Intervista a don Mykhaylo Chaban, Ispettore dei Salesiani in Ucraina
Don Mykhaylo, l’Ucraina vive ormai da oltre quattro anni un atto di aggressione russa devastante. Come ha cambiato il modo di pensare, di sognare e di vivere il quotidiano dei giovani ucraini? Quali sono le loro ferite più profonde, ma anche i loro punti di resilienza?
Quattro anni sono un periodo molto lungo. All’inizio è stato estremamente difficile: regnava una grande paura, perché nessuno sapeva come vivere in una situazione di guerra né fino a dove sarebbe potuto avanzare l’esercito russo. Ricordo bene quel periodo: le scuole erano chiuse, le università si erano trasferite online, molte famiglie lasciavano le proprie case e tutto sembrava improvvisamente crollare.
Poi, gradualmente, abbiamo iniziato a rialzarci. Vedendo che il fronte si era in qualche modo stabilizzato e che il nostro sistema di difesa riusciva a garantire una certa sicurezza, molte persone hanno trovato il coraggio di tornare. Certamente, chi ha perso la casa o i propri cari porta ferite profondissime, e molti hanno dovuto ricominciare la propria vita in altri regioni dell’Ucraina o in altri Paesi europei. Ma tanti altri sono tornati a scuola, all’università, al lavoro, cercando di ricostruire il quotidiano.
Oggi viviamo una sorta di stabilità relativa. La popolazione ha imparato, purtroppo, a convivere con i pericoli della guerra: gli attacchi dei droni, i missili, gli allarmi continui. La gente sa quando è necessario rifugiarsi e quando invece si può continuare a vivere, lavorare, studiare.
Quello che colpisce profondamente me, come sacerdote e come salesiano di Don Bosco, è vedere che i giovani non hanno smesso di desiderare il futuro. Noi ucraini non siamo rimasti fermi ad aspettare la fine della guerra. Abbiamo ripreso in mano la nostra vita quotidiana: l’educazione, il lavoro, lo sport, la vita sociale. Recentemente sono stato con una nostra squadra di calcio nell’est del Paese, vicino alle zone più colpite, e ho visto giovani che continuano ad allenarsi, a stare insieme, a credere che la loro vita abbia ancora un orizzonte.
Come Salesiani crediamo profondamente che educare significhi soprattutto dare speranza. Don Bosco ci ha insegnato ad essere presenti accanto ai giovani soprattutto nei momenti più difficili. E oggi, in Ucraina, questo è forse il compito più importante: aiutare i ragazzi a non lasciarsi definire dalla paura o dal trauma, ma a scoprire dentro di sé la forza di rialzarsi e di continuare il cammino della vita.
Credo che proprio questa sia stata la nostra forza più grande: superare la fase iniziale di angoscia e trasformare il dolore in resilienza. E, come cristiani, continuiamo a credere che anche nei momenti più bui Dio non abbandona il suo popolo. La guerra ferisce profondamente il cuore dei giovani, ma vediamo anche nascere in loro una straordinaria maturità, solidarietà reciproca e una capacità sorprendente di custodire la speranza.
Forse questa è la lezione più grande che stiamo imparando: si può attraversare il dolore senza perdere la dignità, la fede e la capacità di continuare a costruire il bene.
Come educatore, nel cuore dei ragazzi vede una ferita profonda o una crisi dei valori consolidati? Prevale lo scoraggiamento o l’ottimismo per il futuro?
Le fragilità sono evidenti, soprattutto nei giovani che hanno subito la perdita dei genitori o di parenti stretti, oppure in coloro che hanno i padri al fronte e vivono ogni giorno nell’incertezza di sapere se torneranno vivi. Sono ferite profonde che segnano interiormente una generazione intera e che inevitabilmente influenzano il modo di guardare al futuro.
Al tempo stesso, però, ho notato qualcosa di molto significativo. Molti ragazzi hanno iniziato a vivere la dimensione spirituale in maniera molto più intensa. La preghiera ha assunto un significato nuovo e molto più profondo: non è più soltanto una pratica religiosa da compiere, ma una richiesta sincera di aiuto al Signore per la pace, per la protezione dei propri cari e per la salvezza di chi ogni giorno vive direttamente il dramma della guerra.
Come sacerdote e come salesiano, vedo che proprio nei momenti di sofferenza emergono spesso nei giovani domande essenziali sul senso della vita, sul dolore, sulla presenza di Dio e sul valore della speranza.
Direi che, nonostante tutto, continua a prevalere la speranza, accompagnata da un forte desiderio di guardare avanti. Vediamo che il nemico non riesce a sfondare; e che il nostro Paese continua a resistere e, pur pagando un prezzo altissimo in termini di vite umane e sofferenza, sappiamo di avere ancora la forza di difenderci.
Certamente, dopo dodici anni di guerra di cui oltre quattro anni di invasione russa su larga scala, questo ottimismo vive inevitabilmente delle oscillazioni. Ci sono stati momenti di grande entusiasmo, soprattutto quando siamo riusciti a riconquistare alcuni territori, e momenti molto difficili, come durante i durissimi attacchi delle ultime settimane, che hanno l’obiettivo preciso di terrorizzare la popolazione civile.
La paura la sentiamo tutti sulla pelle. Ma ciò che continua a colpirmi profondamente è la capacità della nostra gente di non lasciarsi paralizzare dalla paura. Come cristiani continuiamo a credere che, anche nei momenti più oscuri, Dio non abbandona mai il suo popolo e continua a sostenerci nel cammino.
A proposito di sport, sappiamo che ha fondato una realtà calcistica molto speciale. Di cosa si tratta?
Sì, oltre alla nostra scuola calcio tradizionale, che oggi accoglie quasi 400 ragazzi, abbiamo creato la prima squadra in Ucraina di amputee football, il calcio per amputati.
È composta in 85 % da ragazzi e ragazze che hanno subito gravissime lesioni di guerra riportando l’amputazione di arti: chi ha perso una mano gioca come portiere, mentre chi ha perso una gamba gioca utilizzando le stampelle.
Si tratta di un’iniziativa salesiana nata circa due anni fa con il nostro supporto che successivamente è stata accolta e sostenuta anche dalla Federazione Calcistica Ucraina. In soli due anni sono nate già circa venti squadre in tutto il Paese.
Recentemente la Federazione ha persino conferito un’onorificenza ai Salesiani come segno di riconoscenza per aver dato avvio a quest’iniziativa a livello nazionale.
Per noi questo non è semplicemente un progetto sportivo. Come Salesiani di Don Bosco, cerchiamo sempre di leggere i bisogni concreti del tempo presente e di incarnare la nostra missione educativa nelle necessità reali della società in cui viviamo.
Oggi in Ucraina ci sono oltre 50.000 persone, tra civili e militari, che hanno subito amputazioni a causa della guerra. Molti di loro portano ferite non solo fisiche. E noi cechiamo di offrire a loro un nostro sostegno anche psicologico, spirituale, e l’attività sportiva che li serve anche come riabilitazione.
Di fronte a questa realtà, quali sono diventati gli obiettivi educativi prioritari dei Salesiani in Ucraina? Come si educa alla speranza e alla pace in un Paese che sta affrontando la situazione di guerra iniziata dalla Russia?
I nostri obiettivi sono diventati estremamente concreti. Con lo scoppio della guerra, inizialmente l’istruzione scolastica e universitaria aveva inevitabilmente perso un po’ la centralità, perché tutta l’attenzione era concentrata sull’emergenza e sulla sopravvivenza quotidiana.
Noi, però, abbiamo sentito ancora più forte la responsabilità di rimettere al centro l’educazione. Come Salesiani siamo profondamente convinti che educare significhi costruire il futuro di una persona e, allo stesso tempo, il futuro di un intero Paese.
Per questo abbiamo voluto continuare a investire seriamente nell’educazione e nella formazione dei giovani nei nostri ambienti educativi: scuola professionale, ginnasio, case famiglia, società sportive, collegi per universitari. Siamo convinti che educare bene il cuore e la mente dei giovani, accompagnarli nella crescita umana e spirituale, educarli alla fede e insegnare loro un mestiere significhi offrire ai giovani un patrimonio che porteranno con sé per tutta la vita e che sarà fondamentale anche per la futura ricostruzione dell’Ucraina.
Il nostro impegno quotidiano è fare tutto il possibile affinché i giovani non perdano il diritto a ricevere una educazione degna e una formazione seria sia dal punto di vista professionale sia dal punto di vista umano e spirituale.
Educare alla pace e al perdono, nel contesto attuale dell’Ucraina, non è affatto semplice. Eppure, per noi Salesiani, rimane una missione necessaria e doverosa.
Tutti noi, giovani e adulti, desideriamo profondamente la pace. Ogni giorno preghiamo per la pace. Tuttavia, crediamo anche che debba trattarsi di una pace fondata sulla giustizia. Per comprendere la realtà della guerra nel nostro Paese, è necessario riconoscere che vi è un aggressore e vi è un popolo innocente aggredito; vi è chi invade e chi è costretto a difendere la propria vita, la propria libertà e la propria dignità. Non si tratta semplicemente di una guerra tra due popoli che rivendicano interessi contrapposti o di un conflitto etnico, ma di una violazione del diritto internazionale e della sovranità di uno Stato.
Accettare una semplice tregua temporanea non significa necessariamente raggiungere una pace vera. Quando la pace richiede la rinuncia alla libertà o alla dignità di un popolo, essa non può essere considerata autentica. La nostra esperienza storica ci insegna che, di fronte alle logiche imperiali prima sovietiche e poi russe, cedere una parte oggi può significare perdere tutto domani.
Per questo il nostro Paese continua a difendersi da un’aggressione e da un’invasione ingiuste, che hanno messo in discussione l’ordine internazionale e il rispetto del diritto tra le nazioni, creando un precedente pericoloso che potrebbe favorire, anche in altre parti del mondo, nuove forme di imperialismo e di sopraffazione dei popoli più deboli.
I nostri giovani desiderano profondamente la pace nel proprio Paese e nel mondo intero. Tuttavia, mentre la guerra continua a causare morte, distruzione e sofferenza, parlare di perdono è estremamente delicato anche dal punto di vista pastorale. Quando qualcuno perde i propri familiari, vede distrutta la propria casa o è costretto a lasciare la propria terra, si aprono ferite interiori molto profonde.
Non possiamo pretendere un’immediata riconciliazione interiore o un perdono istantaneo. Il Vangelo ci insegna il perdono, ma sappiamo anche che il cuore umano ha bisogno di tempo per guarire e di essere accompagnato gradualmente in un cammino di riconciliazione. Il perdono cristiano non cancella la memoria del male subito, ma libera il cuore dal dominio dell’odio.
Come Chiesa e come Salesiani, il nostro compito oggi è accompagnare queste ferite con pazienza e speranza, aiutando soprattutto i giovani a non lasciare che l’odio o il desiderio di vendetta diventino il principio che guiderà il loro futuro. Nello spirito di Don Bosco, desideriamo educare giovani capaci di essere costruttori di pace, uomini e donne riconciliati con se stessi, con gli altri e con Dio.
Educare alla pace, oggi in Ucraina, significa custodire la dignità umana, insegnare il rispetto reciproco e il valore della libertà di ogni persona, accompagnare il dolore di chi soffre e mantenere viva la speranza che un giorno sarà possibile costruire una pace vera, stabile e fondata sulla giustizia. Anche quando è difficile, educare alla pace e al perdono rimane uno dei compiti più alti e urgenti della nostra missione educativa e pastorale.
La guerra ha inevitabilmente ridefinito i confini identitari. Come sta vivendo la Chiesa Ortodossa locale il distacco dal Patriarcato di Mosca? C’è un reale cammino di indipendenza o si tratta di una strategia legata al momento?
Nel mondo ortodosso ucraino assistiamo oggi a una significativa divisione ecclesiale. Attualmente esistono sostanzialmente due principali realtà ortodosse.
Nel 2018 il Patriarcato Ecumenico di Costantinopoli ha concesso il Tomos di autocefalia alla Chiesa Ortodossa dell’Ucraina, nata dall’unificazione di due precedenti giurisdizioni: il Patriarcato di Kyiv e la Chiesa Ortodossa Autocefala Ucraina, entrambe già separate dal Patriarcato di Mosca.
Un’altra parte dell’ortodossia ucraina, appartenente al Patriarcato di Mosca, non ha aderito ufficialmente a questo processo di unificazione, fatta eccezione per alcuni vescovi, sacerdoti e comunità che hanno scelto di unirsi alla nuova Chiesa autocefala, ed è rimasta canonicamente legata al Patriarcato di Mosca.
In questi anni abbiamo assistito a un significativo passaggio di comunità e fedeli dalla Chiesa Ortodossa legata al Patriarcato di Mosca verso la Chiesa Ortodossa dell’Ucraina autocefala, anche se è difficile quantificare con precisione questo fenomeno.
Una parte della popolazione continua tuttavia a frequentare le comunità tradizionalmente legate al Patriarcato di Mosca. Le motivazioni sono diverse: spirituali, culturali, familiari e storiche. Al tempo stesso, la guerra ha portato molti fedeli a interrogarsi più profondamente sul rapporto tra appartenenza ecclesiale, identità nazionale e responsabilità morale.
Sono stati documentati numerosi casi di membri del clero appartenenti alle strutture ecclesiali legate a Mosca accusati dalle autorità ucraine di collaborazione con le forze russe o di diffusione dell’ideologia del cosiddetto «Russkij mir» («mondo russo»), un’ideologia che, in alcuni casi, è stata utilizzata per giustificare l’aggressione militare contro l’Ucraina. È tuttavia importante distinguere tra singole responsabilità personali e la vita religiosa ordinaria di molti fedeli che non condividono tali posizioni.
L’Ucraina rimane uno Stato democratico e pluralista, nel quale la libertà religiosa è garantita. Per questo motivo, le comunità ortodosse legate a Mosca continuano a esistere e a svolgere la propria attività religiosa nel quadro delle leggi vigenti.
Ciò che osserviamo oggi è una crescente presa di coscienza da parte della popolazione riguardo al rapporto tra fede, libertà e responsabilità storica.
Come cristiani, viviamo questa situazione con dolore, perché ogni divisione tra i discepoli di Cristo rappresenta una ferita al corpo ecclesiale. Tuttavia, non perdiamo la speranza che un giorno l’ortodossia ucraina possa ritrovare la piena unità in un’unica Chiesa locale, nel rispetto della propria tradizione, storia, e in fedeltà al Vangelo.
Allo stesso tempo, vediamo nascere nel nostro popolo un desiderio sempre più forte di verità, libertà e responsabilità, elementi indispensabili per costruire il futuro del Paese.
In questo scenario così frammentato, qual è il rapporto e la collaborazione tra i Salesiani (che in Ucraina appartengono alla Chiesa Greco-Cattolica sui iuris) e le altre confessioni cristiane?Prima di tutto bisogna dire che in Ucraina operano Salesiani appartenenti a due diverse realtà ecclesiali e giuridiche della Congregazione.
Da una parte vi è la Visitatoria Salesiana “Maria Ausiliatrice”, che vive e opera all’interno della giurisdizione della Chiesa Greco-Cattolica Ucraina alla quale appartengo anch’io insieme ad altri confratelli di rito bizantino-ucraino. Questa presenza rappresenta la realtà propriamente ucraina dei Salesiani, profondamente inserita nella tradizione della Chiesa Greco-Cattolica Ucraina.
Dall’altra parte in Ucraina operano anche i confratelli di rito latino appartenenti all’Ispettoria Salesiana della Polonia-Cracovia, che sono all’intero della giurisdizione della Chiesa Cattolica (Conferenza Episcopale della Chiesa Cattolica in Ucraina) che svolgono la loro missione pastorale ed educativa in diverse regioni del Paese. La maggior parte dei confratelli di rito latino hanno le radici polacche e all’inizio degli anni novanta svolgevano il loro servizio pastorale tra le comunità di rito latino composte dai fedeli di origine polacca.
Pur appartenendo a due strutture ecclesiali differenti, collaboriamo molto bene tra di noi, condividendo la stessa missione salesiana ricevuta da Don Bosco: essere presenti accanto ai giovani, specialmente nei contesti più difficili, offrendo educazione, accompagnamento spirituale e speranza concreta in un tempo così segnato dalla guerra.
In Ucraina opera il Consiglio Pan-Ucraino delle Chiese e delle Organizzazioni Religiose, un organismo interconfessionale unico nel suo genere, fondato nel 1996. Esso riunisce oltre il 90% delle comunità religiose del Paese. Ne fanno parte i rappresentanti delle Chiese ortodosse, greco-cattolica e cattolica latina, delle comunità protestanti ed evangeliche, nonché delle comunità musulmane ed ebraiche.
Si tratta di un organo indipendente di carattere consultivo, che riunisce rappresentanti di diverse religioni con lo scopo di promuovere i valori morali, sviluppare opere di carità e favorire il dialogo con lo Stato. Le decisioni vengono adottate sulla base del consenso di tutti i membri, indipendentemente dal numero dei fedeli o dall’influenza delle singole confessioni.
Il Consiglio è divenuto una voce importante della società civile in Ucraina. Ha condannato l’aggressione contro il nostro Paese, sostiene il servizio dei cappellani militari e accompagna la popolazione durante il tempo della guerra.
Il Consiglio può essere immaginato come una grande tavola rotonda attorno alla quale siedono rappresentanti di diverse religioni e confessioni. Le questioni teologiche vengono affrontate all’interno delle rispettive comunità religiose, mentre attorno alla tavola comune i partecipanti cercano vie concrete per servire la persona umana e il bene comune, aiutando la società e lo Stato.
Proprio questo dialogo favorisce la comprensione reciproca e previene l’insorgere di ostilità interreligiose. Il Consiglio contribuisce così a promuovere un clima di reciproca comprensione, tolleranza e collaborazione per il bene di tutto il popolo ucraino.
Anche noi Salesiani beneficiamo di questo clima di dialogo e di collaborazione. Esso favorisce relazioni fraterne e una buona cooperazione con le diverse comunità religiose. Non di rado, nelle nostre scuole, oratori e opere educative e pastorali per bambini e giovani partecipano ragazzi e giovani appartenenti a diverse confessioni cristiane e religiose, offrendo così una concreta testimonianza di rispetto reciproco, convivenza pacifica e servizio comune al bene dei giovani.
Credo che una delle testimonianze più belle nate durante questa guerra sia proprio vedere come, davanti alla sofferenza umana, le divisioni confessionali passino in secondo piano e prevalga il desiderio comune di servire la persona.
Ci riuniamo periodicamente per pregare insieme e coordinarsi. Lavoriamo fianco a fianco per risolvere i problemi dei profughi e attività educative.
Per noi Salesiani questo è molto importante. Don Bosco ci ha insegnato che il primo linguaggio della fede passa sempre attraverso la vicinanza concreta alle persone, specialmente ai giovani e ai più poveri.
Ad esempio, nella nostra comunità salesiana di Vynnyky, vicino a Leopoli, ospitiamo numerosi sfollati interni provenienti soprattutto dall’est dell’Ucraina. Inoltre collaboriamo con il Comune di Leopoli nella gestione del campus “Mariapolis”, che accoglie circa mille sfollati interni. La maggior parte di loro appartiene alla tradizione ortodossa o ad altre confessioni cristiane.
Abbiamo sempre cercato di non limitarci soltanto all’assistenza materiale. Un nostro sacerdote garantisce quotidianamente accompagnamento e sostegno spirituale alle persone accolte, perché in momenti come questi non basta offrire cibo o un tetto: bisogna aiutare le persone a non perdere la speranza interiore.
Inoltre, altri confratelli si recano regolarmente nelle zone vicine alla linea del fronte per portare aiuti umanitari, conforto spirituale e, soprattutto, per essere presenza della Chiesa accanto a chi soffre: sia tra la popolazione civile, spesso appartenente a diverse confessioni cristiane e religioni, sia tra i militari.
Molte volte non possiamo cambiare concretamente la situazione esterna, ma possiamo far sentire alle persone che non sono sole. Come sacerdoti, questa presenza diventa una forma concreta di testimonianza evangelica.
La guerra ci ha insegnato ancora di più ciò che Don Bosco ripeteva ai suoi giovani: ogni persona, specialmente quando soffre, ha bisogno prima di tutto di sentirsi amata, accompagnata e custodita. Ed è proprio questa la missione che oggi cerchiamo di vivere ogni giorno in Ucraina.
Purtroppo la guerra ci ha toccati molto da vicino. Sebbene tra noi Salesiani non vi siano state vittime dirette, abbiamo pianto la perdita di circa una decina di giovani profondamente legati alle nostre opere: ex allievi della scuola professionale, ragazzi della casa famiglia, animatori, insegnanti ed ex allievi tra i venti e i quarant’anni che hanno perso la vita a causa della guerra.
Per noi questa non è una semplice statistica. Sono volti concreti, storie personali, giovani che abbiamo accompagnato per anni nel loro cammino di formazione umana e spirituale.
Quando perdiamo uno di loro, sentiamo di perdere una parte della nostra famiglia salesiana. La loro morte lascia un vuoto profondo nelle nostre comunità, ma il loro ricordo rimane vivo nella nostra preghiera quotidiana.
Anche alcuni dei nostri confratelli hanno sperimentato da vicino la durezza della guerra. Uno di loro, che si reca regolarmente nelle zone di combattimento per portare aiuto materiale e sostegno spirituale ai giovani militari, è stato ferito durante una delle sue missioni. Un altro, trovandosi al fronte per prestare assistenza pastorale, ha perso un piede.
In mezzo al dolore e alla sofferenza della guerra, continuiamo tuttavia a testimoniare la speranza cristiana, certi che l’amore è più forte dell’odio e che, in Cristo risorto, la vita ha l’ultima parola.
Il legame tra l’Associazione CMB (Comunità della Missione di don Bosco) e l’Ispettoria Ucraina si è intensificato notevolmente in questo periodo. Che cosa ha significato per voi, concretamente e spiritualmente, questa catena di solidarietà e quali sono i progetti futuri?
Il legame tra la Comunità della Missione di Don Bosco (CMB) e la nostra Ispettoria si è consolidato in modo particolare proprio con lo scoppio della guerra. In quel momento difficile, Guido Pedroni e la sua associazione hanno espresso il forte desiderio di venirci concretamente incontro per sostenere i numerosi profughi che stavamo accogliendo nelle nostre opere salesiane.
Da allora è nata una collaborazione molto bella e feconda, che non riguarda soltanto l’emergenza del presente, ma guarda con responsabilità e speranza anche al futuro.
Uno dei frutti più significativi di questa collaborazione è stata la possibilità offerta ai nostri animatori e ad alcuni ragazzi della casa famiglia di trascorrere due settimane in Italia, accolti da diverse famiglie durante l’esperienza dell’Estate Ragazzi. Per molti di loro è stata un’esperienza indimenticabile: non hanno ricevuto soltanto un aiuto materiale, ma hanno sperimentato una fraternità concreta che li ha fatti sentire accolti, amati e non soli.
Accanto alla vicinanza umana, abbiamo vissuto anche una profonda comunione spirituale ed ecclesiale. Un nostro sacerdote ha partecipato a un loro convegno in Italia e anch’io ho avuto l’opportunità di essere presente personalmente, conoscendo più da vicino la loro missione e sperimentando la ricchezza del carisma salesiano vissuto nella corresponsabilità tra laici e consacrati.
In questi anni abbiamo toccato con mano quanto sia importante sentirsi parte di una grande famiglia salesiana internazionale e di constatare che la solidarietà cristiana supera ogni confine geografico, culturale e linguistico.
Per il futuro abbiamo già condiviso con l’Associazione alcune prospettive concrete. Anzitutto, desideriamo promuovere uno scambio reciproco di animatori e approfondire la collaborazione educativa tra le nostre realtà. Stiamo inoltre riflettendo sulla creazione di una “Scuola di Pace”, un itinerario formativo che unisca esperienze, contenuti educativi e spazi di incontro per educare i giovani alla riconciliazione, alla responsabilità e alla convivenza fraterna.
Per noi non si tratta semplicemente di organizzare attività, ma di formare una nuova generazione capace, un domani, di costruire una società diversa, fondata sul rispetto della dignità umana, sulla responsabilità reciproca e sulla cultura della pace.
Esiste infine una prospettiva particolarmente bella e promettente: la possibilità che nascano piccoli gruppi locali della Comunità della Missione di Don Bosco, specialmente a Leopoli e forse anche a Kiev, dove diverse persone stanno iniziando a conoscere, apprezzare e condividere questo carisma di comunione e di servizio.
Siamo convinti che la pace non si costruisca soltanto attraverso accordi politici, ma anzitutto attraverso l’educazione dei cuori e la formazione delle coscienze. Per questo guardiamo al futuro con speranza, certi che il Signore continui a operare attraverso la generosità di tante persone e la comunione della Famiglia Salesiana.
Chernobyl fa parte del passato profondo dell’Ucraina, mentre Zaporizhzhia è diventata il simbolo dei rischi del presente. Da una prospettiva educativa e cristiana, come interpretate questo dualismo della tecnologia, capace di generare progresso ma anche distruzione?
È una riflessione molto profonda e, allo stesso tempo, drammatica. L’Ucraina porta ancora nel cuore la ferita di Chernobyl, una tragedia che ha segnato intere generazioni e che rimane un monito per tutta l’umanità. Oggi, però, viviamo una nuova angoscia: il rischio che la guerra possa provocare un disastro attorno alla centrale nucleare di Zaporizhzhia. In questo senso, Chernobyl appartiene al passato, mentre Zaporizhzhia rappresenta una minaccia del presente.
Questa esperienza ci insegna che la tecnologia possiede sempre un carattere ambivalente: può diventare strumento di sviluppo e di benessere, ma anche causa di distruzione quando viene sottratta alla responsabilità etica. La tecnologia, infatti, non è né buona né cattiva in sé; tutto dipende dall’uso che l’uomo decide di farne.
Le centrali nucleari, ad esempio, sono fondamentali per il fabbisogno energetico dell’Ucraina. Tuttavia, la guerra ci obbliga a riflettere seriamente sulla responsabilità morale che accompagna ogni progresso scientifico. Oggi si studiano sistemi sempre più avanzati per proteggere le infrastrutture energetiche da attacchi missilistici e per garantirne la sicurezza anche in situazioni estreme.
Lo scorso inverno abbiamo sperimentato quanto sia fragile il nostro sistema energetico: numerose infrastrutture sono state colpite, lasciando intere città senza elettricità e riscaldamento per lunghi periodi. A questo si aggiunge una grave emergenza ecologica, le cui conseguenze probabilmente accompagneranno il nostro Paese per molti anni.
Da una prospettiva cristiana, crediamo profondamente che il creato sia un dono affidato alla responsabilità dell’uomo. Per questo la tecnologia non può essere separata dall’etica, dalla solidarietà e dalla custodia della casa comune. Terminata la guerra, una delle grandi sfide morali e civili dell’Ucraina sarà proprio la ricostruzione ecologica del Paese.
Non basterà ricostruire case, città e infrastrutture: sarà necessario ricostruire anche il rapporto corretto tra uomo, tecnologia e creato, affinché il progresso sia sempre al servizio della vita e della dignità umana, e mai della distruzione.
Un’ultima domanda: come sentite la vicinanza della Chiesa universale e del Papa in questo momento?
Sentiamo la Chiesa molto vicina.
Fin dai primi giorni della guerra abbiamo sperimentato concretamente la vicinanza della Chiesa universale. Il sostegno e la sollecitudine di Papa Francesco non sono mai mancati e, anche oggi, le parole e i gesti di Papa Leone XIV ci fanno sentire realmente compresi, ascoltati e sostenuti nel profondo.
Gli aiuti materiali che giungono attraverso organizzazioni caritative cristiane, le missioni salesiane e numerose realtà ecclesiali presenti in tutto il mondo testimoniano in modo concreto che la comunità cristiana universale non è indifferente al dramma che il nostro popolo sta vivendo.
Per noi, tuttavia, questo sostegno non ha soltanto un valore materiale. Sapere che milioni di persone pregano per l’Ucraina, che la Chiesa continua a ricordare la sofferenza del nostro popolo e che tanti cristiani nel mondo si sentono spiritualmente uniti a noi, ci dona una forza straordinaria.
Proprio in questo tempo di sofferenza abbiamo compreso ancora più profondamente il valore della comunione ecclesiale. Come sacerdote, sento che nei momenti di prova emerge con maggiore chiarezza cosa significhi appartenere davvero alla Chiesa universale: noi oggi soffriamo, ma non soffriamo da soli e che tanti fratelli e sorelle ci sono vicini.
Continuiamo a credere che Dio guidi la storia anche quando l’uomo sembra scegliere la via della distruzione. Per questo non vogliamo perdere la speranza.
Come Salesiani di Don Bosco continuiamo ogni giorno a stare accanto ai giovani, perché siamo convinti che educare i giovani oggi significhi costruire già da ora l’Ucraina di domani.
La guerra finirà. E quando finirà, il compito più importante non sarà soltanto ricostruire case, scuole e città distrutte, ma ricostruire il cuore delle persone.
Ed è proprio qui che la Chiesa, e noi Salesiani in particolare, sentiamo di avere oggi la nostra missione più grande: accompagnare, educare e ridare speranza.
Don Ferdinando Colombo, salesiano
Immagine di copertina: Don Mykhaylo Chaban e Don Ferdinando Colombo durante l’intervista. Nelle altre foto la prima squadra di calcio «amputee football» dell’Ucraina, e Don Mykhaylo Chaban.




