Intervista a Suor Stefania Morlacchi,
Carmelitana scalza
Ti puoi presentare?
Mi chiamo Stefania, sono originaria di Pescara e ho 52 anni. Sono Carmelitana Scalza e vivo a Tangeri, in Marocco.
Ci puoi raccontare come sei arrivata fin lì?
Diciamo che è stata una ricerca di pienezza che mi ha accompagnata dall’adolescenza. Fino a 27 anni ho avuto una vita «pienissima»: studi scientifici, sport a livello agonistico, impegno in parrocchia, Gioventù Francescana, amici, lavoro, viaggi. Sognando la mia futura famiglia.
Non pensavi alla consacrazione?
Assolutamente no. Ne scartavo a priori la possibilità. Dicevo a Gesù: «Va bene tutto, tranne suora». Però avevo le giornate piene e il cuore vuoto. Sentivo dentro un senso di incompiutezza che mi faceva stare male.
E che cosa hai fatto?
Ne parlai con il parroco e mi disse: «Perché non fai un’esperienza di missione? Hai un mese di ferie…». «Ok, proviamo. Dove vado?». «Conosco una suora salesiana che vive in Tunisia. Ne parlo con lei e ti faccio sapere». Poche settimane dopo ero sul volo Roma-Tunisi. Con l’entusiasmo di un’incosciente e la certezza che avrei cambiato il mondo con la mia sola presenza. E invece…
Invece?
Suor Lidia venne a prendermi in aeroporto e mi portò a Menzel Bourguiba, dove le suore avevano una scuola materna ed elementare. «Ok, mi dedicherò all’insegnamento», pensai. Era agosto, mese di vacanze scolastiche. Ho visto un bambino due giorni prima di tornare in Italia. E ovviamente non sono riuscita a dirgli niente perché non parlavo arabo né francese. Un vero successo! In quel mese lì mi sono dedicata a fare una sola cosa: a imparare. Che in missione si va per fare ciò di cui c’è bisogno, non per sognare prodezze; che quelli a cui pensiamo di poter donare qualcosa, in realtà ci insegnano a vivere; e che, prima di cambiare il mondo, avrei dovuto iniziare a cambiare altro…
Che cosa intendi, di preciso?
Il mio modo di vedere la realtà. Suor Lidia un giorno mi disse che nei suoi 25 anni di vita in Tunisia non aveva visto nemmeno una conversione al cristianesimo. E io le chiesi: «Ma allora che ci fai qui?». La sua risposta mi fece l’effetto di uno tsunami: «Sono qui per testimoniare che possiamo vivere insieme in pace. Tutti questi bimbi musulmani sanno che i cristiani non sono nemici. E noi dobbiamo solo seminare. Dio solo sa quando arriverà il tempo della germinazione e della fioritura». Addio mentalità efficientista occidentale, addio risultati quantificabili. 25 anni così. Come il chicco di grano caduto in terra.
È stato in quel momento che hai sentito nascere la tua vocazione?
No, non ero ancora disposta ad «arrendermi» a Dio. Continuavo a cercare la mia felicità pensando di sapere dove e come trovarla. Ma l’esperienza della Tunisia aveva lasciato il segno. Ero tornata in Italia con tanti dubbi e una grandissima necessità di stare da sola con Gesù. In silenzio. E al tempo stesso l’insoddisfazione cresceva e diventava sempre più insopportabile. Così il parroco mi disse di provare a fare un’esperienza di missione più lunga. Il che significava lasciare il lavoro (con un contratto a tempo indeterminato) e tutto il resto: famiglia, amici, attività. Mi mise in contatto con don Ferdinando, che mi propose l’Angola. Non sapevo nemmeno dove fosse. Però risposi che ero disposta a partire. Non vedevo nessun’altra via d’uscita. Ma non avrei mai immaginato quello che Gesù aveva preparato per me laggiù. Vi rimasi un anno e mezzo circa. Mi sembrava di aver finalmente trovato quello che avevo sempre cercato: mi piaceva tutto della vita di missione e mi trovavo bene con i missionari e con gli angolani. Eppure quel senso di insoddisfazione non mi abbandonava nemmeno lì. Anzi, si faceva sempre più insostenibile. Non sapevo più che fare. Ricordo come fosse ieri che un giorno, in lacrime, dissi a Gesù: «Mi arrendo. Non ho saputo trovare la felicità con le mie sole forze. Dimmi Tu quello che vuoi da me». E sentii con una chiarezza indescrivibile che Lui mi voleva al Carmelo, nella mia città di Pescara.
Dunque dalla missione in Africa sei passata direttamente alla clausura: come hanno reagito i tuoi familiari?
Quando l’ho detto a mia madre al telefono, mio padre, che le stava vicino e stava ascoltando, ha preso il telefono e mi ha detto: «Tu? In clausura???». Effettivamente, non era esattamente quello che ci si sarebbe aspettato da me. Non me l’aspettavo neanch’io, ad essere sincera. Però sentivo che potevo fidarmi di Gesù. Anche se non ci capivo granché… Sono tornata in Italia e sono entrata nel Carmelo di Pescara. E lì Gesù ha continuato l’opera che aveva iniziato in Tunisia: insegnarmi che il centro della mia vita non ero io, ma Lui.
E come si inserisce il Marocco in questo cammino?
È stata una «vocazione nella vocazione». Dopo 8 anni nel Carmelo di Pescara è arrivata a tutti i monasteri una richiesta di aiuto dal Carmelo di Tangeri. Ho dato subito la mia disponibilità alla Superiora: sentivo che era il pezzo mancante del mosaico che Gesù stava facendo della mia vita. E Lui ha fatto in modo di aprire tutte le porte per portarmi qui a Tangeri.
Come si svolge oggi la tua vita nel Carmelo di Tangeri?
Siamo una comunità internazionale, con sorelle da 4 continenti. Viviamo il carisma di Santa Teresa di Gesù in mezzo ai nostri fratelli musulmani, che ci rispettano e ci stimano. Ci chiamano «le donne di Dio»: sanno che siamo qui per pregare per loro e per tutti. La nostra vita è scandita dalla preghiera, che è anche il nostro apostolato. Qui si fa sempre più chiara l’esperienza che suor Lidia aveva condiviso con me: essere seme che si nasconde nella terra, lasciando che sia Dio a farlo germinare. È una vita intessuta di speranza… e di certezza che Dio ci ama tutti e ci aspetta tutti. Noi siamo qui per dirlo con la nostra vita.
Guardando avanti, quali sono i progetti della vostra comunità?
Imparare ad amare e a lasciarci amare. Non si finisce mai di farlo. Il resto… è nelle mani di Dio!
Per concludere, che messaggio vuoi lasciare ai nostri lettori a partire dalla tua esperienza?
Fidati di Dio. Lasciati portare da Lui. Ti vuole felice, pienamente felice, eternamente felice.
Ugo P. Aluppi
Immagine di copertina e foto nel testo: Suor Stefania Morlacchi nel Carmelo a Tangeri.




