Gridare il Vangelo con la vita

Intervista ad Annalena Tonelli

«Annalena Tonelli, capelli al vento, sfreccia in bicicletta all’alba per le strade di Forlì: corre dai bisognosi, dagli ultimi. Lo farà per tutta la vita, – ma non gli basta né Forlì, né l’Italia – fino a fondare una missione in Africa, a rinunciare a tutto, fino a venire uccisa perché donna, bianca, senza un uomo a fianco, e senza paura. Quale amore radicale può aiutarci a capire il segreto di questa donna così estrema, libera, coraggiosa?» Si domandava la giornalista Annalena Benini.

Le Lettere dal Kenya scritte da Annalena Tonelli raccontano di una vita spesa tra i nomadi di Wajir, dove ella animò una fraternità laica a servizio dei poveri e dei malati, testimoniando con la vita, senza segni esteriori, la verità del Vangelo che si rivela nell’Amore. Sono lettere preziose, affidate con esitazione a chi si lascerà interpellare. Esse sono indirizzate al cuore del lettore e di chi «avrà saputo ascoltare», così come sono state scritte ai familiari e ad alcuni amici.

Nelle lettere dalla Somalia, Annalena Tonelli condivide con familiari e amici le drammatiche vicende di un popolo dilaniato dalla guerra civile. In quel Paese, per dieci anni, la missionaria italiana opera tra Beled Weyne, Mogadiscio e Marka. La sua azione di promozione umana consiste nello sfamare i più deboli, curare gli ammalati e ricostruire scuole per dare a tutti una speranza. L’11 dicembre 1991 scrive al suo vescovo di Forlì: «Lui dona questa capacità inesauribile, zampillante, eternamente rinnovata, di essere per gli altri e con gli altri».

L’esperienza africana di Annalena Tonelli, iniziata in Kenya e proseguita in Somalia, si conclude con la morte in Somaliland. Gli ultimi sette anni della sua vita, dal 1996 al 2003, sono i più duri e difficili. In un contesto fanatico e intollerante la sua vocazione alla povertà si radicalizza in una chiamata alla «grazia a caro prezzo», in un’espressione della non violenza «mescolata nella melma, nella pasta di questo terribile mondo».

Annalena non ha mai amato parlare di sé, ha vissuto in silenzio la radicalità evangelica per trentacinque anni in terra musulmana. Al pressante invito del Vaticano in occasione di un convegno sul volontariato (30 Novembre 2001), ha risposto con una bellissima e toccante testimonianza, da cui abbiamo tratto l’intervista che segue.

Chi sei?

Mi chiamo Annalena Tonelli. Sono nata in Italia, a Forlì, il 2 Aprile 1943. Lavoro in sanità da trent’anni, ma non sono medico; sono laureata in legge in Italia; sono abilitata all’insegnamento della lingua inglese nelle scuole superiori in Kenya. Ho certificati e diplomi di controllo della tubercolosi in Kenya, di Medicina Tropicale e Comunitaria in Inghilterra, di Leprologia in Spagna.

Lasciai l’Italia nel gennaio del 1969 e da allora vivo a servizio dei Somali. Sono trent’anni di condivisione. Ho sempre vissuto con loro, a parte piccole interruzioni in altri paesi per cause di forza maggiore. Scelsi di essere per gli altri: i poveri, i sofferenti, gli abbandonati, i non amati, che ero una bambina e così sono stata e confido di continuare a essere fino alla fine della mia vita. Volevo seguire solo Gesù Cristo. Null’altro mi interessava così fortemente: Cristo e i poveri in Cristo. Per Lui feci una scelta di povertà radicale, anche se povera come un vero povero – come i poveri di cui è piena ogni mia giornata – io non potrò essere mai.

Chi ti finanzia?

Vivo a servizio senza un nome, senza la sicurezza di un ordine religioso, senza appartenere a nessuna organizzazione, senza uno stipendio, senza un salario, senza versamento di contributi volontari per quando sarò vecchia. Sono non sposata, perché così scelsi nella gioia quando ero giovane. Volevo essere tutta per Dio. Era una esigenza dell’essere quella di non avere una famiglia mia. E così è stato per grazia di Dio. Ho amici che aiutano me e la mia gente da più di trent’anni. Tutto ho potuto fare grazie a loro, soprattutto agli amici del «Comitato per la lotta contro la fame nel mondo» di Forlì. Naturalmente ci sono anche altri amici in diverse parti del mondo: non potrebbe essere diversamente, i bisogni sono grandi. Ringrazio Dio che me li ha donati e continua a donarmeli. Siamo una cosa sola su due brecce, diverse nell’apparenza, ma uguali nella sostanza: lottiamo perché i poveri possano essere sollevati dalla polvere e liberati, lottiamo perché gli uomini, tutti gli uomini, possano essere una cosa sola.

Ma anche in Italia ci sono tanti poveri da aiutare…

Lasciai l’Italia dopo sei anni di servizio ai poveri di uno dei bassifondi della mia città natale, ai bambini del locale brefotrofio, alle bambine con handicap mentale e vittime di grossi traumi di una casafamiglia, ai poveri del terzo mondo, grazie alle attività del «Comitato per la lotta contro la fame nel mondo» che io avevo contribuito a far nascere. Credevo di non poter donarmi completamente rimanendo nel mio paese: i confini della mia azione mi sembravano così stretti, asfittici. Compresi presto che si può servire e amare dovunque, ma ormai ero in Africa e sentii che era Dio che mi ci aveva portata e lì sono rimasta, nella gioia e nella gratitudine. Partii decisa a «gridare il Vangelo con la vita» sulla scia di Charles de Foucauld, che aveva infiammato la mia esistenza.

«Gridare il Vangelo» è la tua motivazione di fondo?

Trentatré anni dopo grido il Vangelo con la mia sola vita e brucio dal desiderio di continuare a gridarlo così fino alla fine. Questa la mia motivazione di fondo, assieme ad una passione invincibile da sempre per l’uomo ferito e diminuito senza averlo meritato, al di là della razza, della cultura, e della fede. Tento di vivere con un rispetto estremo per i «loro» che il Signore mi ha dato. Ho assunto fin dove è possibile uno stile di vita uguale a loro. Vivo una vita molto sobria nell’abitazione, nel cibo, nei mezzi di trasporto, negli abiti. Ho rinunciato spontaneamente alle abitudini occidentali, cercando il dialogo con tutti. Ho dato Care, amore, fedeltà e passione. Il Signore mi perdoni se dico delle parole troppo grandi.

Sono praticamente vissuta sempre con i Somali, prima con i somali del NordEst del Kenya, dopo con i Somali della Somalia. Vivo in un mondo rigidamente mussulmano; gli unici frati e suore presenti in Somalia dai tempi di Mussolini fino alla guerra civile, scoppiata undici anni fa, furono accettati esclusivamente per il servizio religioso agli Italiani.
Ho vissuto gli ultimi cinque anni a Borama, nell’estremo NordOvest del paese, sul confine con l’Etiopia e Djibouti. Là non c’è nessun cristiano con cui io possa condividere: due volte all’anno, intorno a Natale e intorno a Pasqua, il vescovo di Djibouti viene a dire la Messa per me e con me.

Perché da sola? Anche Gesù ne ha chiamati dodici…

Vivo sola perché le compagne di strada, che assieme ai poveri fecero della mia vita un paradiso in terra durante i miei diciassette anni di deserto, si dispersero dopo che fui costretta a lasciare il Kenya, nel 1984. Il governo del Kenya tentò di commettere un genocidio a danno di una tribù di nomadi del deserto. Avrebbero dovuto sterminare cinquantamila persone. Ne uccisero mille. Io riuscii a impedire che il massacro venisse portato avanti e a conclusione. Per questo un anno dopo fui deportata. Tacqui nel nome dei piccoli che avevo lasciato a casa e che sarebbero stati puniti se io avessi parlato.

Parlarono invece i Somali con una voce e lottarono perché si facesse luce e verità sul genocidio. Sono passati sedici anni e il Governo del Kenya ha ammesso pubblicamente la sua colpa, ha chiesto perdono, ha promesso compensazioni per le famiglie delle vittime. I giornali e la BBC hanno parlato a lungo del mio intervento. E oggi molti dei Somali che avevano remore contro di me, mi hanno accettato e sono diventati miei amici: oggi sanno che ero pronta a dare la vita per loro, che ho rischiato la vita per loro.

La tua fede, così combattiva, ti ha esposto a gravi pericoli?

Al tempo del massacro, fui arrestata e portata davanti alla corte marziale. Le autorità, tutti non Somali, tutti cristiani, mi dissero che mi avevano fatto due imboscate a cui ero provvidenzialmente sfuggita, ma che non sarei sfuggita una terza volta. Uno di loro, un cristiano praticante, mi chiese che cosa mi spingeva ad agire così. Gli risposi che lo facevo per Gesù Cristo che chiede che noi diamo la vita per i nostri amici, per gli altri.

Ho sperimentato più volte nel corso della mia ormai lunga esistenza che non c’è male che non venga portato alla luce, non c’è verità che non venga svelata; l’importante è continuare a lottare come se la verità fosse già fatta, i soprusi non ci toccassero e il male non trionfasse. Un giorno il bene risplenderà. A Dio chiediamo la forza di saper attendere, perché può trattarsi di lunga attesa… anche fino a dopo la nostra morte. Io vivo nell’attesa di Dio e capisco che questa attesa pesa meno a me che l’attesa delle cose degli uomini ad altri. Vivo calata profondamente in mezzo ai poveri, ai malati, a quelli che nessuno ama. Mi occupo principalmente di controllo e cura della tubercolosi.

Il tuo “essere donna” e per di più bianca e sola, che impatto ha avuto?

In Kenya andai come insegnante, perché era l’unico lavoro che, all’inizio di una esperienza così nuova e forte, potevo svolgere decentemente senza arrecare danni a nessuno. Furono tempi di intensa preparazione delle lezioni di quasi tutte le materie, per carenza di insegnanti, di studio della lingua locale, della cultura e delle tradizioni, di coinvolgimento intenso nell’insegnamento, nella profonda convinzione che la cultura è forza di liberazione e di crescita. Gli studenti, molti della mia stessa età o appena poco più giovani di me, che avevano affrontato il preside per contestarmi quando si era saputo che una donna insegnante sarebbe arrivata, assicurandolo che mi avrebbero impedito accesso alla classe, furono profondamente coinvolti e motivati. I risultati furono ottimi, tanto che vari studenti di allora oggi occupano splendide posizioni in vari Ministeri, al Governo, nelle attività private del paese, e spesso mi giunge eco che tutti gli studenti del NordEst di quei tempi narrano di essere stati miei studenti ed io la loro insegnante… cosa naturalmente non vera.

Perché hai lasciato l’insegnamento e ti sei impegnata nel settore sanitario?

Ricordo che, quasi subito dopo il mio arrivo, mi innamorai di un bimbo ammalato di sickle cell [una forma di anemia cronica] e di fame: erano i tempi di una terribile carestia e vidi tanta gente morire di fame. Nel corso della mia esistenza, sono stata testimone di un’altra carestia: dieci mesi di fame, a Merca, nel sud della Somalia. Posso dire che si tratta di esperienze così traumatizzanti da mettere in pericolo la fede. Avevo preso a vivere con me quattordici bambini con le malattie della fame.

Donai subito il sangue a quel bimbo e supplicai i miei studenti di fare altrettanto. Uno di loro donò e dopo di lui tanti altri, vincendo così la resistenza dei pregiudizi e delle chiusure di un mondo che, ai miei occhi di allora, sembrava ignorare qualsiasi forma di solidarietà e di pietà. E fu forse la mia prima esperienza che, anche in un contesto islamico, l’amore genera amore. Ma il mio primo amore furono gli ammalati di tubercolosi, la gente più abbandonata, più respinta, più rifiutata in quel mondo. La tubercolosi imperversa da secoli in mezzo ai Somali. Si pensa che praticamente tutta la popolazione sia infettata. Provvidenzialmente solo una percentuale delle persone infettate sviluppa la malattia nel corso della sua esistenza.

Ero a Wajir, un villaggio desolato nel cuore del deserto del NordEst del Kenya, quando conobbi i primi tubercolotici e mi innamorai di loro, e fu amore per la vita. I malati di tubercolosi erano in un reparto da disperati e quello che più spaccava il cuore era il loro abbandono, la loro sofferenza, senza nessun tipo di conforto.

Avevi fatto dei corsi di medicina tropicale?

Non sapevo nulla di medicina. Cominciai a portare loro l’acqua piovana che raccoglievo dai tetti della bella casa che il governo mi aveva dato come insegnante alla scuola secondaria. Andavo con le taniche piene, svuotavo i loro recipienti con l’acqua salatissima dei pozzi di Wajir, e li riempivo di quell’acqua dolce. Loro mi facevano cenni di comando, apparentemente disturbati dalla goffaggine di quella giovane donna bianca, della cui presenza sembravano volersi liberare in fretta. Tutto mi era contro allora: ero giovane e dunque non degna né di ascolto né di rispetto, ero bianca e dunque disprezzata da quella razza che si considera superiore a tutti (bianchi, neri, gialli, appartenenti a qualsiasi nazionalità che non sia la loro), ero cristiana e dunque disprezzata, rifiutata, temuta.

Tutti allora erano convinti che io fossi andata a Wajir per fare proseliti. E poi non ero sposata, un assurdo in quel mondo in cui il celibato non esiste e non è un valore per nessuno, anzi è un non valore. Trent’anni dopo, per il fatto che non sono sposata, sono ancora guardata con disprezzo e compassione in tutto il mondo somalo che non mi conosce bene. Solo chi mi conosce dice e ripete senza stancarsi che sono somala come loro e sono madre autentica di tutti quelli che ho salvato, guarito, aiutato, facendo passare così sotto silenzio la realtà che io madre naturale non sono e non sarò mai.

Subito cominciai a studiare, ad osservare, ero ogni giorno con loro, li servivo sulle ginocchia, stavo accanto a loro quando si aggravavano e non avevano nessuno che si occupasse di loro, che li guardasse negli occhi, che infondesse loro forza. Dopo qualche anno, nel villaggio dedicato ad un progetto contro la tubercolosi (T.B. Manyatta) ogni malato, consapevole di essere alla fine, voleva solo me accanto per morire sentendosi amato. Cominciai a controllare i loro trattamenti una volta che erano dimessi dall’ospedale. La cosa fu risaputa. Non si conoscevano trattamenti portati a termine nel deserto. Erano tutti falliti, al 100%.

Tutte le religioni hanno alla base la fede. Ma qual è lo specifico del Cristiano?

Poi la vita mi ha insegnato che la mia fede senza l’Amore è inutile, che la mia religione cristiana non ha tanti e poi tanti comandamenti, ma ne ha uno solo, che non serve costruire cattedrali o moschee, né cerimonie né pellegrinaggi, che quell’Eucaristia che scandalizza gli atei e le altre fedi racchiude un messaggio rivoluzionario: «Questo è il mio corpo, fatto pane perché anche tu ti faccia pane sulla mensa degli uomini, perché, se tu non ti fai pane, non mangi un pane che ti salva, ma mangi la tua condanna».

L’Eucaristia ci dice che la nostra religione è inutile senza il sacramento della misericordia, che è nella misericordia che il cielo incontra la terra. Se non amo, Dio muore sulla terra. Che Dio sia Dio io ne sono causa, dice Silesio; se non amo, Dio rimane senza epifania, perché siamo noi il segno visibile della Sua presenza e lo rendiamo vivo in questo inferno di mondo dove pare che Lui non ci sia, e lo rendiamo vivo ogni volta che ci fermiamo presso un uomo ferito. La testimonianza continua, e puoi trovare il link in fondo a questo articolo.

BORAMA – SOMALIA 5 OTTOBRE 2003

È sera. Annalena assieme a due infermieri che lavorano presso l’ospedale Tb Center di Borama sta compiendo l’ultimo giro di visita dei malati per quella giornata. Alcuni pazienti nomadi sono accampati in tende collocate in un’area all’aperto dell’ospedale, perché non intendono abbandonare le loro usanze. Annalena si attarda a parlare con uno di loro: le medicine da prendere, i mesi che devono restare ancora al centro per scongiurare una ricaduta nella tubercolosi. I due infermieri discutono più avanti, ad una decina di metri, guardando altrove. Sentono uno sparo, un solo sparo. Intuiscono che qualcuno sta scappando nel buio, ma non vedono nessuno. I pazienti della tenda dichiareranno poi di aver visto due persone in fuga. 

Annalena non riprende conoscenza. Muore alle ore 21.15.
Le sue ceneri sono state sparse, come aveva espressamente chiesto, nell’eremo di Wajir «sulla sabbia del deserto più amato del mondo». Poche lapidarie parole su un foglietto scritto a mano: «Non parlate di me che NON avrebbe senso, MA date gloria al Signore per gli infiniti indicibilmente grandi doni di cui ha intessuto la mia vita. Ed ora tutti insieme incominciamo a servire il Signore, perché fino ad ora ben poco noi abbiamo fatto».

Don Ferdinando Colombo, salesiano

Il testo da cui è stata tratta questa “intervista” è preso dal sito www.annalenatonelli.it. Qui il pdf completo.

Le foto di Annalena Tonelli sono pubblicate per gentile concessione  della sua famiglia.

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