“Basta che siate giovani perché io vi ami assai”

1. IL MODO SALESIANO DI CONSIDERARE I GIOVANI

In quanto appartenenti al carisma salesiano, noi abbiamo una tradizione che ci precede e ci accompagna. Che ci copre le spalle e ci fa da pavimento sicuro. Essa nasce dal cuore di don Bosco, che prima di tutto ha imparato a guardare i giovani con lo sguardo di Dio. E qual è questo sguardo? È lo sguardo fiducioso e promettente di un padre e di una madre che vedono nel loro figlio e nella loro figlia la possibilità di futuro, la nobiltà della loro famiglia, la propositività di una nuova vita, la forza di un approccio inedito, l’originalità di una storia che continua in maniera sempre diversa, la possibilità di aprire nuovi orizzonti.

Don Bosco, quando si fa vicino ai giovani carcerati a cui è mandato dal suo accompagnatore spirituale e pastorale, san Giuseppe Cafasso, vede esattamente questo: da una parte l’ingegno e la grandezza di questi giovani, che don Bosco riconosce ricchi di doti e di possibilità; dall’altra la miseria della loro condizione, rinchiusi a far nulla e vicini alla perdizione. Per avere a che fare con i giovani siamo chiamati a nutrire due considerazioni che paiono opposte: la prima riguarda la loro dignità, la seconda il loro degrado. Don Bosco ha avuto chiaramente coscienza della dignità dei giovani: amati da sempre e chiamati per nome dal Dio amante degli uomini, che ha pensato per ognuno di loro alla felicità nel tempo e per l’eternità. Ma ha anche avuto una coscienza altrettanto lacerata sul loro degrado: attraversando le strade della Torino dell’Ottocento li ha visti dispersi, schiacciati, umiliati, abbandonati.

2. UN PRIMO RITRATTO DELLA GIOVINEZZA

Se dal punto di vista fisico il giovane si trova nel momento della massima forza espressiva e della pienezza di energia propositiva, tanto da essere presentato come “una vita in pieno decollo”, egli si caratterizza prima di tutto con il coraggio di prendere in mano la propria vita e con la fortezza dell’osare sentieri nuovi. Biblicamente è molto interessante – tra le varie figure possibili, fare riferimento a Giosuè, il giovane assistente di Mosè che ad un certo punto è chiamato a guidare il popolo per condurlo nella terra promessa. A lui viene rivolta in varie occasioni questa parola sia da Dio che da Mosé: «Sii forte e (molto) coraggioso» (cfr. Dt 31,7.23; Gs 1,6.7.9.18). Ecco il giovane: uno che ha davanti a sé una terra promessa e che viene sollecitato a prendersi il rischio di entrarvi.

Da questo cespite simbolico della fortezza e del coraggio, in cui risiede il dinamismo proprio della giovinezza intesa come disposizione naturalmente propositiva nei confronti dell’esistenza, nascono caratteri propri: il gusto e la fatica della ricerca, la capacità di rischiare sentieri nuovi, la generosa messa in opera della propria creatività, i tentativi inediti di progettazione e di azione, la scoperta gioiosa dei propri talenti e l’impegno propositivo per metterli a frutto, la capacità di risollevarsi prontamente dai primi fallimenti, la fiducia incrollabile verso il futuro e il desiderio di trovare la propria vocazione e così la propria missione. Nonostante nelle varie epoche e in tutte le culture vi è sempre presente un sapere condiviso circa la “giovinezza”, non è per nulla facile determinare con precisione questa particolare età della vita, perché essa dipende da variabili storiche, culturali, sociali, familiari e psicologiche in continuo, magmatico ed inarrestabile movimento.

3. PROBLEMA DA RISOLVERE O RISORSA DA COINVOLGERE?

Di fronte al carattere oggettivamente innovativo e generativo della giovinezza in quanto tale, ci dobbiamo chiedere se oggi i giovani realmente esistenti si sentono riconosciuti in questa loro vocazione di base. Effettivamente il mondo degli adulti, specialmente in società secolarizzate come quella italiana ed europea, in genere fatica a comprendere i giovani in quest’ottica positiva e virtuosa. Soprattutto adulti che non sono ancora maturi – possiamo definirli “adultescenti” – in genere vedono i giovani come competitori, quindi sostanzialmente come un problema. D’altra parte, se un adulto è concentrato sulla sua “eterna giovinezza”, non potrà che pensare ai giovani come a concorrenti da eliminare. Vedrà nei giovani solo una serie di problemi, fragilità e fatiche. Non s’impegnerà per farli crescere, non perderà tempo a sostenerli. Molti adulti non pensano ai giovani come al presente e al futuro della società e della Chiesa, cioè a persone che vanno accompagnate verso la vita adulta e a cui consegnare la sapienza della vita. Sono adulti che sentono la loro esistenza come intramontabile e quindi hanno smarrito l’idea generativa per cui i giovani sono una risorsa da risvegliare, coinvolgere e corresponsabilizzare. Effettivamente, dal punto di vista della nostra postura, sia civile che ecclesiale, dobbiamo porci con serietà e severità questa domanda: i giovani sono per noi un “problema da risolvere” o una “risorsa da coinvolgere”? Dalla risposta onesta a questa domanda ne viene un modo di comprendere il possibile dialogo e la necessaria alleanza tra generazioni.

4. UNA RADICE FORTE DA CUI RIPARTIRE

Dicevamo che don Bosco è stato accompagnato da don Cafasso, suo direttore spirituale. Era conosciuto come “il prete della forca”, perché non disperava di nessuno e tentava la redenzione e la salvezza dell’anima fino all’ultimo respiro. Don Bosco impara da lui, ma va ancora più indietro, è ancora più radicale. Si lascia istruire da San Francesco di Sales, il mite e appassionato pastore della Savoia, il Dottore dell’amore. Da lui don Bosco prende perfino il nome per la sua Congregazione nascente: Salesiani. In Francesco di Sales don Bosco ritrova le ragioni profonde della sua coraggiosa e fiduciosa azione educativa e pastorale. La lezione di san Francesco di Sales è tanto semplice quanto incoraggiante: in ogni creatura di Dio è deposto il seme del suo amore, che è fonte di dignità, ricchezza di talenti, apertura di possibilità. Tale amore non può essere mai eliminato. Può essere sì nascosto, calpestato, umiliato, ma mai estinto né estromesso.

Solo partendo da questa convinzione don Bosco potrà affermare che in ogni giovane, anche il più disgraziato, vi è sempre un punto accessibile al bene. Da qui la speranza si fa certezza anche per noi: anche i giovani oggi sono ricchi di possibilità, e vanno accompagnati per esprimere il meglio di loro stessi per il bene della società e della Chiesa. Anche i giovani del Terzo millennio, pur crescendo a volte in un ambiente a loro ostile per svariati motivi, hanno dalla loro parte il Dio della gioia e della speranza, che crede in loro e dà loro fiducia. E dovrebbero avere dalla loro parte anche noi, uomini e donne che desiderano entrare in alleanza positiva e propositiva con le giovani generazioni.

Don Rossano Sala, salesiano

(Professore Ordinario di Teologia pastorale e Pastorale giovanile presso l’Università Pontificia Salesiana, Direttore editoriale dell’Editrice salesiana Elledici, Direttore della rivista Note di pastorale giovanile, già Segretario speciale della XV Assemblea Generale Ordinaria del Sinodo dei Vescovi dal tema I giovani, la fede e il discernimento vocazionale)

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