La storia di Suor Ilaria
Dove sei nata e che ricordi conservi della tua infanzia?
Sono nata a Velletri, vicino a Roma. Ho vissuto l’infanzia come un tempo pieno di meraviglia e di passione per la vita che mi si apriva davanti. La mia fede era semplice: contemplavo Dio nel creato, lo sentivo vicino in ogni chiesa e nel mio cuore, sensibile ai poveri e alla sofferenza, animata dal desiderio di conoscere e amare.
C’è stato però un momento in cui la tua fede è stata messa alla prova. Cosa è accaduto?
Nel crescere, la ferita causata dalle domande sul perché del male e della morte, mi portò ad allontanarmi da Dio come da una dolorosa illusione. Abbandonata la Chiesa dopo i primi sacramenti, trascorsi l’adolescenza tra inquietudine e non senso. Tuttavia il desiderio di vivere e amare, come un fuoco sotto la brace, non si spegneva e una misteriosa speranza mi guidava attraverso le tenebre interiori.
Come è avvenuto il tuo ritorno a Dio e alla Chiesa?
A vent’anni, le amicizie, la relazione con il ragazzo con cui progettavamo di sposarci e lo studio appassionato dei primi anni alla facoltà di Medicina, mi aiutarono a dare spazio alla mia nostalgia di Dio e ritornai in Chiesa. Iniziai a fare esperienza di quanto la Chiesa sia Madre e di come l’umile Dio si riveli nella testimonianza della comunità cristiana, pur formata da creature imperfette, oltre che nella liturgia e nella sua Parola.
Quali esperienze hanno segnato questo tuo nuovo cammino di fede?
Entrai nel gruppo “Fede e Luce”, che riunisce persone con disabilità e le loro famiglie. Da loro imparai la gioia di lasciarmi amare per ciò che sono. Anche se non trovai tutte le risposte, scoprii la dolcezza di Dio nel camminare insieme con chi porta la sua croce. Dio si servì di questi amici poveri per guarirmi e ridarmi la speranza di poter essere felice.
C’è stato un momento preciso in cui hai percepito la chiamata personale di Dio?
Sì. Un giorno, appena superato l’ultimo esame, andai nella cappella del policlinico per ringraziare il Signore. Lì trovai la Bibbia aperta con una Parola viva e luminosa, che era per me. Riconobbi che tutto l’amore che desideravo aveva un nome e un volto: Gesù Cristo. Questa consapevolezza mi chiamava a vivere in pienezza le relazioni e il servizio, affidando a Dio i miei desideri più profondi, fiduciosa che Lui li avrebbe portati a compimento.
Come è maturata, poi, la decisione di consacrarsi totalmente al Signore?
Il contatto con i malati in ospedale e al poliambulatorio Caritas per i migranti mi faceva innamorare sempre più di Gesù e dei poveri. Frequentai un corso del VIS sull’educazione alla mondialità, ispirato a San Giovanni Bosco. Anch’io volevo avere “il cuore in cielo e i piedi per terra” per vivere il Vangelo e condividere con tutti la gioia di lasciarsi amare da Dio.
Cosa ti hanno lasciato le esperienze missionarie?
Le testimonianze di fede ricevute e un cammino di preghiera profondo mi fecero comprendere che Dio mi chiamava a essere “tutta sua”, sorella e madre di tutti. Dopo un’esperienza a Luanda, in Angola, tornai con il cuore colmo di gratitudine per la bellezza della Chiesa missionaria. Ma, contro le mie attese, intuivo che il Signore non mi chiamava a seguirlo su quella via.
E poi è arrivato l’incontro con la vita monastica…
Due anni dopo arrivai a Montefalco per un pellegrinaggio parrocchiale al Monastero di Santa Chiara della Croce, monaca e mistica agostiniana. Non avevo mai considerato prima di allora la vocazione contemplativa, eppure ho percepito, in un misto di stupore, gioia e timore, che Dio mi chiamava da sempre a questa misteriosa risposta d’amore che è la vita monastica.
Come descriveresti oggi la vocazione di una monaca di clausura?
Una monaca è come un povero che, di fronte all’abisso d’amore di Dio Padre nel Figlio Gesù Cristo e nello Spirito Santo, è colmato di una tale gratitudine che non si può esprimere a parole se non con il dono integrale della propria vita. È una mendicante di misericordia che porta in sé ogni uomo povero e peccatore, in un cammino di fiduciosa conversione.
La monaca è un segno di contraddizione: come un servo inutile, non persegue obiettivi di efficienza o successo, ma si unisce a Cristo Crocifisso e ai “piccoli” del mondo. È un vaso che cerca di svuotarsi per lasciarsi riempire e amare da Dio e, come un profumo prezioso, desidera “sprecarsi” sui piedi di Gesù.
Una monaca è dedicata alla preghiera: è come un’antenna recettiva della relazione con Dio che va in cerca di ogni uomo. Ella si unisce alla preghiera stessa di Gesù Risorto e diventa voce di lode, di supplica e intercessione per ogni creatura in ogni luogo e di tutti i tempi. Tutta la sua vita diventa preghiera, anche il suo corpo nella malattia, nella fatica e nel lavoro quotidiano con i quali partecipa alle attività umane per la trasformazione del mondo.
Da quanto tempo vivi nel monastero di Montefalco e come si svolge la vostra vita comunitaria?
Sono nel Monastero Agostiniano di Santa Chiara della Croce da circa dieci anni. Con le mie Sorelle condivido la gioia di essere figlie di Sant’Agostino, eredi della sua esperienza monastica ispirata alle prime comunità cristiane, in cui i credenti “avevano un cuor solo e un’anima sola”. La nostra ricerca di Dio non mira alla solitudine, ma all’unità in Cristo, in un continuo laboratorio di riconciliazione e comunione che è la fraternità monastica. Viviamo una vita semplice: Liturgia, servizio reciproco, lavoro artigianale, ospitalità e accoglienza dei pellegrini che visitano la nostra Santa Chiara, di cui custodiamo le spoglie mortali, la testimonianza di vita, i luoghi storici e artistici.
Come immagini il tuo futuro?
Sono molto felice e non ho altri progetti futuri, se non quello di essere docile alla volontà di Dio per diventare ciò che Lui sogna per me. Quello che veramente desidero per me e per tutti è il paradiso: che tutti siamo colmati eternamente dall’amore di Dio! Il paradiso è la comunione con Dio e i fratelli, allora è possibile già da ora “camminare con i piedi sulla terra e il cuore in cielo”.
A cura di Ugo P. Aluppi
Immagine di copertina: Suor Ilaria Di Bernardo

