Don Jan Świerc e compagni vengono beatificati oggi, 6 giugno 2026, a Cracovia
Cracovia, sera del 23 maggio 1941. La comunità salesiana della sede dell’Ispettoria (provincia religiosa) intitolata a San Giacinto sta preparando per l’indomani la festa di Maria Ausiliatrice, anche se da ormai due anni infuria la guerra e la Chiesa cattolica, in tutti i suoi membri, è duramente perseguitata. Amici e familiari dei religiosi hanno suggerito loro di fuggire, ma, di comune accordo, i religiosi hanno scelto di continuare a seguire i loro fedeli, soprattutto i giovani. All’improvviso, gli ufficiali della Gestapo irrompono nella casa, arrestando quattro membri della comunità: don Jan Świerc, 64 anni, parroco; don Ignacy Dobiasz, 61 anni, vicario parrocchiale; don Franciszek Harazim, 56 anni, professore di Teologia; don Kazimierz Wojciechowski, 37 anni, catechista. Don Harazim conosce il tedesco e cerca di negoziare per proteggere i confratelli, mentre don Wojciechowski si offre, invano, di sostituirsi a don Świerc.
Tutti e quattro vengono condotti al carcere di Montelupich e sottoposti a un interrogatorio sommario, in seguito al quale mandati al campo di concentramento di Auschwitz. Nello stesso luogo viene inviato anche don Ignacy Antonowicz, 51 anni: quando la Gestapo giunge anche nello studentato teologico di Cracovia, di cui è direttore, si assume piena responsabilità per i confratelli.
Altri Salesiani sacerdoti, appartenenti ad altre comunità, incontrano la stessa fine: il ventisettenne don Karol Golda, insegnante di teologia nell’Istituto salesiano di Oświęcim; don Włodzimierz Szembek, cinquantanovenne viceparroco a Skawa; don Ludwik Mroczek, che al momento dell’arresto è in servizio a Czestochowa; don Franciszek Miska, quarantatré anni, parroco e direttore dell’istituto salesiano di Ląd, il quale però viene inviato in un altro campo di concentramento, quello di Dachau.
NOVE VITE, UNA SOLA VOCAZIONE
Le loro vite seguono un percorso comune e relativamente ordinario: la nascita, la vocazione tra i Salesiani, l’itinerario formativo e il tirocinio pratico, l’ordinazione sacerdotale e i vari incarichi. Nella parte iniziale della loro formazione, quasi tutti sono partiti per l’Italia: alcuni hanno studiato a Roma, altri a Valsalice, il primo studentato salesiano dove, peraltro, hanno a lungo riposato le spoglie mortali di san Giovanni Bosco.
Spicca il caso di don Dobiasz, il quale, durante i suoi studi a Valsalice, consegue un diploma in agronomia: è un fatto raro per i preti del suo tempo. Don Golda, invece, impara quattro lingue oltre a quella di nascita, così da essere ancora più pronto alla sua missione tra i giovani.
Don Świerc viene invece scelto dal primo successore di don Bosco, il Beato Michele Rua, come suo segretario e viene incaricato della corrispondenza in lingua polacca: in quel servizio da prova delle sue doti di organizzatore, che emergeranno ancora di più quando, tornato in patria, sarà incaricato di dirigere la casa ispettoriale di Cracovia. La vocazione di don Szembek, invece, è ancora più particolare: lascia gli agi e i possedimenti di famiglia, per amministrare i quali era diventato ingegnere agronomo, ed entra, a quarantott’anni, nell’aspirantato salesiano di Oświęcim. Dichiara di aver scelto proprio i figli di don Bosco, non qualche ordine religioso più antico, per un solo scopo: «diventare santo più in fretta». In questo segue le orme di un suo lontano parente, il Beato Augusto Czartoryski.
NON COSPIRATORI, MA EDUCATORI, CONFESSORI E PREDICATORI
Durante gli interrogatori a cui vengono sottoposti, i nove sacerdoti sono accusati di partecipazione ad organizzazioni clandestine. Ancora più grave risulta, per gli accusatori, il fatto che essi, promuovano la cultura nazionale polacca: è un affronto per la Germania nazista, che proprio in quegli anni attua una sistematica persecuzione anticattolica. In Polonia, particolarmente, i nazisti insistono nel cercare di annullare l’identità nazionale, che invece, anche per merito della Chiesa, è profondamente radicata nel popolo.
In realtà, nessuno di quei religiosi si occupa d’altro se non del bene dei fedeli, dell’educazione dei giovani e di vivere con fedeltà la propria vocazione. Don Świerc è un parroco attento e un predicatore apprezzato, così come don Dobiasz, noto in tutta l’Ispettoria per la delicatezza che usa nel confessionale. Don Golda e don Harazim sono insegnanti stimati dai giovani confratelli, tanto che il secondo è considerato sostegno morale dei salesiani polacchi. Anche don Wojciechowski è un insegnante molto amato per la serenità con cui svolge i suoi
compiti, oltre che per la sua passione sportiva. Allo stesso modo, don Antonowicz meraviglia gli studenti con la competenza e con la calma che impiega nell’insegnare filosofia.
Don Miśka, invece, si ritrova ad assistere alla requisizione forzata, da parte della Gestapo, dell’istituto salesiano di Ląd, trasformato in una prigione per sacerdoti. I soldati lo nominano direttore di quel carcere e vorrebbero che fosse spietato con tutti i prigionieri, ma lui non può fare a meno, invece, di essere un custode amorevole per loro.
NIENTE E NESSUNO PUÒ ANNULLARE LA LORO DIGNITÀ
Una volta arrivati nei campi di concentramento, sono obbligati a spogliarsi dell’abito sacerdotale e a rivestirsi delle divise logore e sporche di quanti li hanno preceduti. Non sono più chiamati per nome, ma con un numero. Anche in mezzo alle torture e alle privazioni, tuttavia, questi nove salesiani non smarriscono la loro identità di sacerdoti e la loro dignità umana.
Ad Auschwitz, don Świerc, che non è in grado di lavorare a causa dell’età, viene preso di mira da Franz, uno dei kapò (prigionieri incaricati di sorvegliare altri prigionieri) il quale lo uccide il 27 giugno 1941. Muore ripetendo: «Gesù mio, abbi pietà di me». Subito dopo di lui, lo stesso kapò si accanisce su don Dobiasz, fino a stroncarlo. Lo stesso giorno vengono ammazzati anche don Wojciechowski e don Harazim. Don Antonowicz, stremato dalle torture e dai maltrattamenti, muore dopo tre settimane di agonia il 21 luglio 1941. Don Mroczek subisce invece numerosi interventi chirurgici: benché venga trattato come una cavia per esperimenti non inveisce, ma accetta tutto con calma, spirando il 5 gennaio 1942. Don Golda, che conosce il tedesco, amministra il Sacramento della Confessione a due soldati tedeschi e per questa ragione viene fucilato il 14 maggio 1942. Per ultimo, don Szembek viene obbligato a trascinare il rullo che serve per livellare la piazza dove, ogni giorno, i prigionieri sono costretti all’appello: è un lavoro superiore alle sue forze, scelto apposta per ucciderlo, fatto che avviene il 7 settembre 1942. Don Miśka, invece, muore di stenti il 30 maggio 1942 a Dachau, non prima di aver attirato su di sé percosse e torture per aver battezzato clandestinamente il figlio di un soldato della Wehrmacht.
VITTORIOSI TRA LE TORTURE
Il 30 gennaio 1972, in un’omelia, l’allora arcivescovo di Cracovia, il cardinal Karol Wojtyła, si riferisce ai quattro della sede ispettoriale, ma con parole che valgono anche per gli altri: «Questo sacrificio fu una semente di vita, una semente di vittoria […]. Quei pastori […] per la vita cristiana di ogni parrocchiano e specie per i giovani parrocchiani […] pagavano non solo con una buona parola, non solo con il buon esempio della loro vita generosa, ma anche con il sacrificio e il sangue del martirio».
Accompagnati da una perdurante fama di martirio, don Jan Świerc e i suoi otto compagni vengono beatificati il 6 giugno 2026 a Cracovia. Concludendo un suo studio su di loro, don Pierluigi Cameroni, postulatore generale della Famiglia Salesiana, traccia il messaggio che questi martiri lasciano alla Chiesa e al mondo di oggi: «Ci insegnano che la vera forza non risiede nella violenza che opprime, ma nella fede che resiste e nell’amore che perdona. Il loro sacrificio ci interroga sulla qualità della nostra fede e sulla nostra disponibilità a testimoniare il Vangelo senza compromessi. Siamo chiamati non solo a un atto di memoria storica, ma a un rinnovato impegno spirituale. Il sacrificio di questi nove Servi di Dio continua a essere una “semente di vittoria”, un monito contro ogni ideologia totalitaria e un’ispirazione per tutti coloro che credono nel potere redentivo dell’amore e nella vittoria finale di Cristo sulla morte e sul male».
Emilia Flocchini
Immagine di copertina: i nove beati martiri, ritratti estratti dal manifesto della beatificazione.




