Giorgio La Pira: tornare a Cristo per tornare all’uomo

Oggi ricorre l’anniversario della morte di Giorgio La Pira, avvenuta il  5 novembre 1977. È stato dichiarato Venerabile dalla Chiesa nel 2018. Noi lo ricordiamo ripubblicando l’articolo uscito a maggio 2025 sulla rivista “Sacro Cuore – Vivere”.

Questa intervista impossibile per chi non ha acceso nel cuore la luce dello Spirito, mi è facilitata da un caro confratello della Diocesi di Bergamo, Mons. Daniele Rota, grande studioso e pubblicista che da 4 anni è già nell’abbraccio del Signore, ma che l’ha conosciuto e ha approfondito il suo pensiero.

Vorrei scattare subito un fotoritratto che colga la ricchezza del suo Spirito.

Prototipo di una folta schiera di uomini integerrimi che, ispirandosi al Vangelo, hanno reso grande l’Italia, sollevandola dalla catastrofe della seconda guerra mondiale. Per tutti i politici onesti della nobile terra italiana che furono, che sono e che saranno, basta un nome: Giorgio La Pira. Non era uomo di parte, ma per alcuni significativi tratti del suo impegno politico era tutto volto alla pace universale e al soccorso degli ultimi che sono i prediletti del Vangelo, di Papa Francesco e della Chiesa “in uscita”.

La Sicilia ha regalato all’Italia, tanti personaggi molto significativi: ora nel pensare a La Pira gli associo subito don Luigi Sturzo.

Giorgio La Pira nasce a Pozzallo in Sicilia il 9 gennaio 1904, agli inizi del secolo forse più travagliato della nostra storia. Dotato d’intelligenza vivace e diplomatosi ragioniere, consegue in un solo anno anche la maturità classica per iscriversi alla facoltà di giurisprudenza a Messina. A soli 23 anni approda all’università di Firenze e ben presto siede sulla prestigiosa cattedra di Istituzioni del Diritto Romano.

È innegabile che la Provvidenza offre alle scelte umane molte possibilità, ma Firenze con la sua storia e il suo spirito è un autentico cenacolo.

Il “professorino” sceglie un tenore di vita al di fuori delle tradizioni accademiche: va ad alloggiare in una cella del convento di San Marco con i Padri Domenicani che rimarranno poi suo costante punto di riferimento. La sua attiva presenza in città non passa inosservata: il cardinale Elia della Costa gli affida da subito l’organizzazione dell’Azione Cattolica, impegno che egli assume con responsabile entusiasmo.

Frequentando uomini evangelici si arriva necessariamente a scegliere di donare la propria vita a Dio che immediatamente ti apre gli occhi sulla dignità degli ultimi.

In breve visita parrocchie e oratori, soprattutto le organizzazioni giovanili. Viene così in contatto con i gravi problemi esistenziali che affliggono la quotidianità di tanta povera gente. E fa la sua scelta di vita: sarà l’angelo protettore degli ultimi costruendo la pace fra i popoli per sconfiggere la miseria. Il desiderio di consacrarsi totalmente a Dio e ai bisognosi lo porta ad essere, nel 1928, dell’Istituto dei Missionari della Regalità di Cristo, voluto da Padre Agostino Gemelli, fondatore dell’Università Cattolica. Un Istituto secolare che opera nell’ambito dell’ordine francescano, presso il quale prenderà i voti di povertà, obbedienza e castità. La Messa domenicale dapprima nella chiesina di San Procolo, poi, per esigenze di spazio, nella Badia del Proconsolo, all’ombra di Palazzo Vecchio, diviene appuntamento fisso con la cittadinanza, soprattutto per affrontare problemi di sussistenza per tanta gente che vive nel bisogno e nel degrado. Non mira a convertire nessuno: per lui tutti gli uomini camminano già nel regno del Padre.

Quando Dio chiama devi prepararti alla lotta contro ogni forma di male sia spirituale che culturale, ideologico e politico.

Lo scontro con il fascismo prevaricante fu inevitabile: dovette lasciare Firenze, l’università e tante persone in affanno. Appena però si ebbero i primi sentori della liberazione, nell’agosto del 1944, La Pira torna a Firenze su un camion di viveri, riprende l’insegnamento all’università e, soprattutto, ravviva la sua convivenza con i poveri. Per aiutarli sempre più da vicino, diviene membro attivo della Conferenza di San Vincenzo e si pone a capo dell’Ente Comunale di Assistenza. Dallo smisurato impegno caritativo nasce la sua passione per la politica intesa come uno dei modi e dei mezzi più efficaci per costruire la pace tra i popoli e soccorre chi vive nel bisogno. Si sa, la madre di tutte le povertà è la guerra. Il 2 giugno 1946 fu eletto deputato all’Assemblea Costituente ove si posero le basi della Costituzione Italiana. Così La Pira, con Giuseppe Dossetti, Giuseppe Lazzati, Amintore Fanfani e Aldo Moro, partecipa alla commissione dei 75, in un elevato e serrato confronto con note personalità di altre culture: Palmiro Togliatti, Lelio Basso, Pietro Calamandrei. Suoi irrinunciabili punti di forza: la questione sociale e la lotta alla disoccupazione.

La motivazione per assumere responsabilità in politica dovrebbe sempre essere il servizio ai cittadini, guidato da profonde convinzioni interiori e non dalla carriera personale.

Il 18 aprile 1948 viene eletto alla Camera dei Deputati e Alcide De Gasperi lo chiama come sottosegretario al lavoro nel suo quinto governo. La Pira si trova così a svolgere un delicato compito di mediazione tra sindacati sempre più agguerriti e industriali sempre meno disposti a trattare. Suo intento è la piena occupazione come primario dovere politico per andare incontro alle necessità dei più bisognosi. Non per sua scelta, ma per un complicato contesto politico cittadino, il 6 luglio 1951 viene eletto sindaco di Firenze con oltre 19.000 preferenze. Portare a Palazzo Vecchio un sindaco non comunista sulle spalle dei poveri, cambiò la fisionomia di Firenze. Per assumere il nuovo ruolo, dovette dimettersi da parlamentare, senza troppe nostalgie, ritenendo la sua Firenze “la perla del mondo” che egli voleva alla guida dell’umanità, minacciata da universale catastrofe. Ambiziosa aspirazione sostenuta con audaci iniziative.

Costruire la pace è anzitutto un ideale di ogni persona pensante. Ma è anche un impegno che allarga il tuo orizzonte al mondo intero.

All’indomani della sua proclamazione a sindaco, sempre nel 1951, nell’anno della guerra in Corea e della Cortina di ferro, inaugura a Firenze i “Convegni per la pace e la civiltà cristiana” unitamente ai “Colloqui mediterranei” con i quali stabilisce un inedito rapporto con arabi, israeliani, africani, asiatici, latinoamericani, insomma con tanti uomini di cultura provenienti da quello che sarebbe stato poi definito il “Terzo Mondo”. Firenze, nel segno della pace universale, assume una dimensione planetaria: personalità di culture opposte e di opposte politiche, le quali altrove non avrebbero osato avviare un qualsiasi discorso comune, rimangono folgorate dalla fede biblica e dal provocatorio appello di un sindaco audace: «Cristiani, ebrei, islamici, tutti dobbiamo fare la pace della famiglia di Abramo».

«Le cose buone prima si fanno e poi si pensano» diceva don Oreste Benzi. Chi si accontenta di dirlo è un sognatore, chi inizia imprese che sembrano impossibili è un costruttore di civiltà.

Sull’onda lunga di tali eventi, il 12 aprile 1954 viene invitato a Ginevra dal Presidente della Croce Rossa Internazionale per una riunione straordinaria di esperti sul tema della difesa delle città dai pericoli dell’epoca nucleare. La Pira nella sua ampia e appassionata prolusione, vi afferma l’irrinunciabile diritto delle città a sopravvivere ad ogni tipo di violenza, di qui il supremo obbligo degli amministratori di operare indefessamente per la pace.
Il lucido teorema di matrice evangelica, scosse in profondità la coscienza comune. Quell’incontro internazionale ebbe, infatti, risvolti imprevedibili: per dare consistenza alle sue proposte di pace e di benessere universale, La Pira prende la decisione di convocare nella sua Firenze tutti i sindaci delle città del mondo. Idea tanto allucinante quanto inverosimile. Contro ogni attesa, l’appello ottenne enorme successo. A Firenze il 4 ottobre 1955, festa di S. Francesco patrono d’Italia, giunsero i rappresentanti di 80 città da 60 nazioni, compresi i sindaci di Mosca, di Pechino e di altri stati dell’Est. L’allocuzione inaugurale di La Pira resta un brano di classica efficacia: “Multi unum corpus sumus” (Rom.12,5). L’unità nella molteplicità e l’armonia delle diversità. Sembrano espressioni di papa Francesco. Al termine del convegno, l’8 novembre viene stilata la “Carta di Firenze” da tutti sottoscritta, perché le città non possono morire. A conclusione, invita i partecipanti alla Messa nella basilica di Santa Croce, dove celebrerà il cardinale Elia Della Costa. Un gesto solidale di chiara ispirazione cristiana che nessuno rifiuta.

Nessuno può vantare di avere l’esclusiva del vero, del buono e del bello. Il cristiano è capace di vedere il buono anche in realtà o persone che altri hanno classificato come male.

Durante quel convegno, l’ambasciatore sovietico a Roma Bogomolov, un diplomatico accorto ed esperto, lo invita a Mosca. Ricevuta la convocazione ufficiale, La Pira ne scrive a Pio XII, riflette alla promessa delle apparizioni di Fatima: “la Russia si convertirà”, va in pellegrinaggio a Lourdes e ad altri luoghi della fede in Europa e parte. Era il 13 agosto 1955, l’antivigilia della solennità dell’Assunta. Il primo politico occidentale non comunista varcava la “cortina di ferro”. In valigia, un bagaglio inusuale: quattro statuine in legno della Madonna di Fatima, centinaia di riproduzioni della Santissima Annunziata di Firenze con la scritta in russo e tantissime raffigurazioni devozionali. Il tutto alla rigida frontiera russa passa inosservato trattandosi di un ospite diplomatico. L’incontro al Cremlino con il Soviet Supremo al gran completo, avviene alle ore 10 del 17 agosto: «Signori, io sono un credente cristiano […] ho deciso di dare un contributo alla coesistenza pacifica est-ovest facendo un ponte di preghiera tra Occidente e Oriente per sostenere, come posso, la grande edificazione di pace nella quale tutti siamo impegnati». L’intera Russia pervasa da ateismo di stato, rimane stupefatta. L’allucinazione del materialismo sovietico è irreparabilmente rotta.

«Fai il bene e ti tirano le pietre». Cristo l’hanno persino messo in croce e ucciso. Ma il Padre gli ha regalato la Risurrezione. La Pira con la sua coerenza ha portato la Croce di Cristo in contesti sociali e politici impensabili.

Il suo ritorno da Mosca non fu per niente tranquillo. Titoli e articoli polemici sulle prime pagine di quasi tutti i giornali. Ed ebbero torto. Gli anni seguenti furono contrassegnati dal disgelo USA-URSS; si ebbe il drammatico superamento della crisi dei missili a Cuba, grazie anche all’intervento risolutivo di Giovanni XXIII, vi fu il patto di interruzione degli esperimenti nucleari, sottoscritto a Mosca il 5 agosto 1963. Proprio nel dicembre di quell’anno La Pira ritorna a Mosca invitato a una tavola rotonda est-ovest, ribadisce la sua convinzione della necessità di una universale pace per la salvaguardia e il benessere dell’umanità. Vi consolidò anche il suo rapporto personale con Krusciov. Tenne aperta la comunicazione con lui anche dopo la sua defenestrazione. Quando poi lo stesso morì, La Pira mandò un telegramma di condoglianze alla famiglia. Gli rispose la vedova Nina Petrovna, assicurandolo che leggeva ogni volta commovendosi le missive che arrivavano da Firenze. Il grande gerarca sovietico, essendo morto in disgrazia, non ebbe né onori, né sepoltura di stato. Lo misero nel vecchio cimitero cristiano di Novodièvici, ove la vedova Nina fece collocare un semplice monumento a memoria, nel quale è ben accennato il segno della croce.
A quelli di Mosca si aggiunsero altri viaggi di La Pira per abbattere muri e costruire ponti coerentemente con la tesi biblica dell’unità della famiglia umana. Uno dei più impegnativi fu quello in Vietnam nel novembre del 1965 donde riportò informazioni che, se considerate doverosamente, avrebbero potuto far concludere quella guerra con anni di anticipo e migliaia di morti risparmiati.

Possiamo concludere che chi si mette a servizio di Dio è in grado di servire i fratelli, realizzando la vera dignità umana.

Il suo impegno politico, nonostante le apre apposizioni anche interne, non conobbe soste: pure quando, lungo gli anni ’70, sembrò che la grande tela della sua diplomazia di pace universale gli sfuggisse di mano, egli restò fedele alla sua innamorata contemplazione. A furor di popolo verrà rieletto alla Camera dal 1958 al 1960; nuovamente deputato nel 1976, un anno prima della morte che lo colse il 5 novembre 1977. La salma viene esposta in S. Marco; i Fiorentini vi si riversano in massa a salutare il “sindaco santo”, mentre da tutto il mondo giungono personalità di opposte estrazioni per l’estremo omaggio. Il 7 novembre, i funerali: in Duomo il Cardinal Giovanni Benelli afferma: “Nulla può essere capito di Giorgio La Pira se non è collocato sul piano della fede”. Viene sepolto nel cimitero di Rifredi. Sulla sua tomba c’è una lampada, dono di alcuni ragazzi fiorentini, israeliani e palestinesi. Sopra la scritta: “Pace, Shalom. Salam”. Nel 2007, nel trentesimo anniversario della morte e in seguito alla conclusione della fase diocesana del processo di beatificazione, la salma viene traslata nella Basilica di S. Marco, in attesa della gloria degli altari. La politica come chiamata alla santità sulla via della pace universale dell’unica famiglia di Dio, per sconfiggere povertà e disoccupazione. Un messaggio illuminante in questa convulsa situazione sociale e politica, nazionale e internazionale.

Il processo di canonizzazione

Giovanni Paolo II ricordò più volte La Pira, come quando, ad esempio nel 2004, indicò la sua come «una straordinaria esperienza di uomo politico e di credente, capace di unire la contemplazione e la preghiera all’attività sociale e amministrativa, con una predilezione per i poveri e i sofferenti». Come ha avuto a scrivere da parte sua il cardinale Gualtiero Bassetti, presidente della Conferenza episcopale italiana che conobbe La Pira ed ha più volte fatto riferimento al sindaco di Firenze quale esempio attuale anche ai nostri giorni, «non si può capire la sua figura senza considerarne la vocazione mistica, profusa nella profondità e nella misericordia». Papa Francesco, il 05/07/2018, ha autorizzato la Congregazione delle Cause dei Santi a promulgare il decreto riguardante “le virtù eroiche del Servo di Dio Giorgio La Pira”. Si tratta del primo passo per l’apertura di un processo di beatificazione e canonizzazione. La fase diocesana del processo che ha visto l’esame teologico di tutti gli scritti di La Pira, la raccolta delle dichiarazioni di centinaia di testimoni, la relazione sui più significativi documenti inediti, si era conclusa il 4 aprile 2005.

Don Ferdinando Colombo, salesiano

Immagine di copertina: foto di pubblico dominio da amicodelpopolo.it – Link

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