Intervista all’artista Simone Cristicchi
Le tappe del tuo cammino artistico sembrano intrecciate a quelle interiori. Dalla canzone Prete, scritta a vent’anni e intrisa di anticlericalismo, sei arrivato a Franciscus. Quali persone o situazioni hanno segnato questa trasformazione?
Tutto è nato da una rabbia profonda, che mi porto dentro da quando è morto mio padre. Avevo dieci anni, ed è stato un terremoto interiore. Alle medie, andavo da un francescano che teneva l’ora di religione e gli chiedevo spiegazioni su quel lutto. Le mie domande erano spesso provocatorie, perché rifiutavo qualsiasi risposta. Un giorno mi umiliò davanti a tutta la classe. Lì, dentro di me, si è rotto qualcosa. Da quell’umiliazione è nata la mia ostilità verso la Chiesa istituzionale, che poi si è riflessa nella canzone Prete, scritta anni dopo. Quel brano mi ha creato anche problemi nella carriera.
Col tempo, però, ho iniziato a interessarmi alla spiritualità, alla filosofia, a ciò che chiamo “il mondo dell’invisibile”. In quel cammino ho incontrato sacerdoti molto illuminati, fuori dagli schemi, che rispondevano alle mie domande con grande umiltà. È per questo che nella canzone dico che il prete spesso è presuntuoso, convinto di avere la verità in tasca.
Ho parlato anche con suore di clausura, che vivono un “combattimento” interiore che non ti aspetteresti da chi ha fatto una scelta così radicale. Tre figure sono poi state decisive: Don Luigi Verdi della fraternità di Romena, Guidalberto Bormolini dei Ricostruttori nella preghiera, e il filosofo Marco Guzzi. Mi hanno aiutato ad addolcire l’astio che provavo nei confronti della Chiesa.
Poi è successo che alcune mie canzoni, come Abbi cura di me e Lo chiederemo agli alberi, sono state “adottate” da parrocchie e gruppi di preghiera. Sono canzoni che in effetti hanno una spiritualità francescana. Da quel momento in poi si è davvero pacificato il mio rapporto con la Chiesa, e negli anni sono stato apprezzato al punto da aver potuto incontrare Papa Francesco per tre volte. E una volta in particolare ho ricevuto una sua lettera, scritta di suo pugno e dedicata a me. Quindi sì, c’è stato un riavvicinamento: anche se tuttora io non mi reputo un cristiano praticante, mi sento vicino all’essenza del Vangelo.
Hai vissuto esperienze forti: il volontariato con i malati mentali, il viaggio nel ghetto di Kibera in Kenya. Sto pensando alla tua canzone Ti regalerò una rosa e alle esperienze che cambiano la vita. Hai due figli adolescenti, Stella e Tommaso. Quali esperienze consiglieresti ai giovani di oggi, che crescono in un mondo che li circonda di provocazioni?
È difficile rispondere, ma credo che oggi un padre debba proteggere i figli dalla confusione che li circonda. Il mondo entra nei loro occhi anche attraverso il telefono, che va monitorato. Ma non bisogna sottovalutarli: sono nati in questo tempo, e in qualche modo sono attrezzati per affrontarlo. Noi possiamo indicare loro un cammino.
Mia madre, a 16 anni, mi portò a teatro a vedere uno spettacolo di Gigi Proietti. Quel momento mi ha fatto innamorare del teatro, e se oggi io ci vivo dentro lo devo anche a quello. Quindi sì, bisogna proteggerli dalla cattiveria, dalla violenza, dall’indifferenza, dai social, ma soprattutto bisogna indicare loro il bello, dirgli che esiste la bellezza, esiste la poesia, c’è un senso nella nostra vita.
Il volontariato è un’esperienza che consiglio a tutti, non solo ai giovani. Io sono stato in Africa, nel ghetto di Kibera, a 42 anni. Mi ha cambiato la visione del mondo. Ogni tanto ci ripenso, e mi ha davvero aperto gli occhi. Anche il volontariato con i malati mentali e gli anziani è stato prezioso. Mi chiamavano “il terrore dei centri anziani” perché giravo con un registratore e chiedevo loro di raccontarmi la vita. Quelle storie sono finite nei miei spettacoli dedicati alla seconda guerra mondiale. Sono tutte esperienze che ti arricchiscono profondamente.
La canzone Abbi cura di me è un grido d’aiuto, ma anche una preghiera. Tu hai detto che si potrebbe pensare che anche Dio si rivolge all’uomo dicendo: Abbi cura di me! Ed è anche il titolo del libro che hai scritto. È una richiesta tua, o l’hai raccolta da situazioni che hai incontrato? “Prendersi cura” può essere un programma di vita?
Abbi cura di me è una richiesta d’aiuto, un modo per mettere in mostra la propria incompletezza. Solo quando ci sentiamo una cosa sola con gli altri proviamo quella sensazione di completamento, anche se in teoria dovremmo completarci da soli prima di incontrare l’altro, come diceva Francesco d’Assisi. Quando veniamo nel mondo e siamo nell’utero materno ci sentiamo un tutt’uno, invece poi veniamo gettati nel mondo come una cosa senza senso, come dice Heidegger, e la nostra esistenza diventa una ricerca per tornare a quella condizione originaria di unità. Chiediamo “abbi cura di me” in tanti modi e a tante persone: nel rapporto padre-figlio, tra marito e moglie, nel rapporto con il divino. Alcuni trovano quella completezza solo nell’affidamento totale a un dio. Io la chiamo “nostalgia dell’infinito”: quel bisogno profondo dell’uomo di unificarsi, di diventare una cosa sola.
“Credo” è una dichiarazione esplicita di fede. La tua poesia è ricca di umanità, e forse proprio per questo hai stretto legami con molti poeti. Parto da una frase del cardinal Martini: “Non ti chiedo se credi, ti chiedo se pensi”. Tu parli spesso di Dio nelle tue canzoni. Ma questo Dio ha un nome? È Gesù Cristo?
Mi considero un’anima molto inquieta, destinata probabilmente a camminare ancora, a cercare. Forse è il destino di chi pensa. Ci sono persone che vivono addormentate, per le quali tutto scorre senza domande.
Ma io sento il bisogno di cercare l’essenza, la verità. E tra le figure che hanno attraversato questo piano materiale, Gesù è sicuramente centrale. Lo chiamano il Maestro, e come diceva De André, è stato il più grande rivoluzionario di tutti i tempi. Ha portato il perdono, l’amore per il prossimo. I suoi insegnamenti restano attualissimi.
Nelle tue canzoni non nomini mai Gesù, ma spesso Dio. È per il pubblico che incontri, forse hai pensato che sia meglio stare su un gradino più in basso che viene accolto, perché tutti sentono il richiamo del divino, mentre magari parlare esplicitamente di Gesù potrebbe essere respingente. Quindi resti su un piano più universale. Ho interpretato male?
È una lettura corretta. Anche se quando scrivo non mi pongo il problema. I versi nascono da me, da un’urgenza interiore. Però effettivamente io tendo a una visione universale del sacro. Mi affascina la mistica, perché è la radice comune di tutte le religioni: quel contatto diretto con il divino. In Dalle tenebre alla luce mi rivolgo a Dio con il “tu”: “Ho provato, ho cercato di raggiungerti ovunque, senza riuscire a possederti mai” è una frase che ho trovato, scritta in latino, in un monastero benedettino. Dice che cerchiamo Dio, ma non lo afferriamo mai del tutto. E questa tensione, questo cercare continuo, è anche il cuore del mio mestiere, di quello che faccio.
La canzone “Dalle tenebre alla luce” è un atto di fede, parli di Dio che cammina al tuo fianco in silenzio. E anche se non nomini mai Cristo, hai elencato tutte le beatitudini evangeliche. Hai parlato di misericordia come forza che sceglie il tuo cuore. Papa Francesco ha dedicato un anno intero alla misericordia. È un’esperienza spirituale personale, questa liberazione dal male che viene dall’incontro col Signore?
Più che un incontro con il Signore, lo vedo come un atto di intelligenza. La misericordia, come la speranza, è una materia per persone intelligenti. Sperare non è credere in qualcosa di vago, è avere un’intelligenza attiva. Non mi attribuisco meriti, ma chiunque spera deve farlo con lucidità. Senza illudersi, perché poi il male esiste, ci sono forze oscure che ci ostacolano dentro e fuori di noi. E noi artisti, spesso, siamo molto esposti, abbiamo bisogno dell’aiuto degli altri per continuare il cammino.
Sei consapevole che le tue canzoni, i tuoi libri, i tuoi spettacoli sono una forma di catechesi per chi ha perso il senso della vita?
Non ne ero consapevole, ma ci sto arrivando piano piano. Alcune mie canzoni sono diventate strumenti per gli altri, e questo è meraviglioso. Vengono cantate nelle chiese, usate nelle scuole, persino negli asili. Alcune accompagnano momenti delicati, come i funerali. Lo chiederemo agli alberi, Abbi cura di me… sono diventate saluti, preghiere, gesti d’amore. E lo trovo davvero bellissimo. È qualcosa di imponderabile. Scrivi un verso, e quel verso diventa enorme per qualcun altro, assume un significato che non avevi previsto.
Se tanti cristiani si riconoscono nelle tue canzoni, pensi che tu stesso possa riconoscere in esse qualcosa che non era previsto all’inizio? Forse è l’anticipazione di un cammino.
Sì, assolutamente. Succede spesso. Le canzoni si sposano con il contesto, con le persone.
“Quando sarai piccola” è una preghiera che mi ricorda un salmo. Leggi la vita di tua madre con uno sguardo che non perde nulla di ciò che accade, anche nelle situazioni che non vorremmo mai che arrivassero. Nel tuo cuore c’è spazio per la preghiera?
Sì, spesso mi ritaglio uno spazio nella giornata per affidarmi. Mi considero uno strumento, mi affido a quella che io chiamo energia universale, cosmica. Non cerco di emergere, ma di essere attraversato da una volontà più grande: “sia fatta la tua volontà, non la mia”.
È una cosa che le confido, non l’ho mai detto a nessuno, però effettivamente è qualcosa che mi aiuta e mi dà tanta forza. È un momento di grande concentrazione, nel silenzio assoluto. Ho la fortuna di vivere immerso nella natura, in una vita quasi da eremita, con la mia compagna. Questo mi aiuta ad avere questi momenti in cui mi rivolgo a quell’amore che governa tutto.
Il Signore ci parla continuamente, ma deve trovare un cuore che lo ascolti. Leggendo i tuoi testi, sento un’ispirazione e mi rendo conto che tu diventi lo strumento di un Amore molto più grande, e riesci a penetrare nel cuore di tante persone che non sono normalmente attente. Questo è bellissimo. Sei uno strumento nelle mani di Dio.
Certo, questo lo diceva anche Franco Battiato di se stesso, pensi che umiltà: “Tante canzoni non le ho scritte io, sono state scritte attraverso di me.” L’ispirazione per me rimane un mistero, non sappiamo da dove arrivano possiamo solo drizzare le antenne.
“Franciscus” è il tuo capolavoro, la lettura di una “pazzia” che non è pazzia ma il modo giusto di leggere la realtà, quello di San Francesco. Racconti una figura concreta che fa una scelta di vita radicale. Come reagisce il pubblico? Ti segue? Lo senti in sintonia con te?
È uno spettacolo molto particolare, come quello che ho dedicato alla mistica di Battiato.
Tocca corde profonde, sia nel pubblico che in me che lo interpreto. Si crea un’energia particolare e alla fine accade qualcosa sul palco, una visione, ed è liberatorio. Francesco è un antidoto al nichilismo: ci insegna che il mondo si cambia partendo dall’infinitamente piccolo.
Se spostare un piccolo oggetto già cambia la realtà, figuriamoci con quello che ha fatto lui. Ma è importante che nello spettacolo io punto sull’attualità, sull’oggi, non racconto il santino. E dico allo spettatore: “Tu sei potenzialmente un Francesco”. È come se lui avesse messo un seme dentro di noi.
Così ritorniamo a percepirci come co-creatori, agenti di cambiamento: altrimenti, se diamo retta al potere, alla propaganda, ai mass media, ai social network, noi non contiamo niente. Molte persone escono dallo spettacolo con un senso di commozione e di grande speranza. Risvegliare l’emotività assopita e donare speranza, oggi, è acqua di sorgente.
Qual è l’elemento unificante della tua creatività, che abbraccia tutte le forme di comunicazione in cui ci sia spazio per la poesia, la bellezza, l’armonia, la verità?
La curiosità. È una piantina che ho sempre innaffiato. Mi ha aperto la mente, mi ha fatto viaggiare. Mi considero un viaggiatore clandestino, curioso dell’altro, della storia, delle religioni, di ciò che sta oltre questa realtà. Ecco perché mi piace spaziare in tutte le religioni del mondo, perché ognuna mi racconta un pezzetto. Se non fossi stato curioso, non avrei lasciato la musica per il teatro, poi tornare alla musica e nel frattempo scrivere libri o documentari. Non cambierei mai questa mia attitudine alla ricerca e alla sperimentazione.
Don Ferdinando Colombo, salesiano
Immagine di copertina: Simone Cristicchi (foto di Giorgio Amendola / Imago Casting) e la copertina del numero di gennaio 2026 della nostra rivista “Sacro Cuore – VIVERE”
Abbi cura di me
Adesso chiudi dolcemente gli occhi e stammi ad ascoltare
Sono solo quattro accordi ed un pugno di parole
Più che perle di saggezza sono sassi di miniera
Che ho scavato a fondo a mani nude in una vita intera
Non cercare un senso a tutto perché tutto ha senso
Anche in un chicco di grano si nasconde l’universo
Perché la natura è un libro di parole misteriose
Dove niente è più grande delle piccole cose
È il fiore tra l’asfalto, lo spettacolo del firmamento
È l’orchestra delle foglie che vibrano al vento
È la legna che brucia che scalda e torna cenere
La vita è l’unico miracolo a cui non puoi non credere
Perché tutto è un miracolo tutto quello che vedi
E non esiste un altro giorno che sia uguale a ieri
Tu allora vivilo adesso come se fosse l’ultimo
E dai valore ad ogni singolo attimo
Ti immagini se cominciassimo a volare
Tra le montagne e il mare
Dimmi dove vorresti andare
Abbracciami se avrò paura di cadere
Che siamo in equilibrio
Sulla parola insieme
Abbi cura di me
Abbi cura di me
Il tempo ti cambia fuori, l’amore ti cambia dentro
Basta mettersi al fianco invece di stare al centro
L’amore è l’unica strada, è l’unico motore
È la scintilla divina che custodisci nel cuore
Tu non cercare la felicità semmai proteggila
È solo luce che brilla sull’altra faccia di una lacrima
È una manciata di semi che lasci alle spalle
Come crisalidi che diventeranno farfalle
Ognuno combatte la propria battaglia
Tu arrenditi a tutto, non giudicare chi sbaglia
Perdona chi ti ha ferito, abbraccialo adesso
Perché l’impresa più grande è perdonare sé stesso
Attraversa il tuo dolore arrivaci fino in fondo
Anche se sarà pesante come sollevare il mondo
E ti accorgerai che il tunnel è soltanto un ponte
E ti basta solo un passo per andare oltre
Ti immagini se cominciassimo a volare
Tra le montagne e il mare
Dimmi dove vorresti andare
Abbracciami se avrai paura di cadere
Che nonostante tutto
Noi siamo ancora insieme
Abbi cura di me qualunque strada sceglierai, amore
Abbi cura di me
Abbi cura di me
Che tutto è così fragile
Adesso apri lentamente gli occhi e stammi vicino
Perché mi trema la voce come se fossi un bambino
Ma fino all’ultimo giorno in cui potrò respirare
Tu stringimi forte e non lasciarmi andare
Abbi cura di me
Compositori: Gabriele Ortenzi / Nicola Brunialti / Simone Cristicchi
Lo spettacolo Teatrale/Musicale “Franciscus – Il folle che parlava agli uccelli” di e con Simone Cristicchi, scritto con Simona Orlando, sarà in scena con le nuove repliche da gennaio a marzo 2026. Info spettacolo qui.




