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Il Santo del giorno

 

Settembre 2017
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20 Settembre

Nome: ANDREA, PAOLO

Santi ANDREA KIM TAEGON, sacerdote
PAOLO CHONG HASANG e compagni
Martiri (sec. XIX)

 

Alla fine del sec. XVIII alcuni letterati coreani avevano letto dei libri cristiani penetrati nella loro patria da Pechino, per via delle ambasciate annuali, e ne erano rimasti ammirati; desiderosi di saperne di più si industriarono per esserne soddisfatti. Fu così che il primo seme della fede cattolica venne portato in Corea da un laico coreano di ritorno da Pechino, nel 1784.
Durante il secolo scorso la fede ebbe un notevole sviluppo non solo in numero ma in adesione piena e operosa, e questo suscitò una reazione violenta che divenne persecuzione e infuriò a ondate dal 1839 al 1867. Tra i martiri, saliti al numero di 103, si segnalarono Andrea Kim Taegon, il primo presbitero coreano, e l’apostolo laico Paolo Chong Hasang. Ma, come avvenne sempre lungo la storia della Chiesa, il sangue dei martiri fu seme di nuovi cristiani. Anche la Corea ebbe la sua primavera di Spirito santo, stupendamente bella. Alla vigilia del suo martirio il sacerdote Andrea espresse con un linguaggio semplice ma efficace la messe di grazia che la sua terra aveva raccolto, sviluppando la parabola del buon seminatore. Beatificati da Paolo VI il 6 ottobre 1968, fu Giovanni Paolo II, nel suo viaggio pastorale in Corea, a dichiarare santi il 6 maggio 1984 questi gloriosi martiri, primizia della Chiesa coreana.

20 Settembre

Nome: EUSTACHIO

S. EUSTACHIO
Martire (sec. II)

 

Maggiore antichità vanta la leggenda del cervo che appare nella foresta al cacciatore con una croce luminosa tra le corna attribuita a S. Eustachio, Martire dei primi secoli. Si chiamava Placido, ed era illustre generale dell’Imperatore Traiano, intorno all’anno 100. Era pagano, ma osservava, insieme con la moglie, la virtù e la carità. Un giorno, andando a caccia nei boschi intorno a Tivoli, incontrò un bellissimo cervo. Lo inseguì, finché l’animale non salì sopra un’alta rupe. Allora apparve tra le corna del cervo, una croce di luce, con l’immagine del Crocifisso. Disse una voce: “Io sono Gesù, che tu senza conoscere, onori”. Placido, disarcionato, giacque a terra, mentre il cervo seguitava a parlargli con le parole di Gesù. Tornato a casa, si recò, con la moglie e i figli, dal Vescovo cristiano, per farsi battezzare. Ricevette allora il nome di Eustachio. Egli viene presentato anche come un secondo Giobbe, l’uomo giusto e paziente provato dal Signore con le più aspre tribolazioni. Eccolo infatti depredato di tutti i beni; eccolo separato dalla moglie, catturata come schiava. Eccolo ramingo, coi figli, in terre inospitali. Come Giobbe, neanche S. Eustachio maledisse la provvidenza, pur lamentando le sue disgrazie; non imprecò disperando. Dopo quindici anni di solitudine e di pianto, la storia di S. Eustachio sembrò concludersi come una bella favola. Ritrovò la moglie, salvatasi con intatta virtù da mille pericoli; riabbracciò i figli, salvati e allevati da alcuni pastori. Anche l’Imperatore Traiano andò in cerca del suo valoroso generale per affidargli il comando dell’esercito per una guerra contro i suoi nemici. Trovatolo, si mosse verso di lui con grande onore. E, alla testa dell’esercito imperiale, Eustachio sconfisse i barbari. A questo punto, la leggenda perde i colori della fiaba per assumere la luce soprannaturale della Grazia. Infatti, tornati a Roma i vincitori, l’Imperatore Adriano, nel frattempo succeduto a Traiano, ordina un sacrificio di ringraziamento agli dei, al quale Eustachio, con la famiglia, si rifiuta, confessandosi cristiano. Invece del trionfo, il vincitore dei barbari, ebbe così il martirio. Venne posto con la moglie e i figli, in un toro di rame, sotto il quale fu fatto fuoco.