Imitare più che ammirare Maria

MARIA, MADRE E GUIDA

Vergine madre, figlia del tuo figlio, umile e alta più che creatura,
termine fisso d’etterno consiglio, tu se’ colei che l’umana natura
nobilitasti sì, che ‘l suo fattore non disdegnò di farsi sua fattura.

(Divina Commedia, Canto XXXIII del Paradiso, Dante Alighieri)

La devozione a Maria, radicata nel mistero dell’Incarnazione e nella vita della Chiesa, va oltre il sentimento popolare: è un cammino di fede che chiede maturazione e approfondimento spirituale.
Nel precedente articolo ho ricordato che secondo l’insegnamento di Paolo VI, una vera devozione a Maria deve basarsi su quattro pilastri: conoscenza, amore, imitazione e diffusione.
Per questo la Chiesa oggi invita a superare una devozione puramente emotiva o miracolistica e a riscoprire Maria come madre, discepola e modello di vita cristiana: una donna da conoscere, da amare e soprattutto da imitare.

DA UNA DEVOZIONE FATTA DI AMMIRAZIONE ALL’IMITAZIONE

Indubbiamente Maria fu una donna eccezionale, che Dio colmò di privilegi, per cui è più unica che rara. Si tratta di grazie legate alla sua missione: il dono dell’immacolata concezione, il dono della maternità divina, il dono dell’assunzione in cielo.
Il concepimento di Maria senza peccato è un privilegio che lascia intravedere, da una parte, quel che era il piano di Dio su ciascuno di noi, quel che eravamo chiamati ad essere: vivere in piena armonia con Dio, con gli altri, con noi stessi e con la natura; e d’altra parte, l’amore preventivo di Dio che riesce a far sì che la persona si senta amata, ‘aggraziata’, e possa rispondere con le migliori risorse presenti nel proprio cuore.

DISPENSATA DAL CONFLITTO TRA IL BENE E IL MALE

Non si tratta solo del fatto che Maria non conobbe le esperienze negative sul piano morale dell’esistenza umana (non peccò), ma che è stata pienamente orientata verso Dio e verso gli altri (amò). Per immaginare cosa significa ciò, basta pensare alla peculiare esistenza umana, descritta genialmente da Paolo nel capitolo 7 della lettera ai Romani, dove presenta l’uomo che conosce il bene da fare senza poterlo compiere.

La stessa legge, anzi, che era destinata ad accompagnarlo come un pedagogo nel cammino del bene, costituisce ora un problema, rendendolo consapevole di ciò che dovrebbe fare per raggiungere la pienezza della vita, della felicità e dell’amore, dato che alla fine non serve ad altro che a rendersi conto delle proprie limitatezze ed egoismi. Parlare dell’Immacolata Concezione è riconoscere che Dio, per pura liberalità sua, dispensò Maria da questo conflitto tra il volere il bene e non poterlo realizzare e la colmò della sua grazia, del suo amore, di modo che poteva orientarsi al bene, prendere le opportune decisioni e compierle.

“NATO DA DONNA,NATO SOTTO LA LEGGE”

La maternità divina di Maria è, evidentemente, il titolo più alto che le si può dare. Nessuno, eccetto lei, potrà essere madre fisica e spirituale del Figlio di Dio, che per salvarci volle farsi creatura umana e condividere la nostra condizione in tutto, tranne il peccato.
La lettera ai Galati esprime questo mistero con una sobrietà tanto ammirabile quanto solenne, in cui le parole lasciano spazio alla contemplazione: “Quando giunse la pienezza del tempo, Dio mandò suo Figlio, nato da donna, nato sotto la legge, per riscattare quelli che erano sotto la legge, affinché noi ricevessimo l’adozione a figli” (Gal 4,4-5).

Il fatto che Maria sia stata madre di Gesù è fuori discussione storica. Invece chiarire che senso ha questa maternità ha richiesto un lungo processo di approfondimento del mistero cristiano, fino a riconoscere che Maria fu madre del Figlio di Dio. Occorre anche aggiungere che fu vera madre di Dio non solo per il fatto di averlo concepito per opera dello Spirito e averlo dato alla luce, ma anche perché, come autentica madre, assunse il compito di collaborare alla crescita umana di suo figlio, in tutte le dimensioni, compresa quella religiosa e spirituale.
Di nuovo è un testo di Luca che illustra lo splendido lavoro di Maria come madre e come madre di Dio. Si tratta di un piccolo sommario con cui l’evangelista conclude i cosiddetti “vangeli dell’infanzia di Gesù” (capitoli 1 e 2). “Egli scese con loro e tornò a Nazaret, ed era loro sottomesso. Sua madre conservava tutte queste cose in cuor suo. E Gesù cresceva in sapienza, in età e in grazia, davanti a Dio e davanti agli uomini”. Come vero uomo, Gesù andò sviluppando tutte le potenzialità del suo essere umano e in questo processo di “educazione” Maria svolse il ruolo che svolge ogni madre coi propri figli.

LA CONCLUSIONE LOGICA, NEL PIANO DI DIO

L’assunzione di Maria al cielo rappresenta quella che sarebbe la conclusione logica, nel piano di Dio, per ogni uomo e ogni donna, chiamati a vivere per sempre con Lui.
Lo ha realizzato, in virtù della sua risurrezione, Gesù, il nuovo Adamo, il primogenito di coloro che vincono la morte ed hanno accesso alla Vita. San Paolo ne deduceva che “come tutti gli uomini muoiono in Adamo (a causa del peccato), allo stesso modo tutti riceveranno la vita in Cristo”. E aggiungeva “Ma ciascuno al suo posto. Prima Cristo, che è la primizia; poi, alla sua venuta, quelli di Cristo” (1 Cor 15, 21-23).

Questa affermazione dell’Apostolo è stata compresa molto bene dalla tradizione della Chiesa che sempre ha creduto che Maria, che “è di Cristo” in modo singolare, partecipa già alla Sua vittoria sulla morte.
È interessante vedere l’iconografia che interpreta la morte di Maria come “dormizione” o come “transito” per indicare che la morte non ha avuto dominio su di lei, dato che non aveva peccato, e che si è come svegliata nella casa del Padre, dove l’aspettava già suo Figlio, o che è passata alla vita definitiva in Dio.
La Chiesa ha dichiarato con la propria autorità che Maria è stata assunta in cielo, e crede quindi che è viva e continua a intercedere per coloro che le sono stati affidati da suo Figlio: “Donna, ecco tuo figlio”.

HA FATTO IN ME COSE GRANDI

Questi sono i privilegi di Maria che, oltre a renderla unica, fanno sì che lodiamo Dio per le meraviglie realizzate in lei, come dice lo stesso cantico del “Magnificat”: “La mia anima glorifica il Signore…perché ha fatto in me cose grandi”.

Il Signore è stato così ammirevole con Maria che per molto tempo si è diffusa una devozione che la contempla più come “un essere meraviglioso” che come “una madre e un modello di fede”. Più come una persona da ammirare che come una persona da imitare.

Abbiamo già ricordato che Gesù stesso ci avverte con molta chiarezza circa la vera grandezza di sua madre. Abbiamo anche visto che il documento “Il Culto Mariano” invita a purificare l’immagine che abbiamo di Maria, conoscendo meglio quel che di Maria ci dicono i vangeli e imitando di più quelle che furono le sue virtù: esser stata una donna che seppe credere a Dio, fidarsi di Lui e lasciarsi condurre dallo Spirito. Questo significa che occorre passare sempre più ad una devozione a Maria fatta di imitazione.

Don Pascual Chavez, Rettor Maggiore emerito

Immagine di copertina: Maestà, di Duccio di Buoninsegna, immagine di pubblico dominio da Wikimedia

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