Nativo di Lissone, ex allievo delle Opere Salesiane di Sesto San Giovanni, Alessandro entra in Seminario dopo il diploma. Una grave malattia del sangue lo porta ad assentarsi spesso per ragioni di cure, ma non frena il suo desiderio di celebrare anche una sola Messa, per rivelare a tutti, soprattutto ai giovani, l’amore di Gesù. È morto prima di diventare prete, ma i suoi scritti hanno ispirato un film e segnano il cammino di tanti.
In un ospedale come tanti, Maria Rosa, infermiera, si sta apprestando ad aiutare i colleghi per un prelievo. Si trova di fronte un giovane dall’aria allegra, che non perde occasione di sdrammatizzare. Improvvisamente, lo vede assumere un’espressione seria e sente queste parole, che lui rivolge a uno dei medici: «Sì, va bene! Dottore, io non le chiedo tanto, io non voglio tanto. Le chiedo solo di farmi vivere ancora quattro anni, il tempo di diventare prete. Le chiedo il tempo di celebrare una Messa, la mia Messa, una sola volta: una Messa vale tutte. Dottore, il tempo di una Messa…». Il paziente si chiama Alessandro Galimberti ed è un seminarista della diocesi di Milano.
Vado in seminario
Nato a Lissone in Brianza il 10 agosto 1980, è il primo dei due figli di Luigi Galimberti e Maria Grazia Colombo. Dal sacerdote del suo oratorio, ma anche da suo zio don Ambrogio, fratello della madre, ottiene fin dall’infanzia consigli ed esempi per progredire sulla via del bene. Riceve la Prima Comunione a 8 anni e la Cresima a 11; nel frattempo, s’impegna nel servizio all’altare nella chiesa dei SS. Pietro e Paolo a Lissone, la sua parrocchia.
Un giorno, mentre è in viaggio in auto con i genitori, rivela loro una decisione su cui ha molto meditato: vuole entrare in seminario. Non da solo: anche suo fratello Davide manifesta, quasi contemporaneamente, la stessa intenzione. Papà Luigi rimane sbalordito, ma alla fine, insieme alla moglie, acconsente.
Nell settembre 1999 Alessandro varca quindi l’ingresso della sede di Venegono Inferiore del Seminario Arcivescovile di Milano, per frequentare il Corso Propedeutico: ha da poco terminato le superiori presso le Opere Salesiane di Sesto San Giovanni, dove ha ottenuto la maturità scientifica con indirizzo tecnologico.
Proprio ai suoi precedenti educatori, una volta passato al Biennio teologico a Seveso, scrive il 31 gennaio 2002: «Sono entrato in Seminario tre anni fa pensando di avere anche io una buona stoffa, così come don Bosco era abituato a riconoscere nei suoi ragazzi, in modo particolare per San Domenico Savio. Ed ora sono qui ad affrontare un biennio di Spiritualità. Ragazzi… non è per niente facile essere cristiani, e essere amici seri di Gesù. Non è facile ma è molto bello».
Un discernimento doloroso
Tuttavia, proprio nei primi mesi di studio, insorgono in lui i sintomi di una malattia del sangue, di tipo autoimmune. Monsignor Ennio Apeciti, che all’epoca era docente di Storia della Chiesa al primo e all’ultimo anno di Teologia, ricorda che spesso doveva bere per assumere le medicine e che, per scusarsi, gli ricordava sorridendo: «Sa, devo bere con quello che prendo. Non pensi che è per maleducazione. Sa, dicono che devo bere molto con le pastiglie che prendo».
Trascorre quindi molto tempo fuori dalle mura del seminario, impegnato in prelievi, controlli, visite più o meno lunghe. Prova lo stesso a tenersi in pari con gli esami, aiutato dagli educatori e da quelli, tra i compagni di studi, che gli sono più amici. Le sue armi sono la preghiera, in particolare quella della Liturgia delle Ore e del Rosario, e l’Eucaristia. Eppure preferisce non essere compatito o visto solo come una cavia da laboratorio: «Un “sano” malato» è la definizione che dà di sé, nelle lettere al direttore spirituale dei seminaristi.
Nonostante la solitudine che spesso avverte, o i ricordi della sua precedente vita che riaffiorano alla mente, Alessandro cerca di stare presso la Croce: è un concetto che torna spesso, nelle sue lettere e nei suoi scritti poetici.
Chiedere la gioia per rivelare Gesù
In uno di questi, forse il più famoso in assoluto, il giovane si paragona all’olio di nardo versato, secondo il racconto di Giovanni, da Maria sorella di Lazzaro sui piedi di Gesù. È il brano di Vangelo che lui aveva scelto come centro della Regola di Vita nella quale, già nel 2001, segnava i punti fondamentali della sua vita di fede. Essere come quel profumo, per lui, significa essere anzitutto «strumento di rivelazione» della presenza del Signore, anche se non poteva esercitare direttamente il ministero.
I superiori e il cappellano dell’Ospedale Policlinico di Milano iniziano allora a ipotizzare di chiedere al Papa la dispensa speciale per ordinarlo in anticipo, ma una serie di circostanze impediscono loro di agire, non ultima un’infezione che induce il seminarista in coma farmacologico. Ecco cosa scrive, una volta ripresosi, ai compagni che studiano a Venegono: «Carissimi fratelli, la fede come l’eternità è fatta dall’attimo di amore intenso che si ha con il Padre. E per me, nella mia vita, entra proprio con un’unzione di un olio, con un profumo, il profumo dell’oggi per me di Gesù. E oggi lo assaporo nella malattia, senza avere timore di chiedere quello che veramente desidero: la gioia.
E chiedere la gioia non significa per niente evitare nella vita gli ostacoli. Essere prete, essere uomo di Dio è forse un impegno che ti permette di buttarti a capofitto dentro il mare della vita, per alcuni della sofferenza, sapendo che, anche se ti senti verme, sei pur sempre custodito nelle mani calde del Padre».
Nella notte tra il 2 e il 3 gennaio 2004, ormai in fase terminale da giorni, Alessandro ha lasciato questo mondo.
Il profumo si espande
Cinque anni dopo, la GPG Film, una casa cinematografica indipendente di Lissone, ha preso spunto dalla sua vicenda per il soggetto di Voglio essere profumo, un lungometraggio di finzione che, grazie al passaparola, è stato proiettato in gran parte d’Italia. Monsignor Apeciti, per saldare il debito di riconoscenza che sente verso il suo giovane allievo, ne ha raccolto gran parte degli scritti nel volume Voglio essere come profumo di nardo, uscito nel decimo anniversario della sua scomparsa.
Il ricordo di Alessandro non si limita più solo alla sua parrocchia o alla sua diocesi, ma è patrimonio di un numero sempre più crescente di fedeli. Chi gli fu vicino negli anni di formazione e ora è sacerdote sente sia il rimpianto di averlo perso, sia lo sprone a vivere pienamente il sacramento dell’Ordine, quasi per realizzare quello che Alessandro aveva desiderato con tanta passione.
Emilia Flocchini
Immagine di copertina: Alessandro Galimberti con Papa Giovanni Paolo II.




