Missioni salesiane, i primi passi in America

Si inizia dalla “fine del mondo”

Nel primo saluto alla folla in piazza S. Pietro appena eletto, papa Francesco ha detto che i cardinali avevano scelto un papa che veniva “dalla fine del mondo”. Ebbene, proprio laggiù hanno avuto inizio le missioni salesiane.

Infatti sul finire del 1875 dieci Salesiani salparono da Genova alla volta dell’Argentina. Di essa conoscevano a malapena la lingua, la geografia e la storia, ma portavano con loro venti particolari ricordi di don Bosco di cui il primo era quello fondamentale: “Cercate anime, ma non danari, né onori né dignità”. Vi andavano chiamati dall’arcivescovo di Buenos Aires per fondare un ospizio per giovani a rischio presso una Chiesa destinata alle migliaia di immigrati italiani e per erigere e gestire un collegio di provincia (S. Nicolás de los Arroyos), non lontano dalla pampa, su richiesta di una commissione di laici presieduta da un parroco italiano.

Lavorare per gli emigrati italiani – e in prospettiva radicare l’opera salesiana nel nuovo paese – ed evangelizzare e civilizzare gli indigeni della semisconosciuta Patagonia era il progetto missionario di don Bosco. Lo avrebbe ribadito più volte al capospedizione don Giovanni Cagliero: “ricordati sempre che Dio vuole i nostri sforzi verso i Pampas e verso i Patagonici, e verso ragazzi poveri e abbandonati”.

Accolti ovunque con simpatia i missionari vissero inizialmente mesi felici. Ma presto forti difficoltà sorsero per la forte presenza di anticlericali, massoni e liberali ostili, per l’instabilità politica ed economica e per il gravissimo ed irrisolto problema degli indigeni. Tanto che alla fretta di don Bosco “Alla Patagonia, alla Patagonia. Dio lo vuole!” faceva riscontro l’indugio di don Cagliero sul “campo di battaglia”: “Le ripeto però che a riguardo della Patagonia non bisogna correre con velocità elettrica, né andarci a vapore… l’impresa non bisogna disconoscerla, facile assai ad idearsi, difficile a realizzarsi”.

L’entrata in Patagonia (1880)

Nel maggio 1878 per una tormenta oceanica due salesiani fallirono il primo tentativo di raggiungere la Patagonia. L’anno dopo invece si aprirono loro le porte. Nell’aprile 1879 infatti il generale Julio A. Roca dava inizio alla tristemente famosa “campagna del deserto” contro gli indigeni.

Il vicario generale di Buenos Aires, mons. Espinosa, come cappellano dell’esercito, si fece accompagnare da due salesiani: un chierico argentino e da don Costamagna.

Però subito si rese conto dell’ambiguità della loro posizione:

Ma che cosa c’entrano il ministro della guerra e l’esercito con una missione di tutta la pace?
Mio caro Don Bosco, è necessario adattarsi o per amore o per forza! In questa circostanza è necessario che la croce segua la spada, e pazienza!”.

Nell’agosto successivo l’arcivescovo offriva formalmente ai salesiani la missione patagonica e così a metà gennaio 1880 un drappello di salesiani e Figlie di Maria Ausiliatrice si insediò a Carmen de Patagones sulle rive del Rio Negro, proprio mentre stava sorgendo un progetto parallelo nel Mato Grosso in Brasile con possibilità di futuri sviluppi missionari in Ecuador, Bolivia e Paraguay.

Nel 1884 la Chiesa locale assumeva per la prima volta una conformazione giuridica con la nomina di don Cagliero a Vicario apostolico [vescovo] della Patagonia centro-settentrionale e di don Fagnano a Prefetto apostolica della Patagonia meridionale, isole Malvine e della Terra del Fuoco. Intanto altri salesiani si erano stabiliti con collegio-convitto in Uruguay nel 1877 e in Brasile nel 1883.

Missionari in azione

L’attività dei Salesiani dal 1875 alla morte di don Bosco (1888) si svolse all’insegna della prassi codificata in Italia. Essi si guadagnarono il cuore delle comunità con la loro attività pastorale (predicazione, catechismi, amministrazione dei sacramenti…) e con l’impegno socio-educativo a favore dei giovani (oratori, scuole, laboratori, società di mutuo soccorso, banda musicale…).

In Buenos Aires nel volgere di pochi anni resero stabile la loro posizione con la gestione della chiesa per gli italiani, della difficilissima parrocchia della Boca (cosiddetta del diablo), di tre oratori festivi e di un ospizio-scuola di arti e mestieri a servizio soprattutto degli immigrati italiani “più indianizzati che gli Indiani” quanto a costume e religione.

Successivamente in Patagonia si fondarono opere in favore soprattutto di indigeni delle piccole comunità di Carmen e Viedma, Gallegos, Chos Malal e delle Isole Malvine (1888). Parrocchie vennero anche aperte in Uruguay a Las Piedras e Paysandù e in Cile a Punta Arenas.

Complessivamente se non si materializzarono molte iniziative nel campo diretto delle missiones ad gentes, una forte azione missionaria fu però portata avanti attraverso l’erezione di una ventina di collegi-convitti, scuole e ospizi – frequentati anche da indigeni – quasi tutti strategicamente posizionati.

Le spine del missionario

In quelle lontanissime terre i primi missionari dovettero confrontarsi con tre spinosissimi problemi. Come raggiungere e catechizzare migliaia di indigeni dispersi in una pianura sterminata in assenza di strade, di luoghi di riparo, in condizioni climatiche semplicemente impossibili?

Come farsi accettare dagli indios che non capivano come persone che parlavano di amore, pace e salvezza facessero parte di un esercito invasore che tendeva solo a sterminarli?

Come collocarsi fra due civiltà: quella nuova degli Stati nazionali che sottraevano agli indigeni i mezzi di sussistenza con un’invasione di pecore nelle loro terre e quella multisecolare degli indigeni, che però erano ovunque ritenuti portatori di una “cultura selvaggia” da estirpare?

A tali domande i missionari salesiani tentarono di rispondere con una duplice modalità di “civilizzazione ed evangelizzazione”, necessariamente di indole europea: quella costituita dalle catechesi lungo le escursioni nei piccoli centri parrocchiali frequentati da indios e coloni e quello costituito dall’educazione integrale che intendevano offrire le>

Ovunque si favoriva l’integrazione fra figli di immigrati che spesso avevano lasciato la fede al di qua dell’Atlantico e figli di indigeni, che a loro volta avrebbero influito sul loro contesto familiare una volta lasciata la casa salesiana. Il beato Ceferino Namuncurà ne è il>

A ben vedere tale concezione salesiana del concetto di missione non sembra troppo lontana dall’idea di missione disegnata dalla Chiesa di papa Francesco, che invita i fedeli a non limitarla ad gentes, ma ad estenderla ai popoli che vivono povertà antiche e nuove, che sono costretti ad emigrare, che si stanno scristianizzando.

Gli esiti

I 150 missionari inviati da don Bosco in America latina si sono moltiplicati (così come le missionarie FMA); le loro opere si sono sparse ovunque, senza però mai venir meno alla vocazione missionaria diretta fra popolazioni indigene. Come è stato detto, se l’America Latina oggi è globalmente cattolica, la Famiglia salesiana ha fatto la sua parte.

Inoltre vari missionari hanno raggiunto la vetta della santità da altare; non pochi hanno lasciato contributi etnologici, storici, artistici di valore; né sono mancati studi e proposte sui diversi modi di “fare il missionario”, ivi compresa l’esperienza modernissima, unica ed intrigante, del servo di Dio don Luigi Bolla recentemente scomparso (2013).

Rileggere oggi quelle pagine “eroiche” dell’evangelizzazione della “fine del mondo” significa conoscere le radici profonde degli ideali religiosi della Chiesa dell’epoca. Ovviamente la “memoria del passato” è un forte invito accogliere le istanze della “Chiesa del presente”, sinodale, missionaria per natura in tutte le sue componenti, più ampia, inclusiva e dinamica, più mistica.

don Francesco Motto, già direttore dell’Istituto Storico Salesiano

Immagine di copertina: foto di Kamikia Kisedje tratta da qui

Torna in alto