Gli ultimi anni
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La morte di Papà Francesco
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Dopo neppure un anno di pensione, il rigido inverno del '48-49 mette a dura prova la sua fibra già logora: una broncopolmonite lo costringe a letto e in pochi giorni lo stronca. Accorrono i figli: don Egidio è avvertito con telegramma. Giungono i parenti. Invitato a confessarsi, accetta volentieri, ma poi teme di scomodare il sacerdote. Confida alla moglie: " Cosa devo dire al sacerdote? Non so cosa dirgli ". Lo assistono i figli, ma nessuno è ancora sacerdote e un nodo alla gola impedisce loro di parlare. La Mamma è continuamente accanto al suo " Cèch " con amore e premura e con il coraggio dei forti. Lo sostiene, lo esorta, prega con lui, lo incoraggia, all'incontro con Dio, gli dà speranza. Per qualche momento Papà ha la forza di sollevarsi dal letto, allarga le braccia e stringe forte a sé, senza dire una parola, la sua Enrichetta; poi si accascia e mormorando le preghiere che la sposa gli suggerisce, serenamente muore. Sono le ore 4.00 del 9 gennaio 1949. Come a Nazaret, dove Giuseppe muore assistito da Maria e da Gesù. Quante volte la Mamma aveva detto: " Papà è come san Giuseppe: gli piace vivere nascosto ". " Se riflettiamo un istante sul numero stragrande degli uomini che vivono sulla terra e sul loro modo di morire e lo paragoniamo con quello di Papà, è facile pensare ad un amore di predilezione da parte di Dio, "segno di predestinazione", raffigurata anche nel giorno scelto per la dipartita: la festa della Sacra Famiglia. In paradiso un papà con sei figli; quaggiù una mamma con altri quattro che lottano e gemono aspettando la lieta speranza dell'arrivederci glorioso per celebrare, in un gennaio non lontano, la festa della famiglia lassù. Cara Mamma - scrive don Egidio alcuni giorni dopo - quando ripensi alla freschezza della tua primavera ti ritroverai di fronte ad un uomo cordiale, sincero e generoso che ti si è donato con fedeltà e ha costruito su una promessa sacramentale più di quarant'anni di vita; un uomo che ha vissuto per te e ha saputo concentrare nel tuo cuore l'esuberanza del suo, come l'occhio che racchiude nella strettezza della pupilla la magnificenza di un panorama immenso: ed allora potrai affermare con san Paolo che il vostro amore di sposi è stato un simbolo vivo dell'amore di Cristo alla sua Chiesa: totale, perenne, santo " (Santiago 10-1-1949). Questo modesto lavoratore che ha sempre fatto la volontà di Dio volentieri e in silenzio, passa quasi inosservato nel suo ambiente di lavoro, ed esce dalla scena del mondo quasi di nascosto. Eppure proprio lui dà un contributo determinante per l'avvio di eventi che egli non vedrà, perché il suo passo si arresta alle soglie di un mondo che cambia.
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"Una vita stampata nel cuore"
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Quando, a 65 anni di età, Mamma Maria perde il marito, attinge forza e consolazione e speranza dalla sua grande fede. Sono significativi alcuni brani di lettere al riguardo. " La memoria di papà mi è di sollievo; quando sono sola in casa mi sembra che mi parli, e quando faccio qualche faccenda sembra che mi dica: non fare così, piuttosto fai così… Coi figli la parola d'ordine di papà è sempre stata di fare la volontà di Dio; noi lo seguiremo fino all'ultimo istante della nostra vita..., se qualche cosa va a rovescio, la parola d'ordine è: sia fatta la volontà di Dio " (27-1-1949). " Davanti al sacrificio di perdere la persona più cara, il Signore certo mi darà la rassegnazione a tutto ciò che Lui ha destinato per il mio maggior bene. Mi correggo: non 'perdere', ma 'andato prima di me'... Quando vado al cimitero non verrei più via dalla tomba; gli dico tutte le mie cose, i vostri bisogni, parlando proprio come se fosse lì presente e vivo… Gli dico: me l'bai fatta; poi mi trovo soddisfatta " (7-3-1949). Diversi mesi dopo afferma: " Si avvicina il 2 novembre, la commemorazione dei morti, il compleanno di papà. Non dico nulla per ricordarlo: la sua vita è stampata nel cuore e non si cancellerà mai " (ottobre 1949). " La mia vita continua sempre unita a lui, a voi e al nostro Dio, di modo che mi sembra un paradiso anticipato " (17-11-1949). A Natale, quando il momento dei ricordi è più intenso, scrive: " Papà è con Dio, e perciò è un Natale continuo " (4-12-1949). Anche per i figli la morte di Papà è un invito a imitarne le virtù: la totale conformità alla volontà di Dio, la silenziosa e allegra umiltà, la costante alacrità nel dovere quotidiano come ascesi di amore, e lo svuotamento dell'io naturale per riempirsi di Carità. " Noi che abbiamo fatto professione di perfezione, come ci sentiamo piccini di fronte a semplici cristiani che scalano così alte quote sì da farci dubitare di poterli uguagliare! Rallegriamoci e ringraziamo il Signore di appartenere a una famiglia così cristiana e cerchiamo di incarnare nella nostra vita il patrimonio sublime conosciuto ed ereditato " (don Egidio da Santiago, 12-1-1949). Intanto la vita continua, piena di speranza. Don Egidio scrive alla Mamma: " Cara Mamma, ti auguro che il tempo di vita che ancora ti regalerà Iddio, sia tutto un anelito di cielo. Come i tuoi verdi anni sono stati una preparazione per unirti al tuo "Cechín" nel Cristo militante, così questi anni del tramonto siano una preparazione per riunirti con lui nel Cristo trionfante " (Santiago, 10-1-1949).
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Prima Messa di don Angelo
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Il tempo cammina e nel cielo di ogni persona si alternano nuvolo e sereno, notte e giorno, dolore e gioia. Nel ricordo di Papà appena scomparso sopraggiungono altri avvenimenti. " L'anno venturo sarete in due a celebrare la messa per l'anniversario di papà: chissà come sarà contento; ora raccoglie i frutti del buon seme che ha sempre seminato " (17-11-1949). La Mamma segue il cammino dei figli e li accompagna con la preghiera. " Si avvicina il giorno della tua ordinazione a diacono. Pregheremo e ti accompagneremo in spirito. Facci sapere se la ricevi nella chiesa dei salesiani a Milano, oppure in duomo e a che ora. Saremo molto, contente anche noi di ricevere dalle tue mani la comunione " (4-12-1949). Subito dopo l'ordinazione diaconale, avendo saputo che Angelo sarà presente alla prima Messa di don Camillo Giordani, sale a piedi a Vendrogno per ricevere, digiuna, alle ore 12 l'Eucaristia dal figlio diacono. Ecco il commento: " Dopo la passeggiata di Vendrogno, sto ancora meglío. Sono stata molto contenta per aver fatta la comunione io per prima dalle tue mani. Se posso non mi lascerò sfuggire nessuna occasione " (3-4-1950). L'ordinazione sacerdotale avviene a Treviglio nella cappella dell'Istituto e la prima Messa nel Santuario della Madonna delle Lacrime. Qualche giorno dopo la Mamma scrive: " Ho nel cuore tante parole e tanti affetti ma non so esprimerli; spero comprenderai e intuirai tutto; solo ti dico che sei ministro di Dio e devi sentire tutta la responsabilità; piuttosto la morte che mancare ad uno dei tuoi doveri… E con questo avanti con coraggio, il Signore ha promessa la sua assistenza; con la sua grazia farai bene e salverai tante anime. Pensando ai bei giorni passati a Treviglio ho detto fra me che il Signore mi ha già dato il cento per uno e ricompensato di tutti i piccoli sacrificí fatti finora; ho la gioia piena. Anche se papà non era presente col corpo e don Egidio lontano, queste due rinunce hanno aiutato a far piovere su di te maggiori grazie; il papà però lo sentivo vicino, e per don Egidio ha supplito Mons. Vescovo " (25-5-1950). Infatti il vescovo consacrante è mons. Candido Rada, salesiano e cileno. La Mamma sa vedere e capire le finezze di Dio. [...]
12. La casa oltre il torrente
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Traslocare
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Nel decennio 1950-1960 si verifica una notevole crescita della economia italiana e si parla addirittura di " miracolo economico ", tanto che l'Italia si trasforma in un paese industrializzato. In questo tempo di boom economico urgono richieste di nuovi operai, e quindi di nuove case. Anche il Cotonificio Fossati è pressato da domande. La direzione invita la nostra famiglia a lasciare l'abítazione in Gòmbaro e a spostarsi oltre torrente. Ogni addio è un distacco e ci si accorge solo alla partenza a quante cose l'animo e il cuore prestano affezione. " Ieri sera i ragazzi di Gòmbaro hanno bruciato il carnevale vecchio; le fiamme passavano i tetti delle case e tutti erano intorno a cantare " (7-3-1949). E' anche questo un addio. La nuova abitazione è situata in una vecchia costruzione " di là del Màllero "; una casa che era stata per tanti anni il " tiro a segno " nelle esercitazioni militari, poi abbandonata e quindi adattata ad alloggio. E' un ripiego, ma non c'è scelta: la cucina non vede mai il sole neppure d'estate e la stanza è battuta dalla continua corrente d'aria portata dal torrente; l'unico servizio è in comune coi vicini, che quanto a delicatezza e riserbo usano criteri diversi. L'abitazione si raggiunge solo a piedi, attraverso un ponticello di corde da brivido per la curva parabolica e per il dondolìo che rende difficile l'attraversamento specie agli anziani, soprattutto quando d'inverno è ghiacciato. " Vietato transitare più di cinque persone alla volta ", sta scrítto; ma nessuno l'osserva e i ragazzi si divertono a far dondolare il ponte a dispetto degli adulti. Occorrono poi buone spalle per trasportare legna o carbone dalla strada alla casa, data la scomodità e la distanza; le visite dei conoscenti e degli amici si rarefanno; nella brutta stagione vengono meno. La Mamma non si lamenta né dell'umidità, né del poco sole, né dell'isolamento. La vera preoccupazione segreta è un'altra: come andare d'accordo con certi vicini di cui sente di non poter approvare la condotta pubblica, e insieme come rispettarli, come voler loro bene, aiutarli. Anche il ricevere visite di sacerdoti e di religiose diventa, per questo motivo, una sofferenza. Nei 16 anni vissuti nella casa oltre il torrente, questa è per lei una pena continua sopportata in silenzio, con attenzione vigilante. " I pubblicani e le prostitute vi passeranno avanti nel regno dei cieli ": questa frase del vangelo la fa meditare. […] Nei pomeriggi estivi essa porta il suo seggiolino davanti a casa, al sole, e si intrattiene con le altre donne a parlare e commentare. Le mentalità sono diverse ma la sua presenza è gradita e sempre piena di umorismo, di saggezza popolare e di pazienza. L'impazienza porta sofferenza e invece Mamma Enrichetta con la pazienza, la preghiera e qualche opera buona, cerca di vincere con il bene il male e lo fa muovendo sempre da principi di fede e di bontà. Una persona matura, intelligente e paziente può far cambiare cose e persone se riesce a trovare l'occasione di farsi avanti, parlare, consigliare, aiutare. Affìnché i propri interventi siano graditi e servano veramente, bisogna però possedere una pazienza serena, con una nota allegra, senza urtare, offendere, umiliare nessuno.
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Natale 1950
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Finalmente don Egidio ritorna dal Cile per una visita in Italia dopo 11 anni di lontananza. Se è necessaria l'assenza per conoscersi meglio, ogni nuovo incontro è importante per rafforzare il meglio di quanto abbiamo conosciuto. All'arrivo a Genova non c'è la Mamma ad attenderlo; essa sta nella casa, che per Egidio sarà nuova, a preparare segretamente il Natale ai figli che immagina piccoli come una volta. L'incontro è pieno di calore umano e di semplicità. Undici anni di America con il vento della Patagonia, il freddo della Terra del Fuoco, le cime vertiginose delle Ande, le pianure che non finiscono mai, le foreste, gli oceani, le enormi città, la lingua diversa, le cose in grande, le speranze del futuro, le attese di un mondo più bello, hanno inciso sulla formazione di questo suo figlio, ora cittadino cileno, che lei battezza subito col nomignolo " l'americano ". Lo sta ad ascoltare contenta, ammirata, intimidita, preoccupata. Accetta la bandiera del Cile che Maria mette subito in un posto onorevole della casa; poi, quella sera finita la prima valanga di notizie ed essendosi fatto tardi, invita: " E' ora di andare a letto, figlioli. Domani è Natale ". Maria e Mamma dormono in cucina e i tre figli nell'unica stanza, un po' allo stretto. Tra loro continua la conversazione nella notte. All'alba la sorpresa di Natale: la Mamma ha preparato ai piedi del letto i tre doni come un tempo: su ogni piatto un torroncino, due arance, un po' di frutta secca, un libretto, un giocattolo; e in cucina il piccolo presepe con la capanna e le statue di allora, con la stella e la " tepa " (= il muschio). Gli auguri sono fervidi e ingenui come allora. Si ride, si gode. Ma la Mamma vuole pure che si preghi insieme nel ricordo degli assenti, anzitutto di Papà. Per la Messa solenne in SS. Gervasio e Protasio, la prima Messa di don Egidio a Sondrio, la Mamma è con Maria nel primo banco; Egidio è all'altare con a fianco il diacono don Angelo e don Francesco, l'assistenza di don Borghino e la presenza in abiti pontificali di mons. Tirinzoni. C'è tanta gente. Con don Egidio e Maria, la Mamma fa visita nei giorni seguenti ai parenti di Bulciago e Nibionno. E' un'occasione per riannodare conoscenze dei tempi della filanda, vedere nipoti, costatare le tante strade da loro intraprese. Resta impressionata dall'abbondanza di benedizioni di Dio sul parentado. Quattro figlie del fratello Vittorio hanno seguito la chiamata del Signore alla vita consacrata e due di esse entrano in clausura tra le Romite del Sacro Monte di Varese. Altre nipoti per parte di Papà sono entrate nella vita religiosa. Ha il piacere di vedere le tante belle famiglie che si sono formate, ricche di figli e di buon senso e di lavoro, anche se non senza problemi. La chiamano " la zia di Sondrio " e ascoltano volentieri i suoi consigli.
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Niente rimpianti o nostalgie
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Nella casa oltre torrente non dedica neppure un momento del suo tempo per rimpiangere il passato; ricorda con riconoscenza le gioie avute e ne ringrazia Dio. Vivere del passato e rimpiangerlo serve solo a invecchiare, chi vive nella serenità del presente ed è capace, con la grazia di Dio, di comprendere il suo oggi, si mantiene vivo nello spirito. Mamma Maria Enrichetta sa essere di questi: " Si avvicinano due anniversari tanto cari, della morte di Dina e papà. Invece di metterci melanconici, ci fanno gioire, pensando alla morte così tranquilla e serena " (4-12-1949). " Quest'anno il Natale non sarà in compagnia come l'anno scorso, però il Signore è sempre il medesimo: quando c'è la grazia dí Dio c'è tutto. Offriremo a Dio il nostro apostolato " (2-12-1951). [...]
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Prima messa di Francesco
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I Superiori mandano Francesco in Inghilterra a completare gli studi teologici, e la sua immediata preparazione all'ordinazione sacerdotale avviene in ambienti salesiani inglesi; viene consacrato il 18 luglio 1954 a Beckford. La Mamma resta a casa, ma si fa presente con due lettere che riportiamo più avanti. Essa trepida e offre. Manda in dono un fazzoletto di lino ricamato con le sue mani, che servirà nella cerimonia a legare le mani consacrate del figlio: " Quelle mani che baciavo quando eravate piccolini, ora sono consacrate, le vostre dita toccano Dio... ". Così scrive con amore e venerazione. Mentre prega e attende il ritorno del figlio, le pare che il cuore le si dilati verso orizzonti troppo vasti: l'Italia, l'America, l'Inghilterra, paesi e genti da lei mai visti, uomini differenti, lingue incomprensibili. Poi pensa a Dio sempre più grande, sempre più buono, sempre più immenso, e avverte che l'unico filo che la tiene unita a questa matassa di infiniti rapporti è l'amore. Annota: " Se Gesù nel Vangelo chiama tutti alla santità, deve essere una santità accessibile a tutti. Questa santità sta nell'amore, e la sorgente dell'amore è Gesù Cristo. Non da tutti Egli vuole gli stessi sacrifici, da tutti però vuole essere amato con tutto il cuore, con tutta la mente, con tutta l'anima, con tutte le forze. Quando un'anima gli dà tutto questo, cioè lo ama così, è santa… Il santo è l'essere più felice sulla terra, perché, dice Gesù, io sono buono, esclusivamente buono " (dal libro di sr. Consolata). Aveva scritto a Francesco molti anni prima: " Desidero che saliate all'altare dopo esservi ben preparati e fatti santi. Prego sempre per voi ed offro tutto quello che il Signore mi manda " (25-4-1941).
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Il dopo Concilio
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Mamma Maria vive per i figli, per la Chiesa, per la Congregazione Salesiana, per Dio. Ogni passo dei figli è seguito con la preghiera, la trepidazione, la sofferenza; e anche con vivo interessamento. Durante il Concilio ha il piacere di vedere di frequente don Egidio, il quale racconta cosa sta accadendo a Roma e le apre nuovi orizzonti, la rafforza nella cattolicità e nell'amore alla Chiesa e ai Papi. Ma non perde né intende perdere in casa quella autorevolezza che le viene dall'essere mamma oltreché dall'età: " Tu sei teologo, ma in certe cose tua mamma ne sa più di te. Giù la testa! ". Bisogna dire che certe novità nella Chiesa del dopo Concilio non la lasciano del tutto persuasa e chiede spiegazioni: la novità per la novità non le piace, ma il " nuovo " non la spaventa e lo sperimenta volentieri. Quando don Egidio viene eletto Consigliere " per la formazione dei Salesiani ", egli scherza con lei, e additando i due fratelli salesiani dice: " Io devo preoccuparmi della formazione di questi due!… ". Ed essa di rimando: " Tu devi ancora far caso a quanto ti dice tua madre e devi farti santo! Il resto… ". Uno dei figli è invitato a parlare alle Suore, Superiori di Comunità e Direttrici di Opere. " Dì loro che siano buone e comprensive con le Suore; siano alla mano, di cuore… la bontà, la bontà ". A don Egidio, che ha anche impegni di conferenze difficili, raccomanda: " Riempiti di Spirito Santo prima di parlare ". E quando deve predicare Esercizi Spirituali: " Un tema importantissimo è quello della misericordia di Dio. Non predicare mai a persone mature senza parlare della misericordia di Dio ". [...]
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Sempre più mamma
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La maternità non finisce mai. L'amore di una mamma cristiana non si programma con orari né si circoscrive ai limiti di una età o al vigore della salute o al numero dei figli: si allarga sempre più. " Ho letto che il prete non appartiene píù a questo mondo, neanche alla famiglia, solo a Dio. Però per me credo che mi appartenete ancora... " (29-2-1960). Esercita la sua maternità nella preghiera. Prega per il Rettor Maggiore e dice: " L'è come '1 fuss '1 me fioeu! "; per il card. Pellegrino che l'ha mandata a salutare; per il card. Silva che era stato a trovarla. In casa riceve visite di giovani salesiani, li accoglie come figli, offre loro uno spuntino e intanto li ascolta e ne intuisce i problemi. Scrive ad Angelo: " Secondo il mio modo di pensare mi pare che il cbierico… è un po' scoraggiato. Ti raccomando di usare gran carità e senza farti capire digli parole di conforto. Quando gli "aspiranti" sono andati fuori dalla casa, si è fermato per ultimo; ho capito; gli ho detto parole d'incoraggiamento che solo una mamma può trovare. E' stato molto contento e mi ha ringraziato. Questa cosa è solo tra noi due " (4-7-1955). Il salesiano coadiutore Carlo Locatelli che da tempo la conosce, quando va a trovarla si sente dire confidenzialmente: " Ven chi de mi che te confessi. Ven chi de mi che te tüchi el temp! " (" ti tocco il tempo! "). E gli fa le sue raccomandazioni per la salute, lo mette in guardia dai pericoli e lo esorta a perseverare nella vocazione. " Saluta in modo speciale i tuoi ragazzi percbé sono anche miei " (30-10-1956). " Mi stanno a cuore i tuoi aspiranti: cerchiamo insieme di aiutarli bene nella vocazione; io ti starò sempre a fianco con la preghiera; nemmeno una vocazione vada persa per colpa nostra " (15-7-1953). Anche i ragazzi di Arese, " por fioeu " (poveri figlioli), come è solita chiamarli con amore, li sente " suoi ". " Possiede un senso materno aperto a tutti, - scrive ancora Olga Paindelli -. Andando col pensiero agli anni della mia fanciullezza e adolescenza, ogni ricordo, ogni avvenimento, ogni scelta importante è segnata dalla presenza di quella Mamma che il tempo non potrà mai cancellare. Una grande fede, un profondo senso di umiltà e amore alle cose semplici, una carità senza confini, uno straordinario senso umoristico e quella sensibilità che è propria dell'anima in continuo contatto con le cose divine. In questi ultimi anni è rimasta con noi a comprendere l'umana fragilità, a sollevare gli animi turbati, a confortare i sofferenti, ed anche a richiamare con delicatezza e fermezza ".
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