Domenico Zamberletti

Chierichetto del Sacro Monte di Varese
Il suo motto: “Servire con gioia”

Oggi ricorre l’anniversario della morte di Domenico Zamberletti, e nell’occasione riproponiamo l’articolo pubblicato su “Sacro Cuore – Vivere” nel maggio 2025.

I raggi del sole hanno da poco illuminato la statua di Mosè, che domina la fontana ai piedi dell’ultima salita del Sacro Monte di Varese. Sul selciato della strada si affrettano i passi di un bambino, che si ferma proprio accanto alla fontana. Poco dopo, posa sul parapetto tre bigliettini, su cui ha scritto altrettante lettere: “S”, “M”, “C”; quindi si guarda attorno e riprende la sua strada.
Un’ora dopo, tornato sul luogo, si accorge che nessuno dei tre biglietti è rimasto sulla fontana, anche se non tirava un alito di vento quando li aveva lasciati. Commentando l’accaduto con la mamma, Domenico, questo il suo nome, le spiega che aveva voluto chiedere al Signore se lo volesse sacerdote, missionario o camilliano. Così interpreta quel segno: «Si vede che il Signore mi vuole in Paradiso».

LA CASA DELLA MADONNA È CASA SUA

Domenico Zamberletti nasce il 24 agosto 1936 a Santa Maria del Monte, frazione di Varese che prende il nome dal santuario formato da tante cappelle quanti erano i Misteri del Rosario in uso al tempo. Figlio dei proprietari dell’albergo situato proprio ai piedi del monte, cresce con il fratello Giuseppe (futuro fondatore della Protezione Civile italiana) e con la sorellina Magda, per la cui nascita aveva tanto pregato il Signore.
La cappella principale del Sacro Monte è quasi la sua seconda casa: lì impara a servire la Messa con una tale serietà che l’arciprete, monsignor Angelo Del Frate, lo nomina ben presto capo del gruppo dei chierichetti. Domenico ne è tanto fiero che un giorno, quando giungono al santuario altri chierichetti al seguito di un pellegrinaggio, desiderosi di servire all’altare al posto dei titolari, li chiude nella torre del campanile con uno stratagemma, così da avere campo libero insieme ai suoi compagni di servizio.
Negli anni in cui frequenta la quarta e la quinta elementare, comincia a ricevere ogni giorno l’Eucaristia; in particolare, vive con devozione i Primi Venerdì in onore del Sacro Cuore. Confida alla mamma riguardo le sue Comunioni: «Non so dire la gioia che provo per tutta la giornata… anche se tu mamma mi picchiassi e mi sgridassi o se prendessi dei brutti punti a scuola, non me ne importerebbe niente di niente! Io non sento più nulla, all’infuori di questa gioia».

CON LA MUSICA NEL CUORE

Domenico ha anche un altro servizio importante nel santuario: a soli nove anni, ne diventa organista titolare. I suoi genitori assecondano questo suo talento naturale, emerso mentre strimpellava il pianoforte dell’albergo, e lo mandano a scuola di musica a Varese, dal maestro Mario Conti.
Quando Domenico suona, anche se fatica ad arrivare ai pedali dell’organo, i fedeli rimangono estasiati ad ascoltare le sue improvvisazioni organistiche. Una signora, ad esempio, gli chiede la partitura di un pezzo che ha appena suonato e lui, candidamente, replica: «Non c’è… non esiste, io non ne ricordo più nemmeno una nota».
In questo segue le indicazioni del padre, che gli aveva raccomandato: «Ogni festa suonerai qualcosa di nuovo, l’Ave Maria di Schubert, quella di Gounod, e altri pezzi che suonerai meglio che potrai. Ma, all’Elevazione, devi tu cavare dalla tua testa e dal tuo cuore la musica più bella. Suona come vuoi, ma senza musica davanti. Ricorda che è il momento più importante, che la gente deve stare raccolta e tu stesso devi dare il meglio di te al Signore».

DUE AMICI SPECIALI: DOMENICO SAVIO E DON SILVIO GALLI

L’inizio delle scuole medie, nell’ottobre 1947, rappresenta per Domenico un primo impatto con un mondo diverso da quello del suo piccolo borgo. Per andare all’Istituto Salesiano di Varese, in cui è stato iscritto come alunno esterno, prende ogni giorno la funicolare e il tram: sui mezzi pubblici sente spesso discorsi grossolani o irrispettosi verso la fede, ma lui, così piccolo, non si sente di rimproverare persone più grandi.
Ogni mattina, appena arrivato, si ferma in cappella e contempla a lungo l’immagine della Madonna Ausiliatrice e, lì accanto, i ritratti di san Giovanni Bosco e di Domenico Savio, che era diventato Venerabile appena tre anni prima della sua nascita. L’esempio di quel ragazzo suo omonimo ha un tale influsso su di lui da condurlo a immaginare una serie d’iniziative per coinvolgere i ragazzi del Sacro Monte nella vita di fede: anzi, vorrebbe che s’impiantasse un oratorio moderno, di cui progetta lui stesso le attività.
Per i suoi educatori nutre grande rispetto, ma con uno di essi arriva a stringere una vera amicizia. È don Silvio Galli, chierico ventiduenne, che sta svolgendo lì il suo tirocinio pratico e fa da ponte tra i superiori e i ragazzi. A lui, poco dopo l’inizio delle medie, confida: «Se il Signore mi da la grazia, vorrei diventare sacerdote».
Una prima intuizione gli è venuta pochi anni prima, quando, come premio per una delle gare catechistiche in cui aveva primeggiato, aveva vissuto il pellegrinaggio a Roma per l’ottantesimo anniversario di fondazione della Gioventù Maschile di Azione Cattolica. È probabile che anche l’esempio dei sacerdoti del Sacro Monte, specie dell’arciprete e di don Gaetano Cappellini, lo abbia condotto a sognare di essere come loro.

IL FUTURO IN PARADISO

Ai primi di gennaio 1949, mentre sta pregando in chiesa, Domenico avverte brividi in tutto il corpo; tornato a casa, gli sale la febbre. Per più di un anno i medici non capiscono che malattia abbia: prima pensano a un’influenza, poi a una pleurite. Il ricovero alla clinica Columbus di Milano svela la diagnosi in tutta la sua crudezza: è una leucemia molto grave.
Lontano dal Sacro Monte e dalla scuola salesiana, sopporta le iniezioni e i controlli, ma un giorno dichiara a Carla, la fedele domestica dell’albergo: «Io mi lascio fare tutte le cure, tutto quello che vogliono… per far contenta la mamma, ma io non guarirò».
Dopo qualche mese all’ospedale di Varese, Domenico è riportato a casa. Vengono a trovarlo in tanti, ma a lui interessa solo prepararsi alla morte in piena lucidità e consolare i suoi cari. Per questo si rammarica quando grida di dolore, o quando invoca Dio per smettere di soffrire. Particolarmente intenso è il Venerdì Santo 1950, quando perde temporaneamente i sensi: risvegliatosi al mattino di Pasqua, commenta che non bisogna aver paura della morte.
Don Silvio viene a trovarlo e lo rincuora, dicendo che le sue esclamazioni non riducono il suo impegno a offrire la vita. Quindi gli fa una proposta: condivideranno il sacerdozio, così che ogni volta che lui alzerà la mano per benedire, Domenico sarà con lui. Il ragazzo è raggiante: «Così son contento! Sarò sacerdote! Non m’importa più nulla di morire. Ho raggiunto il mio scopo… Anzi, dal Paradiso potrò agire con maggiore efficacia».
Domenico muore il 29 maggio 1950, alla presenza di sua madre e della signora Carnelli, conosciuta all’ospedale di Varese. Sotto il loro sguardo, prima lancia un grido straziante, poi si ricompone e, con gli occhi spalancati, afferma di vedere la Madonna. Le sue ultime parole sono, ancora una volta, di consolazione: «Mamma, sto bene… e vado in Paradiso a sentì tutt i ciacer di donn!» (in dialetto varesino, «tutte le chiacchiere delle donne»).
Ancora oggi, a settantacinque anni da quel giorno, in tanti ricordano Domenichino, come lo chiamano affettuosamente, e visitano la sua tomba nel piccolo cimitero di Santa Maria del Monte. Neppure il suo amico don Silvio Galli, attualmente Servo di Dio, l’ha mai dimenticato, tanto da aver dichiarato, in una testimonianza dattiloscritta e firmata: «Ho avvicinato tanti giovani, tanti ragazzi, pur buoni e virtuosi, nessuno ho trovato come Domenico Zamberletti».

Emilia Flocchini

Immagine di copertina: Domenichino Zamberletti del Sacro Monte di Varese

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