IN FAMIGLIA
«La vita aggredisce i ragazzi. Se non riusciremo ad applicare strategie nuove per aiutarli a prepararsi, saranno costretti a prendere quello che possono. Dovranno accontentarsi di molto meno di quanto non meritino!» (Mel Levine)
Vanno in giro con la morte in tasca. Sono ragazzini paffuti, timidi da soli, arroganti e violenti in gruppo. Portano lame taglienti insieme ai libri di scuola. E sono tanti. Questo ha scatenato i giornali e i “social” digitali.
Ragazzini arrivati non si sa come dall’Africa, piccoli schiavi abbandonati, vendono morte agli angoli delle strade. Fatti di cronaca terribili si mescolano. Un diverbio a causa di un debito non saldato per l’acquisto di alcuni vestiti: è il motivo dell’aggressione col coltello tra un 15enne e un 16enne, a Frascati. Un episodio che costringe nuovamente a interrogarsi sui comportamenti giovanili, dei ragazzi invisibili e degli insospettabili, i figli di buona famiglia. «Dopo il Covid – spiega Ciro Cascone, ex capo della Procura dei Minorenni di Milano, oggi avvocato generale della Corte d’Appello di Bologna – anche ragazzi che normalmente non commettono reati vanno in giro col coltellino addosso. Un po’perché fa figo, un po’perché è aumentato in loro il senso di insicurezza. La loro risposta alla domanda “Perché lo fai?” è “Per difesa personale”. Tra i giovanissimi c’è una grossa superficialità: vanno in giro con un coltello per sentirsi parte di un gruppo. Ma anche per avere la sensazione di poter difendersi da soli».
Certo, sono casi limite, ma non esistono solo le “lame” di acciaio. Esistono parole più taglienti e dolorose. E altrettanto mortali. Sono stilettate feroci che passano sui telefonini e feriscono soprattutto i ragazzi più fragili. Di molti parlano i media, ma tanti altri vivono male.
TUTTI I FALCHI HANNO LE ALI
Le periferie! Anche a metà Ottocento. Che cosa di più triste, di più inquietante di queste zone di fermento, di rivolta, spesso di odio, disonore inespiabile delle grandi città? Una ragazzaglia imputridita avvelenava quei quartieri, ma erano pur sempre ragazzi… Don Bosco, inseguito dai suoi sogni, vi girellava pensoso e triste, e pregava. Un’ispirazione, una di quelle che vengono dallo Spirito, infiammava il suo cuore e la sua intelligenza. C’è un solo mezzo per cambiare la situazione di ieri e di oggi, e probabilmente il mondo: l’educazione.
Racconta un’antica storia che un grande re ricevette in omaggio due pulcini di falco e si affrettò a consegnarli al Maestro di Falconeria perché li addestrasse. Dopo qualche mese, il maestro comunicò al re che uno dei due falchi era perfettamente addestrato.
«E l’altro?» chiese il re.
«Mi dispiace, sire, ma l’altro falco si comporta stranamente; forse è stato colpito da una malattia rara, che non siamo in grado di curare. Nessuno riesce a smuoverlo dal ramo dell’albero su cui è stato posato il primo giorno. Un inserviente deve arrampicarsi ogni giorno per portargli il cibo». Il re convocò veterinari e guaritori ed esperti di ogni tipo, ma nessuno riuscì a far volare il falco.
Incaricò del compito i membri della corte, i generali, i consiglieri più saggi, ma nessuno poté schiodare il falco dal suo ramo.
Dalla finestra del suo appartamento, il monarca poteva vedere il falco immobile sull’albero, giorno e notte. Un giorno fece proclamare un editto in cui chiedeva ai suoi sudditi un aiuto per il problema. Il mattino seguente, il re spalancò la finestra e, con grande stupore, vide il falco che volava superbamente tra gli alberi del giardino. «Portatemi l’autore di questo miracolo» ordinò. Poco dopo gli presentarono un giovane contadino.
«Tu hai fatto volare il falco? Come hai fatto? Sei un mago, per caso?» gli chiese il re.
Intimidito e felice, il giovane spiegò: «Non è stato difficile, maestà. Io ho semplicemente tagliato il ramo. Il falco si è reso conto di avere le ali ed ha incominciato a volare».
La celebre psicoterapeuta Dolto descrive così l’adolescenza: «Senza dubbio, ciò cui assomiglia maggiormente è la nascita. Al momento del parto, ci separava da nostra madre tagliando il cordone ombelicale, ma spesso si dimentica che tra madre e figlio esisteva un legame straordinario: la placenta. La placenta ci forniva tutto ciò che era necessario per sopravvivere e filtrava molte delle sostanze dannose presenti nel sangue materno. Senza la placenta prima della nascita non era possibile alcuna forma di vita ma, una volta nati, per poter vivere è assolutamente indispensabile abbandonarla. L’adolescenza è come una seconda nascita che si realizzerà in tappe progressive. È necessario abbandonare a poco a poco la protezione familiare proprio come un tempo si è abbandonata la placenta. Lasciare l’infanzia, cancellare il bambino che è in noi, è una mutazione. Talvolta si ha l’impressione di morire. È una mutazione veloce, in alcuni casi troppo veloce. La natura lavora secondo ritmi propri. Bisogna sopravvivere e non sempre si è preparati. Si sa che cosa muore, ma ancora non si vede verso che cosa si sta procedendo».
I ragazzi capiscono che devono abbandonare ramo e genitori e “volare” con le proprie forze. Ma troppo spesso le “ali” non si sono ancora ben formate. Compito dei genitori è fornire di ali i figli. Cioè donare loro le competenze necessarie per vivere.
Lo psicologo Álvaro Bilbao ha scritto un libro sul funzionamento del cervello degli adolescenti: «Innanzitutto, va detto che il cervello di un quattordicenne è più simile a quello di un bambino di dieci anni piuttosto che a quello di un adulto. Lo chiarisco per far capire quanto gli adolescenti abbiano ancora bisogno dei loro genitori. A un certo punto inizieranno a risponderci male, a diventare aggressivi, ma noi non dobbiamo abdicare al nostro ruolo, spiegando loro quali comportamenti sono accettabili e quali no. Diventano impulsivi perché hanno la sensazione di poter controllare i rischi, perdono le paure, è qui che inizia la necessaria separazione dai genitori”.
E i genitori? «Devono accettare con consapevolezza il processo di separazione, impegnandosi per mantenere un legame con loro». Perciò è necessario far scoprire agli adolescenti le “ali” di cui sono dotati. «Ragionateli» dice don Bosco. Il verbo piemontese “rasuné” è anche transitivo e significa trasmettere equilibrio e saggezza.
La cosa più importante è stargli vicino e sintonizzarsi con loro. «Per tutti, e quindi anche per chi sta vivendo il passaggio dall’infanzia alla preadolescenza» scrive Barbara Tamborini «è importante sentire che l’altro percepisce le sue emozioni e il suo mondo interiore. Questo permette un dialogo riflessivo, in cui si può concretamente creare integrazione, esprimere a parole e dare significato a quello che viviamo. Ciò che più serve a un bambino è essere visto. Ciò che più serve a un preadolescente è essere “sentito” attraverso una comunicazione spesso non verbale, fatta di sguardi e di intuito. Il motto per ogni genitore è dunque: essere presenti, sintonizzati, entrare in risonanza con le esperienze dei figli». Questo significa ascoltarli con pazienza, prestare vera attenzione, essere orgogliosi di loro, farli sentire capaci, sottolineare i progressi, sottolineare i punti di forza e riflettere su come sviluppare i punti deboli. E poi accompagnarli sull’ardua strada di stabilire obiettivi a breve termine, come l’esame di maturità, per poter affrontare le mete che contano a lungo termine. Vivere con loro la difficile arte di dover fare delle scelte.
Don Bruno Ferrero, Direttore del Bollettino Salesiano
Aadya Agarwal, 12 anni, ha scritto: Davanti a me si profilava un ponte, un ponte tra protezione e libertà. La protezione offre sicurezza, ma è anche una gabbia chiusa. Mentre la libertà richiede responsabilità. Sei la persona che scegli di essere.
Immagine di copertina generata artificialmente




