tutti i piccoli, li faceva pregare, raccontava tante storielle, li faceva divertire, e quando qualche piccolo si bisticciava lo ammoniva con dolcezza, di modo che questi volevano stare vicino a lei " (13-91939). E' Dina a curare la novena di Natale: ogni sera dopo cena la squadra dei ragazzi di Gòmbaro, difendendosi dal freddo con sciarpe, berretti di lana e mantelli, arriva puntuale alla parrocchia per il " Regem venturum… venite adoremus ". Al ritorno sostano in contemplazione davanti ai negozi illuminati; poi lungo il tratto buio sull'argine verso la gola del Màllero, dissipano le ombre e le paure cantando con le loro voci argentine: " Tu scendi dalle stelle, o re del cielo… ". La Mamma intanto continua a incoraggiare i figli a frequentare l'oratorio maschile e le figlie l'oratorio femminile. Gli effetti educativi di questo lavoro, che influisce anche sulle famiglie della frazione, saranno ricordati dagli stessi vicini con affermazioni come questa: " Non andavamo a Messa la domenica, e non conoscevamo l'Oratorio… Ma quella predica del buon esempio, quelle buone maniere, quella coerenza di vita ci la portati insensibilmente, anzi ci ha persuasi, a frequentare la Chiesa e l'Oratorio ". " Le incertezze, i turbarmenti, le difficoltà dell'adolescenza e della giovinezza, trovavano nel suo grande cuore rifugio, guida e tanta luce! Ricordo con quanta partecipazione accoglieva le mie confidenze; quando poi queste riguardavano esperienze, aspirazioni o conquiste spirituali, Ella si illuminava e mi faceva pregustare le gioie del Paradiso " (Olga Paindelli). [...]
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