Da continente dimenticato a nuova frontiera
L’Africa è stato a lungo il continente dimenticato e lo potremmo dire anche da parte dei Salesiani, se inteso come popolazione autoctona e non come continente. Eppure quella di inviare missionari al di là del Mediterraneo era stata la prima richiesta di missionari a don Bosco. Gliela aveva avanzata il famoso don Comboni, ma don Bosco aveva declinato l’invito di mandare i suoi figli a dirigere un istituto al Cairo. Non aveva neppure accettato di dare una mano ad un orfanotrofio di immigrati di Algeri come richiestogli dall’arcivescovo Charles Lavigerie. Non smise però di sognare missionari salesiani nel continente nero.
A SERVIZIO DEI COLONI PIÙ CHE DEGLI AFRICANI
Toccò al suo successore don Rua muovere i primi passi in quella direzione. Lo fece all’epoca della “corsa per l’Africa” lanciata dalla conferenza internazionale di Berlino del 1885, con la quale le potenze europee avevano spartito il continente tracciandone confini artificiali.
Si iniziò dal nord, ad Orano in Algeria ove i Salesiani nel 1892-1893 aprirono due presenze di oratorio e scuola per giovani di origine francese; ma le leggi anticlericali della madre patria di inizio secolo li costrinse ufficialmente a ritirarsi. In Tunisia invece, con le stesse leggi applicate in forma più blanda, nel biennio seguente poterono sopravvivere due scuole salesiane di arti e mestieri e un oratorio per immigrati italo-francesi. Nel 1896 fu la volta di una scuola di arti e mestieri ad Alessandria d’Egitto, in favore della grande comunità italiana della città. Nello stesso anno i Salesiani inglesi si insediarono all’altro capo del Continente, città del Capo, con una scuoletta di arte e mestieri per i bianchi “poveri” della città.
Si trattava sempre di opere coloniali in favore degli immigrati europei, non di africani, per quali la prima fondazione fu avviata in Mozambico nel 1907 da Salesiani portoghesi. Iniziarono con una scuola per tipografi, ma vista la mancanza di prospettive di lavoro in tale ambito per ragazzi di colore, aprirono per loro una scuola agricola, purtroppo subito distrutta da un’inondazione. E mentre progettavano altre possibilità di lavoro, nel 1911 furono espulsi in applicazione delle leggi anticlericali della madre patria. Fortunatamente in contemporanea i Salesiani belgi aprirono una scuola elementare per i pochi bambini bianchi di Elisabethville e un piccolo laboratorio artigianale di cucito per pochi neri, affiancato successivamente da uno di falegnameria. Sarebbero diventati sei in dieci anni per un gruppo di 150 ragazzi, oltre a quelli che frequentavano la nuova scuola agricola a Kiniama.
Al momento dello scoppio della grande guerra, che fermò ogni iniziativa missionaria, in Africa operavano comunque oltre 70 Salesiani, alcuni clandestinamente, in dieci diverse case, cui si aggiungevano una ventina di Figlie di Maria Ausiliatrice con tre case. Certo erano per lo più al servizio dei bianchi, condizionati, e in qualche modo protetti, dalle autorità coloniali.
IL VENTENNIO TRA LE DUE GUERRE ED IL SECONDO DOPOGUERRA
Superata la crisi politico-militare, ripresero vigore le attività salesiane già presenti sul territorio africano e si procedette con nuove opere educativo-missionarie nelle Canarie spagnole (1923), nel Marocco francese (1929), nell’arcipelago portoghese di Capo Verde (1943) e prima ancora nella Libia Italiana (1939), dove con il Vicario apostolico italiano gestirono undici parrocchie con 30.000 coloni italiani, in un territorio sottomesso ad un continuo passaggio di eserciti occupanti. A fine guerra dovettero lasciare il paese, ma nel frattempo nel Katanga (già Congo Belga, Zaire, oggi Repubblica Democratica del Congo) i Salesiani avevano allargato i loro spazi di azione in favore della popolazione nera, tanto che nel 1929 don Giuseppe Sak era stato nominato Vicario apostolico, primo vescovo salesiano in Africa. Nel 1939 le case salesiane in Africa si erano triplicate ed i salesiani raddoppiati.
Nel dopoguerra il trend positivo continuò con altre presenze missionarie non molto consistenti, ma significative, a Capo Verde (1946), a Madeira (1950), in Mozambico (1952), in Rwanda e Swaziland (1953). Ma ormai la lunga stagione coloniale cedeva il posto all’indipendenza dei singoli Paesi, non senza durissimi scontri con il riemergere di antichi contrasti tribali e le rivalità delle nuove forze politiche. Il Congo Belga visse un decennio di lotte cruente e anche di requisizioni delle opere educative cattoliche. Una guerra civile scoppiò pure in Burundi e in Mozambico, con ovvie conseguenze per i missionari. Comunque essi presero piede nel Congo-Brazzaville (1959), in Burundi (1962), in Gabon (1964), in Guinea Equatoriale (1972-1977), in Etiopia (1975). Ma in quegli stessi anni stava maturando una nuova stagione, ricca di sorprese.
L’ORA DECISIVA IN RISPOSTA AL “GRIDO DI DOLORE”
In un momento difficile per la Congregazione con il calo delle vocazioni degli anni settanta, scoccò l’ora decisiva dell’Africa: nel 1978 il Capitolo Generale Salesiano, presieduto dal Rettor Maggiore, Don Egidio Viganò, a seguito dell’intervento dell’unico capitolare africano di pelle nera, Jacques Ntamitalizo [poi ucciso nella guerra civile rwandese nel 1995), lanciò un coraggiosissimo progetto Africa, che nel volgere di pochi anni dopo si concretizzava allorquando ogni Ispettoria o a gruppi di Ispettorie inviarono confratelli a fondare oratori, scuole, centri professionali, case di formazione, centri per giovani a rischio, parrocchie, centri di animazione pastorale, di comunicazione sociale, radio in un diverso paese africano. A supporto dei missionari o accanto a loro operavano decine e decine di volontari laici di ONG o meno (VIS, OMG, Amici dei popoli, Amici del Sidamo…) Nel primo ventennio, ben 27 paesi africani si aggiunsero ai 15 paesi in cui i missionari salesiani già avevano lavorato.
Oggi, a distanza di 45 anni, i Salesiani sono presenti in 42 paesi africani, Madagascar compreso, con oltre 250 opere educativo-pastorali gestite da oltre 2.000 Salesiani laici e sacerdoti (fra cui alcuni vescovi) ormai nella quasi totalità africani. Sono pronti non solo a vivere in proprio il carisma salesiano in mezzo alle loro giovanissime popolazioni, ma anche ad inviare propri missionari nei paesi di antica cristianità. È dunque in atto un nuovo capitolo di storia salesiana, quello del volto africano di don Bosco, opportunamente inculturato nei vari popoli e sempre a beneficio delle chiese locali.
UN APPELLO SEMPRE VALIDO PER I SALESIANI
È quello recentissimo di papa Leone XIV alla chiesa europea:”oggi c’è bisogno di un nuovo slancio missionario, di laici, religiosi e presbiteri che offrano il loro servizio nelle terre di missione, di nuove proposte ed esperienze vocazionali capaci di suscitare questo desiderio, specialmente nei giovani” (Dilexi te, 4 ottobre 2025). Si tratta di una sfida da non lasciar cadere nel vuoto. Se l’esempio dei ai primi dieci missionari inviati da don Bosco in Argentina nel 1875 è stato accolto nei successivi 150 anni da 7.000 Salesiani, il tempo delle missioni non è dunque concluso. Di certo si impone loro la necessità di un’ecclesiologia particolare, di una missiologia attuale: quella di comunione, di corresponsabilità, di reciprocità, quella tanto promossa dal compianto papa Francesco.
Don Francesco Motto, già Dir. Ist. Storico salesiano
Immagine di copertina: mappa della presenza salesiana nel mondo (2025)


