Don Giuseppe Allamano: «Prima santi e poi missionari»

Oggi ricorre il centenario della morte di don Giuseppe Allamano, beatificato nel 1990 da san Giovanni Paolo II e canonizzato nel 2024 da papa Francesco. Accolto da ragazzo all’Oratorio di don Bosco, poi sacerdote diocesano e rettore del santuario della Consolata a Torino, ha fondato i Missionari della Consolata e le Suore Missionarie della Consolata, mosso da uno slancio evangelizzatore che da Torino si è allargato presto a tutto il mondo.

Rivoli, 6 aprile 1900. Il canonico Giuseppe Allamano, rettore del santuario della Consolata, è in convalescenza dopo essere guarito dalla polmonite. Sta scrivendo al cardinale Agostino Richelmy, arcivescovo di Torino e suo amico dagli anni del Seminario, per riferirgli un pensiero che da tempo lo sta preoccupando: riguarda l’Istituto della SS. Annunziata, un pensionato per maestre che gli è stato affidato dal fondatore, monsignor Angelo Demichelis, con gravi questioni amministrative in sospeso.

È indeciso se cambiare interamente il personale o se chiudere tutto e assecondare «un antico mio desiderio», come lo definisce: la fondazione di un istituto piemontese per le missioni estere, così da aiutare i giovani sacerdoti a partire senza andare allo sbaraglio. Il 24 aprile, prima di spedire la lettera, don Giuseppe la mette sull’altare su cui celebra la Messa. Tornato a Torino, riceve dall’arcivescovo un vero e proprio ordine: «Eh, nella tua lettera hai messo più contro che in favore della fondazione. Tuttavia devi farla tu, perché Dio lo vuole». Prontamente replica: «Ebbene, Eminenza, nel tuo nome getterò le reti».

Quattro anni a Valdocco

Giuseppe Allamano nasce a Castelnuovo d’Asti il 21 gennaio 1851, penultimo di cinque figli. Sua madre Maria Anna affronta con coraggio la perdita del marito e vive la carità anche al di fuori della famiglia. Il piccolo Giuseppe, a sei anni, incontra don Giuseppe Cafasso, zio materno, famoso a Torino perché assiste i condannati a morte fino al loro ultimo respiro: da grande farà di tutto perché la Chiesa riconosca la santità di suo zio.

A conclusione delle elementari, viene inviato all’Oratorio di don Giovanni Bosco, a Valdocco, dove già studia suo fratello Natale. Durante la giornata, s’incontra spesso con il fondatore dei Salesiani: ha quasi l’impressione che gli legga nella mente. La sera, invece, ascolta con gli altri compagni la “buonanotte” sotto i portici dell’Oratorio.

Proprio a Valdocco, nel giugno del 1864, arriva in visita monsignor Guglielmo Massaja, vicario apostolico dei Galla e futuro cardinale. I suoi racconti sull’evangelizzazione dell’Etiopia, a cui si è dedicato per decenni, lasciano il segno nel giovane Giuseppe.

Tutti si aspettano che questo bravo giovane resti all’Oratorio: invece, il 19 agosto 1866, dopo il quarto e ultimo anno del ginnasio, torna a Castelnuovo, senza salutare nessuno. La sua intenzione si palesa nei giorni seguenti: proseguirà gli studi nel Seminario diocesano. Anni dopo, incontrandolo, don Bosco gli muoverà un bonario rimprovero: «Me l’hai fatta grossa…».

Sotto lo sguardo della Madonna Consolata

Nonostante la salute cagionevole e le frequentissime emicranie, Giuseppe s’impegna negli studi verso il sacerdozio. Viene ordinato prete il 20 settembre 1873: quasi subito viene nominato rettore del Convitto Ecclesiastico di Torino, struttura per l’approfondimento della formazione dei giovani sacerdoti. Lì comincia a mettere in pratica quanto l’altro zio prete, don Giovanni Allamano, gli indica prima di morire nel 1876: deve fare il bene senza alcuna riserva.

All’impegno nel Convitto Ecclesiastico, dove in seguito è incaricato anche d’insegnare Teologia Morale come lo zio don Cafasso, si aggiunge un altro compito: sul finire dell’estate 1880 è nominato rettore del Santuario della Beata Vergine Consolata a Torino. È un luogo da sempre caro ai torinesi di ogni ceto sociale e stato di vita, ma da tempo versa in un abbandono quasi totale. Lui accetta, ma chiede di essere aiutato da don Giacomo Camisassa, compagno di Seminario e suo grande amico.

Al restauro della chiesa, don Giuseppe affianca la cura per le associazioni di lavoratori e lavoratrici già legate al santuario. In più fonda il Laboratorio della Consolata, per educare le giovani sarte alla sobrietà nella moda e al rispetto del giorno festivo. Per sé riserva un piccolo angolo, nel coretto interno alla chiesa, da cui può contemplare il Tabernacolo.

Nei primi mesi del 1900 si ammala di polmonite doppia: tutta Torino prega per lui. Guarisce improvvisamente nella notte tra il 28 e il 29 gennaio: a vegliare su di lui c’è un quadretto con l’immagine della Consolata. È il segno che stava aspettando: Dio e la Madonna vogliono che lui fondi un nuovo istituto missionario.

Missionari di prima classe

Le prime mosse per concretizzare questa ispirazione avvengono nel 1888: durante un viaggio a Roma, don Giuseppe avvicina il prefetto e il segretario della Congregazione di Propaganda Fide, che coordina i missionari cattolici in tutto il mondo, ottenendo un’approvazione informale. In realtà, Torino non riesce ancora ad attuare il rinnovamento missionario che si sta compiendo in altre diocesi italiane: molti sacerdoti non hanno il coraggio di lasciar partire i giovani confratelli per terre lontane.

Don Giuseppe non demorde: il 6 aprile 1891 invia a padre Calcedonio Mancini, dei Preti della Missione conosciuto a Propaganda Fide, la bozza del progetto di fondazione. Anche questo fatto indispettisce le autorità diocesane, che si sentono come scavalcate. Solo dieci anni più tardi, con la nomina a Vescovo di Richelmy, si apre uno spiraglio per la fondazione dell’istituto.

Il 29 gennaio 1901, proprio un anno dopo l’imprevista guarigione di don Giuseppe, il cardinale firma il Decreto di fondazione dei Missionari della Consolata: inizialmente sacerdoti diocesani votati alla missione, si trasformeranno poi in congregazione religiosa autonoma e apriranno case fuori dal Piemonte. Nove anni esatti dopo, con l’incoraggiamento di papa Pio X, a loro si associano le Suore Missionarie della Consolata. I primi missionari raggiungono i Kikuyu, popolo del Kenya, nel 1909. Sbarcano in Etiopia nel 1913, anno in cui le prime suore sono inviate in Kenya; nel 1924 arrivano in Somalia.

Don Giuseppe si tiene aggiornato grazie ai diari che i missionari gli spediscono periodicamente e continua a sollecitare un interesse più ecclesiale per le missioni: il 12 agosto 1912 invia una lettera ai superiori generali degli Istituti missionari italiani, nella quale chiede sostegno per «un atto pubblico del S. Pontefice», ovvero un documento per favorire le vocazioni missionarie.

Di frequente tiene delle conferenze per quanti vivono in casa madre e si preparano a partire: vuole che siano «missionari di prima classe», secondo una sua espressione ricorrente. Se da una parte cura la loro formazione, incoraggiandoli anche a imparare lavori manuali (evidente eredità della sua vita all’Oratorio, ma non solo), dall’altra li mette in guardia dall’attivismo. Lo fa anche il 12 dicembre 1920, in occasione della partenza di padre Carlo Re e padre Giovanni Borello: «Per prima cosa si crede che per essere missionari si esiga una grande attività. Anch’io lo ammetto. Ma questa attività deve partire dal Signore. Quindi per prima cosa è necessaria l’orazione».

La sua missione continua oggi

Don Giuseppe non partirà mai per le missioni, ma si sente ugualmente missionario, convinto com’è che «l’apostolato agli infedeli è il grado superlativo del sacerdozio», come dichiara in un’altra conferenza. Anche in tempi travagliati per l’Istituto, raccomanda a missionari e missionarie di vivere come in famiglia, portando l’amore, se occorre, alle estreme conseguenze: «Amare il prossimo più di noi stessi: questo il programma di vita del missionario. Se non si arriva al punto di amare il bene degli altri più della propria vita, si potrà avere il nome, non la sostanza dell’uomo apostolico».

Il 1° febbraio 1926 si mette a letto: è la sua ultima malattia. A quanti lo circondano mormora: «Sì, sì, pregate per me. Vedete, questo poco di vita che ancora mi resta è per voi. Vi ho dato tutto». Muore alle 4.10 del 16 febbraio 1926, nella sua stanza vicina al Santuario della Consolata.

Don Giuseppe Allamano è stato beatificato da papa Giovanni Paolo II il 7 ottobre 1990 in piazza San Pietro e canonizzato, sempre in piazza san Pietro, il 20 ottobre 2024, da papa Francesco. La Giornata Missionaria Mondiale, che ricorreva il giorno della canonizzazione, è la “festa speciale della Propagazione della Fede” auspicata da lui e dagli altri superiori degli istituti missionari nella lettera del 1912.

Emilia Flocchini

Immagine di copertina: foto colorizzata a partire da originale sul sito dedicato al santo.

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