In missione per conto del Sacro Cuore

Don Elia Bellebono (1912-1996)

Lonigo, noviziato della Compagnia di Gesù, 1941. I giovani novizi pregano nella cappella della comunità, intitolata a Maria Mater Gratiae. Verso le 17, dopo aver recitato il Rosario e fatto la lettura spirituale, uno dei novizi, fratel Elia Bellebono, vede come una nube bianchissima uscire dal Tabernacolo. Dalla nube emerge la figura di Gesù, vestito di bianco e con un manto dorato: sul petto si vede il suo Sacro Cuore sanguinante. Elia si sente rivolgere una domanda: «Mi ami tu figliolo?». a cui risponde: «Sì, Gesù, che io ti amo».

«Allora – soggiunge la visione – tu ama il tuo prossimo con lo stesso amore con cui ami Me». Con entusiasmo, risponde: «Sì, Gesù, lo farò!». A quel punto, dalla ferita del Cuore di Gesù parte un raggio luminoso, che ferisce al petto il novizio e lo lascia con un calore e una gioia mai provati, ma anche con una ferita di cui i superiori non tardano ad accorgersi e su cui l’invitano a tacere. È il primo incontro che segna l’inizio di una missione di servizio e di carità, con cui Elia s’impegnerà a far conoscere l’amore che viene dal Cuore di Gesù.

Un giovane calzolaio con un grande sogno

Elia nasce a Cividate al Piano, in provincia di Bergamo, il 7 ottobre 1912. In famiglia vive un clima laborioso e di fede; è membro dell’Azione Cattolica, fa il chierichetto e ama divertirsi con i compagni nella filodrammatica parrocchiale. Rimasto orfano di padre a quattro anni, affronta le ristrettezze a cui va incontro con i familiari grazie alla fede che sua madre gli ha trasmesso. Proprio per aiutare la famiglia, interrompe la scuola in terza elementare e a dodici anni viene inviato da un cugino, per imparare il mestiere di calzolaio, che poi esercita nel Seminario di Bergamo grazie all’appoggio del suo parroco.

Vivendo insieme ai seminaristi e ai professori, Elia matura la vocazione missionaria: vorrebbe partire per l’India e insegnare ai giovani il suo stesso mestiere. Tornato dal servizio militare, che ha svolto in Albania, chiede consiglio al parroco su quale ordine religioso faccia per lui e invia tre domande di ammissione: la prima risposta arriva dalla Compagnia di Gesù. Il 21 novembre 1939 Elia inizia la formazione all’Aloisianum di Gallarate e la prosegue a Lonigo.

Incontri con Gesù, scontri con “federico”

Quattro giorni dopo aver ricevuto la ferita al petto nella visione in cappella, Elia viene fermato da un omino che lavora nell’orto della comunità, il quale gli mostra di essere a conoscenza della visione e, subito dopo, gli annuncia: «Vedrai che i tuoi superiori calcolano che tu sei malato e ti manderanno via dalla vita religiosa». Il novizio cerca di tagliar corto, ma l’omino reagisce picchiandolo con la sua vanga e facendolo cadere in un fosso pieno di rovi e sassi.

In quello strano personaggio, che si ripresenterà, Elia ravvisa il diavolo, a cui dà il soprannome di “federico” con la “f” minuscola, perché gli ricorda un’immagine di Federico Barbarossa presente sul suo libro di Storia delle elementari. La previsione di federico non tarda a realizzarsi: i superiori, forse per prudenza, decretano le sue dimissioni.

Elia, tornato a casa, riprende a lavorare come calzolaio. Passa poi per Lodi e per Como, come calzolaio e assistente dei giovani in due collegi. Proprio a Lodi, nella chiesa del Crocifisso, si ripete la visione del Sacro Cuore, che riapre la vecchia ferita: poco prima, Elia aveva perdonato di cuore un ragazzo che, calunniandolo, aveva portato alla sua espulsione.

La chiamata a diventare sacerdote

Assunto al Collegio Rosmini di Stresa, riceve una nuova visita da Gesù: «Desiderio che tu sia Mio Sacerdote, che sia tu ad assolvere queste anime che Io stesso ti mando a chiamare. Ti darò le prove che Sono Io a chiamarti al Sacerdozio e il tuo Vescovo di Novara ti crederà». Da allora, Elia diventa strumento per la conversione di moltissime persone in peccato grave: giovani, sacerdoti, donne in procinto di abortire, perché intuisce i loro peccati prima ancora che glieli manifestino.

La chiamata al sacerdozio, anche per questa ragione, si fa sempre più pressante, ma il suo grado d’istruzione, unito alla scarsa conoscenza del latino, continua a essere un ostacolo. Elia affronta momenti di desolazione, ma prega senza sosta: «Vorrei essere come una rosa che si sfoglia lentamente al Tuo cospetto per darTi la gloria, per darTi l’amore, per darTi la mia preghiera». Anche in mezzo alle prove, comunque, continua a viaggiare per l’Italia con l’aiuto di tanti benefattori, per compiere le “missioni” che riceve direttamente da Gesù. Un vero aiutante è Umberto Callegaro, Salesiano Coadiutore: dal loro primo incontro, avvenuto a Domodossola, dove Elia ha nel frattempo trovato lavoro grazie ai padri Rosminiani, diventa suo amico e accompagnatore.

A partire dal 9 ottobre 1974 Elia trova finalmente residenza stabile a Fano, nell’eremo di Monte Giove, ospite dei padri Camaldolesi. Circa un anno e mezzo dopo, viene ricevuto a Roma dal cardinal Pietro Palazzini, che ha sentito parlare di lui. Col suo appoggio, ottiene la dispensa dagli studi teologici: l’11 aprile 1977, tra la gioia e la commozione degli amici, viene ordinato sacerdote a Roma e incardinato nella diocesi di Fano all’età di 65 anni.

Un santuario come centro di tante grazie

Tra gli inviti che Elia aveva ricevuto dal Signore, risuona in modo particolare quello relativo alla costruzione di un santuario: «Desidero che sia dedicato al mio Cuore Sacratissimo. Sarà la sede del mio amore e della mia misericordia e lì farò piovere tante grazie». Il luogo indicato è Urbino, città dove per la prima volta, nell’ottobre 1969, aveva parlato in pubblico della sua missione. Ormai sacerdote, il 1° ottobre 1981, riceve una nuova precisazione: accanto al santuario dovrà sorgere una casa di spiritualità per giovani universitari. Al centro sarà posto un quadro che raffigura il Sacro Cuore di Gesù così come lui dice di vederlo.

Riesce però a seguire solo le prime fasi di acquisto del terreno e di edificazione: il suo fisico è debilitato dai continui infarti. Il 2 settembre 1996 don Elia lascia questo mondo nella sua cella di Monte Giove, rassicurando i suoi figli spirituali: «Voi piangete, ma la mia anima è già in Paradiso!». Le esperienze di don Elia non sono ancora state esaminate dalle competenti autorità ecclesiastiche, ma il santuario del Sacro Cuore di Gesù a Ca’ Staccolo è stato solennemente consacrato il 3 settembre 2021. Il giorno dopo, nell’omelia della Messa d’inaugurazione, il cardinal Gualtiero Bassetti, arcivescovo emerito di Perugia-Città della Pieve, ha dichiarato:

«Come un padre o una madre amano sempre i propri figli, anche quando sbagliano, così il Cuore di Gesù ci ama sempre, tutti. Dobbiamo perciò ringraziare don Elia Bellebono per l’ispirazione che ebbe nel voler costruire questa chiesa, dedicandola al Sacratissimo Cuore di Gesù».

Emilia Flocchini

Immagine di copertina: Don Elia Bellebono e sullo sfondo l’immagine del Sacro Cuore come lui diceva di vederlo (per gentile concessione dell’Editrice Shalom)

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