I primi missionari salesiani in Asia

Inedite sfide

L’interesse missionario di don Bosco per l’Asia, presente fin dall’epoca degli studi al Convitto (1841-1844), crebbe fortemente al momento della canonizzazione in Roma nel 1862 dei 26 protomartiri giapponesi e della beatificazione nel 1867 di oltre 200 martiri giapponesi. Nel novembre 1859 da Torino era passato mons. L. C. Spelta, Vicario Apostolico di Hupei (Cina). Nel 1873 mons. T. Raimondi aveva offerto a don Bosco la possibilità di andare a dirigere scuole cattoliche nella Prefettura apostolica di Hong Kong. Altre proposte erano giunte dall’India. Ma nonostante sogni ed i desideri espressi da don Bosco circa le missioni asiatiche, toccò al suo successore, don Michele Rua (1837-1910), il compito di inviare missionari salesiani in quelle popolatissime regioni.

FINE SECOLO XIX: OPERE EDUCATIVE IN MEDIO-ORIENTE

Il primo approdo asiatico per i salesiani fu il Medio-Oriente, con l’accettazione a fine secolo XIX di opere in Terra Santa già avviate dai “Fratelli della Santa Famiglia”, congregazione fondata nel 1874 da don Antonio Bellone per l’educazione dei giovani. Nel 1890 si era fusa con la congregazione salesiana ed i primi salesiani arrivarono a Betlemme nell’ottobre 1891. Seguirono lungo gli anni nuove opere tanto in Palestina-Israele che in Turchia (ed in Egitto), aperte indifferentemente a giovani locali, cattolici, armeni, ortodossi, arabi, turchi, ma anche a italiani residenti sulle coste mediterranee.
Opere educative salesiane inedite, in quanto sopranazionali, multiculturali e multiconfessionali, collocate per di più in aree di influenze politiche franco-italiane-arabe-turche che presto sarebbero entrate in guerra fra loro. Un’autentica sfida per i missionari, vinta ma a caro prezzo, quello stesso che oggi, ad un secolo di distanza, i salesiani stanno pagando nelle martoriate terre del Medio Oriente.

INIZIO SECOLO XX: SCUOLE DI LAVORO E MISSIONI ALLE PORTE DELLA CINA (MACAO)

Sul finire del secolo XIX i gesuiti suggerirono ai salesiani la cittadina di Macao, colonia portoghese, come prima sede per un’opera salesiana in terra cinese. Il vescovo portoghese di Macao, tramite il nunzio apostolico del Portogallo, avviò dirette trattative con don Rua per la gestione di un orfanotrofio maschile con laboratori di arti e mestieri e lo svolgimento di attività missionaria nella sua diocesi. La morte del vescovo fece interrompere le trattative, che però vennero riprese e concluse con il successore nel dicembre 1905. Così a metà gennaio 1906, il drappello di tre sacerdoti e due coadiutori, capitanati da don Luigi Versiglia raggiunsero Macao. L’opera salesiana si sviluppò rapidamente, nonostante la difficoltà della lingua cinese, ma dopo solo quattro anni (1910) dovette essere abbandonata a seguito alla rivoluzione portoghese che espulse i religiosi anche dalle colonie. Ancora una volta la politica condizionava di prepotenza l’opera missionaria della Chiesa.

MISSIONI VERE E PROPRIE IN CINA (1910)

L’espulsione fu però l’occasione per i salesiani di stabilirsi nel territorio cinese vero e proprio del Heung-Shuan, tra Macao e Canton, dove eressero piccole comunità cristiane a Seak-Kei, Mong-Ciau e Ngan-Hang, intenti in particolar modo a formare catechisti. Nel 1917 fu loro offerta la missione del Shiu-Chow, al nord di Canton, eretta nel 1920 a diocesi missionaria (Vicariato apostolico) e affidata a mons. Versiglia. Sorsero così residenze missionarie, chiese e cappelle, scuole per ragazzi e ragazze, un seminario ecc. Il 25 febbraio 1930 il vescovo sarebbe stato assassinato assieme al giovane sacerdote don Callisto Caravario; entrambi sono stati canonizzati.

LABORATORIO PER ORFANI E SCUOLETTA IN INDIA ORIENTALE (1907)

A richiedere la presenza salesiana in India fu nel 1896 il vescovo portoghese di Myliapore (sobborgo di Madras-Chennai). La richiesta, ribadita dal successore nel 1902, si concretizzò solo con la convenzione sottoscritta dalla due parti nel dicembre 1904. Seguì nel dicembre 1905 la partenza da Genova di tre sacerdoti, un chierico, un coadiutore ed un aspirante. Arrivati nella città di Myliapore, una settimana dopo, con dodici ore di treno, raggiunsero Tanjore, città con 8.000 cattolici su una popolazione di 86.000 abitanti con quelli delle aree circostanti. I salesiani erano destinati a dirigere un piccolo orfanotrofio con laboratori di arti e mestieri ed una piccola scuola parrocchiale, entrambi dotati di un qualche sussidio del governo inglese. Nel 1909 aprirono a Myliapore un altro piccolo orfanotrofio per anglo-indiani e nel 1915 si assunsero la parrocchia centrale di Tanjore. Sette anni dopo avrebbero iniziato il fecondissimo lavoro missionario nell’Assam.
Per completare il quadro asiatico andrebbe aggiunto che nel 1926 i primi salesiani avviarono in Giappone la loro missione parrocchiale, oratoriana e scolastica nell’isola di KiouSiou, a Miyasaki, Nakatsu et Oitia.
Quanto alla Thailandia entrarono nel 1927 e tre anni più tardi venne loro affidata una missione con un centro principale a Ratburi e BangNok-Khuek. Promossero oratori e soprattutto scuole professionali, che attirarono sia cristiani che buddisti.

CAMBIO DI STRATEGIA

Anche in territorio asiatico i primi missionari salesiani mirarono anzitutto all’educazione della gioventù povera con oratori, orfanotrofi, scuole di vario genere. Dove era possibile vi aggiunsero attività catechistica e sacramentaria ad gentes nell’area loro assegnata, che in tempi relativamente brevi vide sorgere comunità cristiane dotate sia di personale ad esse dedicato (sacerdoti, suore, catechisti e catechiste laiche), sia di strutture quali cappelle, asili, scuole, seminario, centri missionari…
Non fu un’operazione facile e indolore, diversa per altro dalle pregresse esperienze sudamericane. In Asia non esistevano “indios” o “selvaggi” da civilizzare prima ancora di evangelizzarli; ma in cambio in India vi era il problema delle caste e dei fuori casta, di religione indù, che invece costituivano il bacino di raccolta degli orfani destinati ad imparare un lavoro in casa salesiana. Sempre in India l’opera educativa ed evangelizzatrice era condizionata dal padronato portoghese, a sua volta condizionato dal potere politico inglese. Ugualmente Macao era un enclave portoghese, totalmente dipendente vicende politiche della madre patria. I missionari salesiani, italiani per lo più, operavano così in contesti coloniali stranieri. Pure in Terra Santa non mancarono loro momenti difficili, come in occasione della fusione con i “Fratelli della Sacra Famiglia” quando alcuni si ritirarono, mentre gli altri si facevano salesiani.
Un aiuto ed uno stimolo vennero loro nel 1919 con la pubblicazione della lettera apostolica Maximum illud, nella quale papa Benedetto XV sottolineava il ruolo cruciale dei responsabili nella guida delle missioni, richiamava la necessità della formazione del clero nativo e delineava le qualità necessarie al missionario per un’efficace opera di evangelizzazione. Fra di esse la conoscenza delle discipline profane che guarantivano una conoscenza della cultura locale e soprattutto della lingua locale. Di grande importanza fu la messa in guardia contro i nazionalismi e la tentazione di utilizzare la missione per scopi politici o nazionali.
Papa Benedetto XV dava così il via ad una nuova epoca missionaria che si sarebbe in seguito arricchita di altri importanti solenni documenti papali, fino all’Evangelii gaudium di papa Francesco (2013), per il quale la Missione è lo stile di vita che deve ispirare ogni battezzato e su cui deve conformarsi chiunque voglia seguire Gesù. Missionari lo dobbiamo essere tutti.

In Asia comunque la congregazione salesiana dagli umili inizi si è sviluppata, ed oggi conta opere in quasi tutti i singoli paesi, taluni dei quali in grado di inviare missionari in altri continenti.

Don Francesco Motto, già Dir. Ist. Storico salesiano

Immagine di copertina: Kerala (India), allievi dell’orfanatrofio salesiano.

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