Testimoni della fede

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Il viaggio del «caro librettino»: il diario di don Elia Comini

Il diario di don Elia Comini, iniziato a Valsalice il 31 dicembre 1927, è più di un taccuino: è lo specchio in cui educa se stesso alla santità. Dalle prime pagine, segnate da una “trasparenza ottimista”, fino ai propositi più esigenti degli anni della formazione, emerge un’anima che si offre come “vittima espiatoria”. L’ultima nota del 22 luglio 1944, scritta a Salvaro, rivela il sacrificio finale della volontà. Questo diario, riemerso nel 1980, mostra che il martirio fu il compimento di un lungo cammino interiore, la luce di «Elia con il sole sul cuore».

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Don Elia Comini, educatore secondo il cuore di Don Bosco

Don Elia Comini fu un educatore buono e paziente, capace di unire disciplina e amicizia. A Chiari e Treviglio accompagnò soprattutto gli studenti più fragili, senza mai umiliarli: «con quelli più ritardati usava tutta la sua bontà e pazienza». Nel cortile diventava guida e confidente, “una chioccia” attorno a cui i ragazzi si stringevano. La sua autorevolezza nasceva dalla carità quotidiana, documentata nei suoi propositi: «il principale sarà la carità». La sua pedagogia della presenza trovò compimento nel dono totale della vita a Monte Sole.

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Don Ubaldo Marchioni: il buon pastore di Monte Sole

Don Ubaldo Marchioni, 26 anni, parroco di San Martino e Casaglia, scelse di restare accanto alla sua gente mentre Monte Sole veniva accerchiato. «Se resta la mia gente, io debbo restare con loro», disse rifiutando la fuga. Il 29 settembre 1944 guidò i suoi parrocchiani nella preghiera, cercò di proteggerli e di mediare con le SS, ma fu separato dal gruppo e ucciso ai piedi dell’altare, accanto alla pisside forata dai proiettili. La sua vita, segnata da fraternità sacerdotale e dedizione totale, si compì nel sacrificio condiviso con il suo popolo.

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Don Elia Comini e Padre Martino Capelli: fratelli nel martirio

Il 29 settembre 1944, mentre le SS devastano Monte Sole, alla Creda vengono uccise 69 persone, «la più piccola di 14 giorni». I superstiti raggiungono Salvaro e don Elia Comini, unico sacerdote in grado di decidere, «ancora in paramenti sacri, prostrato all’altare», prepara tutti alla morte e nasconde decine di uomini salvandoli. Con padre Martino Capelli sceglie poi di andare incontro ai feriti: «Dobbiamo andare; il Signore ci chiama». Catturati, torturati e infine uccisi alla Canapiera il 1° ottobre, trasformano la loro ultima ora in preghiera: don Elia intona le Litanie, padre Martino muore benedicendo. Il loro martirio resta «atto finale di una vita santa, tutta spesa nel bene».

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Don Elia Comini – Padre Martino Capelli – Don Ubaldo Marchioni

Don Elia Comini, salesiano, donò la vita come “buon pastore” restando accanto alla sua gente durante gli eccidi di Monte Sole. Catturato mentre portava l’Eucaristia ai feriti, fu umiliato, torturato e ucciso il 1° ottobre 1944, pregando e gridando “Pietà!”. Accanto a lui morì padre Martino Capelli, dehoniano, che negli ultimi istanti invocò “Perdono” e tracciò un grande segno di croce. Don Ubaldo Marchioni, giovane parroco, cadde il 29 settembre ai piedi dell’altare per proteggere le Ostie consacrate. Tre vite consumate nell’amore pastorale fino al martirio.

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L’«ateismo di espiazione» di Madre Teresa di Calcutta

Madre Teresa, dopo il suo “sì” alla chiamata divina, visse una lunga “notte dello spirito”, documentata nelle sue lettere: un profondo desiderio di Dio unito alla sensazione dolorosa di essere da Lui rifiutata. Questa oscurità, con rare pause, l’accompagnò per tutta la vita, diventando per lei partecipazione alla sofferenza di Cristo. Come Padre Pio, univa intensa azione caritativa e profonda aridità interiore, vissuta nel silenzio per non attirare attenzione su di sé. Questa prova, lungi dal negare la sua fede, ne fu il vertice: una solidarietà mistica con i “senza Dio”, che la rese capace di portare luce proprio nell’oscurità del mondo.

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Vera ascolta e … trasmette le parole di Gesù

Analizzando la “forma” dei Tabernacoli Viventi si coglie come Gesù, attraverso Vera Grita, abbia indicato la struttura concreta dell’Opera. Non si tratta di un’associazione tradizionale, ma di una realtà spirituale diffusa, composta da sacerdoti, laici e giovani che, dopo la comunione, diventano dimora viva di Cristo. Maria Ausiliatrice è guida e madre, mentre i Salesiani sono chiamati a sostenerne la diffusione. La forma dell’Opera è quindi semplice e universale: un movimento di amore eucaristico che si radica nella vita quotidiana e nella missione della Chiesa.

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Gesù attraverso Vera Grita si rivolge ai Salesiani

Gesù, attraverso Vera Grita, rivolge ai Salesiani un messaggio di amore e missione. L’Opera dei Tabernacoli Viventi nasce a Torino, nel cuore di Valdocco, come “lettera d’amore” ai sacerdoti, in particolare ai Salesiani, chiamati a portare Cristo tra i giovani e nelle famiglie. Gesù invita a vivere un’unione profonda con Lui e a diffondere la sua presenza eucaristica nel mondo, sotto la guida di Maria Ausiliatrice e con la protezione di san Giovanni Bosco. L’Opera diventa così una chiamata a rinnovare lo spirito salesiano e a testimoniare la vicinanza di Cristo.

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Luigi e Zelia Martin: santi e genitori di sante

Luigi Martin e Zelia Guérin, sposati nel 1858 ad Alençon, vissero il matrimonio come vocazione alla santità. Lui orologiaio, lei merlettaia, entrambi animati da profonda fede, educarono nove figli, di cui quattro morirono piccoli. La loro casa fu luogo di preghiera, carità e fiducia in Dio anche nelle prove, come la malattia che portò Zelia alla morte nel 1877. Luigi sostenne poi la vocazione religiosa delle figlie, tra cui Santa Teresa di Lisieux. Entrambi riconosciuti Venerabili, sono stati canonizzati nel 2015 come modello di santità coniugale.

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Una famiglia di martiri e di “samaritani”

Nel villaggio polacco di Markowa, durante l’occupazione nazista, Józef e Wiktoria Ulma, con i loro sei figli e uno in arrivo, nascosero otto ebrei perseguitati, consapevoli del rischio di morte. Animati da profonda fede cristiana e compassione, agirono in silenzio e con coraggio, testimoniando il Vangelo con il martirio.

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Pier Giorgio Frassati: uomo, gioioso, tutto dei poveri

Pier Giorgio Frassati, giovane torinese morto a 24 anni, fu definito da Giovanni Paolo II “il ragazzo delle otto Beatitudini”: un laico che univa fede, carità e impegno sociale. La sua vita semplice e gioiosa, nutrita da Eucaristia, preghiera e servizio ai poveri, colpì credenti e non credenti. Amava lo sport, l’amicizia, la giustizia, e viveva la politica come testimonianza evangelica. Pur tra sofferenze familiari e rinunce personali, rimase saldo nella carità. La sua santità quotidiana, radicata nella speranza, mostra che vivere il Vangelo è possibile per tutti.

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Maria Pia Giudici: mistica e guida spirituale

Suor Maria Pia Giudici, donna di cultura e di Dio, seppe unificare competenza e spiritualità in un’unica missione: evangelizzare con la vita. A San Biagio creò una casa più che un convento, luogo di accoglienza, Parola e lavoro, dove la preghiera diventava esperienza concreta. Maestra di Lectio Divina, poetessa mistica, pioniera dell’ecologia spirituale, fu anche una lottatrice che affrontò incomprensioni e una dura “notte dello spirito”. La sua eredità resta nel suo grido pasquale: «Cristo vive!» e nell’invito a “vivere amando”. Ascoltiamo l’intervista a Don Ferdinando Colombo.

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La Serva di Dio Chiara Corbella Petrillo e il suo sposo Enrico: fidarsi di Dio in due è meglio

A Medjugorje, nel 2002, Chiara Corbella ed Enrico Petrillo si riconoscono come dono reciproco. Il loro amore, pur segnato da crisi e ripartenze, matura fino al matrimonio del 2008. Le prime due gravidanze portano alla nascita e alla rapida morte di Maria Grazia Letizia e Davide Giovanni, accolti come doni da accompagnare alla vita. Con il terzo figlio, Francesco, è Chiara ad ammalarsi: sceglie di custodire la sua vita prima di curare la propria. Muore nel 2012, lasciando una testimonianza luminosa di fiducia totale in Dio. La sua fama di santità ha portato all’apertura della causa nel 2018.

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Il Servo di Dio Roberto Malgesini, un prete felice di vivere la carità

Don Roberto Malgesini (1969-2020) ha vissuto nel silenzio il suo ministero di sacerdote, caratterizzato da una scelta per i poveri che affollavano le vie della città di Como. Sempre d’accordo con i suoi superiori e con la Caritas diocesana, ha agito accompagnando senzatetto, prostitute e migranti a recuperare la propria dignità, guidando anche molti volontari sulla sua stessa strada. Dopo la sua uccisione la mattina del 15 settembre 2020 per mano di Ridha Mahmoudi, uno degli uomini che aveva cercato di aiutare anche sul piano burocratico, il suo esempio ha conosciuto una diffusione sorprendente: per questa ragione, il 6 giugno scorso, nella diocesi di Como, si è aperta l’inchiesta diocesana della sua causa di beatificazione e canonizzazione, che segue la via dell’offerta della vita.

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