Beato Mario Borzaga, felice e simile a Cristo crocifisso

Estate 1954. Tre giovani religiosi Missionari Oblati di Maria Immacolata, studenti di teologia, sono in vacanza a Pila, in Val d’Aosta. Camminano insieme, ma uno di loro, fratel Mario Borzaga, ha un passo sicuro, da vero montanaro. Durante il cammino, scorgono da lontano il Gran San Bernardo, che richiama alla loro mente la Svizzera e il congresso missionario che si sta tenendo in quei giorni, a Ginevra, a proposito della situazione del Laos, Paese asiatico dove i cristiani sono sparsi in tanti villaggi di montagna.

Nei pochi minuti che trascorrono sulla cima del monte Faliére, quindi, recitano un’Ave Maria per quel Paese tanto lontano e a cui nessuno di loro pensa come probabile campo d’azione missionaria. Proprio Mario, invece, non solo sarà destinato nel Laos, ma vi troverà la morte, rendendo drammaticamente concrete le sue aspirazioni al martirio.

DI CHIAMATA IN CHIAMATA

Mario Borzaga nasce a Trento il 27 agosto 1932, terzo di quattro figli. A due anni rischia di morire per una grave polmonite: poiché le cure mediche lasciano poca speranza, sua madre prega Maria Ausiliatrice e don Bosco, ottenendogli la guarigione. Frequenta l’oratorio dei padri Stimmatini della sua città, dove diventa membro del gruppo chierichetti. Ha un animo da sognatore, più portato per la riflessione e per la musica che per le attività manuali.

Ad appena undici anni, il 17 ottobre 1943, entra nella sede di Drena del Seminario diocesano, disperso in dodici sedi distaccate a causa della guerra. Sotto la guida di don Eugenio Bernardi, padre spirituale dei seminaristi, inizia la sua formazione, che prosegue col passaggio al Seminario Maggiore. Il 14 novembre 1948, quando veste per la prima volta l’abito talare, sua madre gli regala una statuetta di Maria Ausiliatrice, per ricordargli che a lei deve la vita e la salute.

Un giorno ascolta padre Gaetano Liuzzo, visitatore missionario per i seminari d’Italia inviato dalla Congregazione di Propaganda Fide, il quale presenta le missioni affidate ai Missionari Oblati di Maria Immacolata, congregazione di cui fa parte. Il suo racconto fa breccia in una cinquantina di seminaristi, lui compreso: confida la sua scelta prima alla sorella Lucia, poi alla madre. Il 20 novembre 1952 inizia il noviziato a Ripalimosani, in provincia di Campobasso, staccandosi per la prima volta dalla sua terra d’origine; professa i primi voti l’anno seguente.

UN DIARIO PIENO DI RIFLESSIONI

Il 1° ottobre 1956, ormai nello studentato di San Giorgio Canavese, fratel Mario inizia a scrivere un diario: «Mi piace scrivere e ancor più scrivere bene: soprattutto mi piace pensare e ancor di più vivere ciò che penso». Annota tutto delle sue giornate: lo studio a volte faticoso, le conversazioni con i compagni di cammino, l’aiuto che da loro nell’insegnare a suonare l’armonium, i consigli dei superiori, la preghiera di cui sente tanto bisogno.

Il 17 novembre 1956 commenta: «Il mio repertorio purulento di lamentele e piagnistei interiori peraltro finisce quando ne sono totalmente nauseato, quando un fattore umano porta nel mio cuore un motivo di gioia, quando riesco a superarlo pregando, facendo la comunione spirituale. Ma anche nei bassifondi di una finta tristezza rimango un uomo completamente felice. Ho capito la mia vocazione: essere un uomo felice pur nello sforzo di identificarmi col Cristo Crocifisso». Registra anche le sue letture spirituali, l’influsso che ha su di lui il Movimento dei Focolari (nato proprio a Trento) e gli incontri, seppur mediati dalle pagine dei libri o dei giornali, con tanti Santi e testimoni della fede di cui sente parlare, compresi i cristiani perseguitati in Ungheria in quegli stessi anni.

Il 24 novembre 1956, quando fratel Natalino Sartor gli presta la biografia della giovane Delia Agostini, scrive: «Probabilmente anche Delia finirà per me tra quelle persone della cui vita i particolari non mi interessano per nulla; solo quel loro grande e tormentoso Amore è per me un faro di luce: l’Amore, il loro Amore a Gesù sofferente; la loro serietà nel vivere una vita totalmente del Signore». Anche fratel Mario cerca quella stessa serietà, cementandola con i voti perpetui, professati il 21 novembre 1956. Ormai prossimo a diventare sacerdote – lo sarà dal 24 febbraio 1957 – è determinato a non essere un «parassita dell’altare» e un vero missionario. Lo registra in una lettera alla sorella, datata 18 maggio 1957: «Noi missionari siamo fatti così: il partire è una normalità; andare una necessità, domani le strade saranno casa per noi; se saremo costretti ad ancorarci in una casa la trasformeremo in una strada: a Dio».

IL TEMPO DI MANTENERE LE PROMESSE

Padre Mario si mette immediatamente a disposizione per la missione. Negli anni della formazione credeva che sarebbe partito per l’Alaska, ma successivamente scrive al superiore generale di voler andare nel Laos. La richiesta è accettata, quindi parte da Napoli il 31 ottobre 1957: con i suoi venticinque anni, è il più giovane del gruppo di missionari.

Nel suo primo anno impara la lingua lao e scrive per varie riviste missionarie. Il 15 luglio 1958 arriva alla missione di Nong Veng, scontrandosi con la miseria e l’inadeguatezza delle risorse a sua disposizione; a volte, poi, sente una forte solitudine. Nel diario, che non ha smesso di compilare, padre Mario annota il 27 agosto 1958, giorno del suo ventiseiesimo compleanno: «È passato il tempo felice della speranza di essere santi: è venuto il tempo di esserlo; è passato il tempo soave delle belle promesse: è venuto il tempo atroce di mantenerle». Non perde però la speranza: «E tu, ormai hai cominciato il Calvario del tuo apostolato, lungo la strada troverai la compagnia del Cristo coronato di spine e in vetta lo troverai Crocifisso; poi sarà la Notte e quindi la Risurrezione», scrive il 28 luglio 1959. Nel suo servizio missionario, padre Mario incontra e assiste la gente dei villaggi, che lo chiama Txiplig Txia Chà, ovvero “Padre dal cuore retto”. Non sperimenta solo difficoltà e incomprensioni, ma inizia ad avere un sostegno nel catechista Paolo Thoj Xyooj, un giovane che collaborava coi Missionari Oblati da prima del suo arrivo.

UN VIAGGIO SENZA RITORNO

Il 25 aprile 1960 padre Mario e Paolo partono per i villaggi del nord del Paese, promettendo di tornare dopo dieci giorni. Non arriveranno mai, tanto che, due anni dopo, vengono considerati dispersi; nemmeno i loro corpi vengono rintracciati. Solo in seguito si apprende che entrambi sono stati sequestrati da alcuni guerriglieri filocomunisti del gruppo Pathet Lao e che, nonostante questi dichiarino di voler uccidere solo il missionario straniero, il catechista laotiano ha protestato, disposto a morire insieme a lui.

Appena quattro anni prima, il 4 novembre 1956, pensando ai cristiani perseguitati, padre Mario aveva scritto: «Forse un giorno sarò simile a voi, soffocato nel pianto e nel sangue per amore del Cristo, e allora voi, fratelli di tutto il mondo, che portate un grande Gesù nel cuore, me lo presterete il vostro Gesù perché grande sia la mia Fede e grande il mio Amore e la mia vittoria». La loro beatificazione è stata celebrata l’11 dicembre 2016 a Vientiane, nel Laos, insieme a quella di altri quindici martiri, ovvero Joseph Thao Tiên, sacerdote diocesano, cinque sacerdoti Missionari Oblati di Maria Immacolata, cinque dell’Istituto delle Missioni Estere di Parigi e quattro laici laotiani. Il diario di padre Mario è stato pubblicato per la prima volta nel 1985, col titolo Diario di un uomo felice: da allora non smette d’ispirare, incoraggiare, consolare con le sue parole.

Emilia Flocchini

Immagine di copertina: foto del Beato Don Mario Borzaga per gentile concessione della Postulazione Generale dei Missionari Oblati di Maria Immacolata..

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