LA BEATIFICAZIONE DEI PRETI MARTIRI
Storia e anima del diario di don Elia Comini
PIÙ DI UN SEMPLICE TACCUINO
Il diario spirituale di Elia Comini, iniziato nel fervore della giovinezza, si configura come un vero compagno di viaggio e un confidente silenzioso. Il taccuino non è solo una cronaca, ma uno “specchio”: luogo dove Elia ha educato se stesso alla santità prima di farsi educatore degli altri.
Il diario si apre con un’invocazione che funge da bussola, scritta in un giorno non casuale: «Qui elucidant me, vitam aeternam abebunt» (Coloro che mi mettono in luce avranno la vita eterna). Queste parole, tratte dal libro del Siracide, appartenevano alla liturgia usata prima della riforma per le Messe in onore della Vergine Maria. Elia le vergò di sabato, il giorno tradizionalmente dedicato a Maria, legando indissolubilmente la sua ricerca di sapienza alla devozione mariana. È il dialogo “fitto, fitto” tra un’anima eletta e il suo Signore, un percorso iniziato quando questo guscio di carta nera era ancora intonso, pronto a raccogliere il fuoco di una vocazione nascente.
LA GENESI: TORINO VALSALICE 31 DICEMBRE 1927
Il diario vede la luce a Torino, nell’Istituto Valsalice. In quel passaggio d’anno, il giovane chierico inizia a fissare sulla carta il “battito silenzioso” del suo cuore.
Si tratta di un quadernetto tascabile, copertina nera zigrinata, con una scrittura minuta a penna e matita, riga per riga. Le prime pagine riflettono quella che è stata definita la “trasparenza ottimista” del giovane Elia. Egli non cerca la santità nell’isolamento, ma osserva con ammirazione i suoi confratelli: «Tanti salesiani vivono da santi in congregazione», scrive con umiltà.
TAPPE DI UNA TRASFORMAZIONE: 1928 – 1935
Tra il 1928 e il 1935, il diario segue l’evoluzione di Elia attraverso gli esercizi spirituali, momenti in cui il “caro librettino” diventa lo strumento per una purificazione sempre più esigente.
A soli 18 anni, durante i ritiri a Valsalice, annota: «Mi ha dominato salutarmente il pensiero della morte. – “Gesù con voi e per voi”». Non è un desiderio cupo, ma il desiderio di unire la propria esistenza al sacrificio di Cristo.
In occasione della rinnovazione dei voti, dichiara: «Sono contento più che mai in questo giorno, alla vigilia dell’olocausto che spero Ti sia gradito – Ricevimi pure come una vittima espiatoria, quantunque non lo meriti» Il termine “olocausto” entra nel suo vocabolario non come distruzione, ma come offerta totale di sé.
Il 6 maggio 1931 nell’imminenza della professione perpetua scrive una frase emblematica: «Se potessi essere degno! Il male si è che io sono una vittima non bianca, ma sudicia». Qui emerge l’aspirazione a una purezza assoluta, un desiderio di appartenenza a Gesù che sia “caparra” dell’eternità.
In occasione dell’ordinazione sacerdotale (1935) offre a Gesù il suo programma di vita, chiedendo «la morte piuttosto che venir meno alla mia vocazione sacerdotale. L’amore eroico per le anime».
In ogni pagina pulsa la devozione per Don Bosco, il “padre dolcissimo”. Elia sente che il Fondatore lo ama dal cielo e il suo unico desiderio è purificarsi per poter «portare un po’ più di Don Bosco» nel mondo, incarnando quella pace e quella carità che aveva visto nel suo modello.
ULTIMA ANNOTAZIONE E IL SILENZIO DI SALVARO (1944)
L’epilogo del diario si consuma a Salvaro, tra i morsi della guerra. Don Elia è lì per dovere filiale e sacerdotale, assistendo la madre e l’anziano parroco Mons. Mellini. L’ultima traccia, datata 22 luglio 1944, è intrisa di una nostalgia profonda: «… se potessi, partirei domani per Treviglio». In queste parole risiede il contrasto supremo: il suo corpo è a Salvaro, nel cuore del pericolo per servire il prossimo, ma il suo cuore è a Treviglio, nella sua casa salesiana.
È il sacrificio finale della propria volontà.
Il diario non si chiude per esaurimento dei pensieri, ma perché “la violenza volta la pagina”. Due mesi dopo, quell’offerta di “vittima tutta bianca” troverà il suo compimento nel martirio.
DALLA MEMORIA ALLA STORIA
Sconosciuto persino ai suoi compagni di studi, il diario è emerso dal silenzio nel 1980 per poi giungere ad una prima edizione integrale del 1994. Il valore di questo documento risiede nella sua duplice natura, spirituale e pedagogica: Scritto non per ostentazione, ma per“mettere a nudo l’ansia di perfezione”, il Diario dimostra che il dono della vita alla “Botte” di Pioppe di Salvaro non fu un impulso eroico improvviso, ma l’esito di diciassette anni di preparazione interiore.
Come testimoniato dall’allievo Giuseppe Forni, don Comini insegnava ai suoi ragazzi a tenere un «Diario personale e riservato». Lo usava come alternativa ai “temi prestabiliti”, permettendo agli studenti di esprimere liberamente “sogni e quanto frullava loro in testa”, educandoli all’onestà verso se stessi.
Il diario di Don Elia rimane oggi una testimonianza di come l’ordine interiore vinca sul disordine del mondo. È l’eredità di un uomo che, pur nel buio della guerra, è rimasto fedele alla propria missione, lasciandoci l’immagine definitiva di «Elia con il sole sul cuore», una luce necessaria per i fratelli di ogni tempo.
Don Pierluigi Cameroni, Postulatore Generale, sdb
Immagine di copertina: le rovine della chiesa di Casaglia dall’esterno a Monte Sole, foto di Giovanni Baldini (2024) CC BY 4.0. Nel testo: foto del “caro librettino”, ossia il diario di don Elia Comini, in mano a don Pierluigi Cameroni.




