Don Elia Comini, educatore secondo il cuore di Don Bosco

LA BEATIFICAZIONE DEI PRETI MARTIRI

EDUCATORE BUONO E PAZIENTE

Don Elia Comini visse la sua breve esistenza di salesiano educatore ed insegnante soprattutto nelle case di Chiari (1931-1941) e Treviglio (1941-1944). Come insegnante ed educatore aveva una particolare attenzione verso gli studenti in difficoltà, trattati con rispetto e senza alcuna ironia o emarginazione. Laddove il sarcasmo avrebbe prodotto un trauma pedagogico, don Elia offriva “bontà e pazienza”, garantendo un ambiente di apprendimento sicuro in cui l’errore non era colpa, ma tappa del percorso. Così lo ricordava un antico alunno: «Figlio di contadini, impossibilitati per i molti lavori della campagna a seguirmi nello studio; per di più mia madre, simile in tutto a Mamma Margherita non sapeva scrivere, e quindi non mi poteva aiutare. Ero quindi impreparato al Ginnasio di S. Bernardino. Volevo solo diventare prete, ma non sapevo studiare. Con un alunno così non posso non pensare a don Comini che con grande riconoscenza. Non ebbi da lui mai un gesto di emarginazione, né una parola ironica sul mio “nulla capire e imparare”. Era grande il rispetto che Don Comini aveva dei suoi alunni, ed anzi con quelli più ritardati usava tutta la sua bontà e pazienza. Con lui non ci si sentiva né umiliati né scoraggiati. Aveva un metodo a fare scuola che sapeva di bontà, di pazienza».

Nel suo agire infatti manifestava un grande equilibrio tra disciplina e amicizia: la capacità di essere un autorevole insegnante in aula e, simultaneamente, un compagno di gioco e confidente nel cortile, come ricorda un altro suo allievo: «Ma, via via che i giorni e gli anni passano, questo sacerdote mi si fa più vicino, mi attira, riesco a confidarmi, mi diventa amico e costruisce in me qualcosa che pian piano mi responsabilizza, pur non toccando il mio naturale vivace e scatenato. Ed ecco che quella figura seria del primo anno di collegio, diventa quel superiore di cui si contende la vicinanza nelle lunghe camminate su e giù per il cortile, mentre lui sente tutti, vede tutto e, sorridendo, accontenta tutti, anche quando risponde solo con uno sguardo, che dice tutto…».

“UNA COVATA DI PULCINI ATTORNO ALLA CHIOCCIA”

Nel sistema salesiano, il cortile è lo spazio dove l’autorità formale si trasforma in autorevolezza morale. Don Elia abitava questo spazio con stili diversi: dalla dignità del dialogo durante le passeggiate, alla partecipazione fisica al gioco della bandiera. Paolo Ripamonti descrive gli alunni del primo anno, “i primini”, accalcati attorno a don Elia come «una covata di pulcini attorno alla chioccia». Questa attrazione era così potente che gli studenti di classi superiori, si sentivano “orfani” quando non potevano godere della sua parola. Questa percezione conferma che il modello di don Elia non si basava sul potere, ma sulla relazione: la confidenza guadagnata nell’informalità di una presenza significativa.

“GUARDARE SEMPRE LONTANO, SEMPRE PIÙ IN ALTO”

L’autorevolezza educativa di Don Comini traeva origine da una disciplina spirituale, documentata nei suoi propositi personali del 1928: «I propositi che dovrei fare sono molti: ma il principale sarà la carità, e specialmente in questi casi: Non giudicare i miei confratelli; non ritenermi superiore a loro; non voler far prevalere il mio giudizio od opinione sopra i loro; non fare distinzione alcuna; usare sempre dolcezza nelle parole e nei tratti con essi».

La sua eredità risiede nella capacità di integrare la carità intellettuale, lo sforzo di rendere accessibile il sapere, con la carità del cuore, la capacità di stare accanto all’allievo nel dolore e nel gioco. In definitiva, don Elia Comini non è stato solo un insegnante, ma un maestro di vita che ha saputo “mettere in pratica ciò che predicava”. La sua pedagogia della presenza, radicata nel sacrificio di sé e in una benevolenza imperturbabile, ha trovato il suo compimento nell’eroico epilogo della sua esistenza. Egli resta il modello dell’educatore che, dopo aver dato agli allievi gli strumenti per comprendere il mondo, trasforma la pedagogia in un atto supremo di solidarietà umana e di testimonianza cristiana, verso i perseguitati dal nazismo, soprattutto bambini, donne e uomini inermi.

Un sacrificio che le testimonianze indicano come la naturale prosecuzione della sua missione di sacerdote “tutto di Dio e delle anime”, rimanendo l’esempio di un educatore che sapeva “guardare sempre lontano, sempre più in alto”.

Don Pierluigi Cameroni, Postulatore Generale, sdb

Immagine di copertina: monumento dedicato alle vittime dell’eccidio di Monte Sole a Marzabotto.  Nel testo: foto di don Elia Comini restaurate (e una anche colorizzata) con IA.

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