“Non voglio andare a scuola” Niente panico!

CHIEDILO AL PROF SALESIANO

Come attraversare crisi, silenzi e paure adolescenziali senza perdere la rotta

Cara Redazione, fuori albeggia, ma in casa l’aria è densa. Mio figlio è ancora a letto, le coperte tirate sul volto come un’armatura. Il ritornello meccanico è «Ho mal di pancia». Fissando il vuoto. Il treno è andato. “andiamo in macchina?” Nulla, silenzio. Ho provato la linea dura: niente allenamenti né oratorio per costringerlo a studiare, ma il muro è diventato solo più alto. Non è la prima volta. Mentre cerco le parole per esprimere la mia preoccupazione, il registro elettronico sentenzia: un altro brutto voto, l’ennesimo segnale di un naufragio che con mio marito non avevamo previsto. La sorella grande è così brava a scuola e anche lui alle elementari era il primo della classe. Come si riaccende la speranza quando il silenzio diventa un abisso? Dai racconti prima della crisi nera pensiamo sia stato vittima di bullismo in questa nuova scuola. (Messaggio firmato)

Cari genitori, in queste situazioni immagino attivarsi un’Unità di Crisi che pare la sala operativa della Farnesina durante un’emergenza internazionale. Ma la sensazione che traspare dalla lettera è di sentirsi più Schettino che Bertolaso… Si vorrebbe abbandonare la nave mentre l’ombra scura del bullismo inizia a farsi strada nei vostri pensieri. Ma prima di inviare i soccorsi è fondamentale fermarsi e verificare quali risorse abbiamo accumulato nel tempo per affrontare questa tempesta. Come sempre sistema preventivo che è meglio di curare…

Il primo vero tesoro è il capitale della narrazione. Chiedetevi quanto avete investito in quel semplice rito del «com’è andata oggi?» negli anni passati. Ricordo bene che a casa mia, quando ero piccolo, l’ordine di spegnere la TV perché la cena era pronta era categorico; temevo quasi che se avessi toccato il telecomando sarebbero arrivati i carabinieri. Eppure, in quel silenzio forzato della tecnologia, i miei genitori proteggevano la nostra relazione dal turbinio della giornata, insegnando a me e ai miei fratelli l’arte di raccontarsi.

Oggi, con l’adolescenza, vi sembra di vivere in un perenne “silenzio radio”. «Non ci dice più nulla», vi ripetete sconsolati. Ma è proprio qui che entra in gioco il dispositivo di emergenza, un salvavita che deve scattare senza bisogno della vostra volontà. Vi siete mai seduti accanto a lui per porgli una domanda esplicita, quasi cruda? «Se qualcuno cercasse di farti del male in metro, o se un compagno ti perseguitasse, a chi lo diresti?». Sapere di avere un porto sicuro è il primo, vero vaccino contro il disagio. Spesso noi adulti lo dimentichiamo, ma molti docenti di lettere potrebbero raccontarvi di confidenze delicatissime affidate alle righe di un tema proprio perché lì, e solo lì, i ragazzi hanno sentito di avere una via d’uscita. Mi riecheggia ancora una ragazza che sospinge l’amica invitandola a raccontare il fattaccio avvenuto in metro con le parole “il don non ti giudica”.

È bene ricordarlo: la crisi non guarda in faccia a nessuno e arriva anche nelle famiglie più attente. Non è un fallimento definitivo, ma somiglia piuttosto a quegli incroci infernali dei quiz della patente, tra sensi vietati, precedenze confuse e semafori che sembrano non diventare mai verdi.

Dalla cabina di regia della nostra “panchina” educativa, la prima regola è non farsi travolgere dal panico. Proprio come accade con un bambino che cade al parco: è il vostro sguardo a decidere la gravità dell’evento. Se urlate terrorizzati, lui piangerà; se sorridete offrendo un “non è successo niente” e un bacio sulla «bua», si rialzerà trotterellando per tornare a giocare. Agli adolescenti spettano le montagne russe emotive, a noi il compito di restare adulti equilibrati e prudenti: siamo l’ancora nel mezzo della tempesta, portando i nostri amori e non i nostri umori.

In questa fase, usate tutto il credito di fiducia costruito con i vostri figli e attivate la rete: allenatori, professori, animatori dell’oratorio. Al contempo, imparate l’arte del discernimento. Non ogni litigio è bullismo e non ogni brutto scherzo è una persecuzione sistematica. La pace non è l’assenza magica di conflitti, ma la capacità matura di abitarli e gestirli.

E mentre vi rassicurate vedendolo chiuso in camera a fare i compiti, restate vigili. Il mondo digitale è un oceano immersivo e brutale. Come nel film Ready Player One, i nostri ragazzi vivono spesso vite parallele online regolate da codici a noi ignoti, dove challenge assurde e minacce virtuali possono avere effetti esplosivi nella realtà. (ma di questo tratteremo la prossima volta)

Infine, guardiamo a ciò che accade nel mondo degli influencer: quando qualcuno commette uno scivolone pubblico e prova a rimediare con video di scuse forzate e patinate, finisce quasi sempre per peggiorare la situazione. Non facciamo lo stesso errore. I figli non cercano discorsi da copione, cercano i tre pilastri che Don Bosco ci ha lasciato in eredità.

Cercano la Ragione per distinguere i fatti dal fumo delle emozioni; Non rispondiamo “di pancia” andando a urlare fuori dai cancelli della scuola. Fermiamoci. Ascoltiamo il ragazzo/a senza interromperlo. Aiutiamolo a distinguere il dato oggettivo (cosa è successo?) dalle emozioni (come ti senti?). La ragionevolezza ci insegna che per curare un disagio serve chiarezza, non altro rumore. Portare alla scuola fatti precisi permette ai docenti di intervenire in modo mirato, non generico. Con uno slogan: Distinguere per intervenire.

Cercano la Religione per ricordarsi che ogni vita è una «storia sacra» che va oltre un brutto voto. Don Bosco diceva che i giovani devono “sentirsi amati”. Se un figlio subisce prevaricazioni, la sua autostima si sgretola. In quel momento non servono prediche sul “farsi rispettare”, ma la vicinanza di un adulto che regga l’urto del suo dolore. Amorevolezza significa creare a casa quel “porto sicuro” dove il ragazzo può deporre le armi e sentirsi accolto, qualunque sia il voto o il problema con i compagni. Con uno slogan: Far sentire che “ci siamo”

Cercano l’Amorevolezza per sentire che, nonostante tutto, il loro bene ci sta a cuore sopra ogni altra cosa. Educare al senso religioso significa ricordare che ogni ragazzo vittima, spettatore o bullo è una “storia sacra”. Insegnare ai nostri figli che l’altro è un fratello, non un rivale nella corsa alla performance, è l’unico vero vaccino contro la violenza. Con uno slogan: Educare al senso dell’Altro.

L’Alleanza: non portate questo peso da soli

Il consiglio del Prof: Se sospettate un disagio, non aspettate che passi da solo. Chiedete un colloquio. Ma non andateci come se fosse un tribunale per cercare colpevoli. Andateci per rinsaldare il Patto Educativo. Dite ai prof: “Abbiamo notato questo segnale, come possiamo lavorare assieme per restituire serenità a nostro figlio”. Quando scuola e famiglia parlano la stessa lingua, i bulli perdono il loro potere, perché il “cortile” torna ad essere una comunità di fratelli.

Don Alessandro Curotti, salesiano

Immagine di copertina tratta da una foto di Emanuele Bianchi.

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