La grazia di invecchiare

IN FAMIGLIA

La vecchiaia è credibile quando invita a rallegrarsi dello scorrere del tempo: il tempo velocemente passa e questo non è una minaccia, è una promessa

Uno strano quadrupede, quattro gambe e due teste, camminava lentamente sui marciapiedi della città. Con l’aiuto di un bastone talvolta, i due vecchietti si facevano strada, in qualche modo, per entrare nel supermercato, dal panettiere, in chiesa.
Sembrava che fossero sul punto di cadere, e invece no: quando lei inciampava, la reggeva lui; quando lui oscillava, lo raddrizzava lei.
Come un solo essere camminavano, come una sola strana creatura salutavano le persone che incontravano. Le due teste si inchinavano e sorridevano insieme.
Si fermavano sempre nello stesso luogo, all’ombra di un tiglio a prendere fiato. D’estate, si sedevano al chiosco e prendevano un gelato. Un gelato solo con due cucchiaini.
Poi se ne andavano. Preceduti dal loro bastone, attraversavano la folla sotto il sole e si perdevano lontano, tranquilli, educati, ben abbrancati l’uno all’altra, appiccicati l’uno all’altra nell’andirivieni del mondo.
C’è anche l’altro volto della vecchiaia, quello triste: «Oggi è il mio 89º compleanno. Mi chiamo Giuseppe, e sono seduto qui, in una casa di riposo, con un piatto di ravioli davanti a me. Non so chi me li abbia preparati, né chi mi farà gli auguri oggi. Ho tre figli, ma non li vedo più da molto tempo. Mi hanno portato qui dicendomi che era per il mio bene, ma il tempo passa, e il telefono non squilla. Non sono arrabbiato, ma sono triste. Triste perché, in fondo al cuore, non ho mai smesso di amarli, nonostante l’assenza. Triste perché non chiedo tanto: solo un abbraccio, una parola, un “Buon compleanno, papà”. Vorrei solo che qualcuno si ricordasse di me oggi».
Ricordate sempre: la ferita più dolorosa è la ferita dei non amati, quelli scartati e relegati in un angolo del cuore e della vita.
Papa Francesco iniziò così la sua catechesi sulla vecchiaia: «Da alcuni decenni, questa età della vita riguarda un vero e proprio “nuovo popolo” che sono gli anziani. Mai siamo stati così numerosi nella storia umana. Il rischio di essere scartati è ancora più frequente: mai così numerosi come adesso, mai il rischio come adesso di essere scartati. Gli anziani sono visti spesso come “un peso”. Nella drammatica prima fase della pandemia sono stati loro a pagare il prezzo più alto. Erano già la parte più debole e trascurata: non li guardavamo troppo da vivi, non li abbiamo neppure visti morire».
Giorno dopo giorno, il fisico scopre la sua fragilità. Comincia una dura battaglia contro la prepotenza del tempo. Le lunghe attese nelle sale d’aspetto dei medici e degli ambulatori insegnano la pazienza e, dopo il tempo delle insofferenze, anche la rassegnazione.
Tutto diventa chiaro: «La vita finirà come si rompe un filo d’argento, o come va in pezzi una lampada d’oro, come s’infrange una brocca per l’acqua e si schianta la carrucola del pozzo. Il tuo corpo ritornerà alla polvere della terra dalla quale fu tratto; il tuo spirito vitale ritornerà a Dio che te l’ha dato» continua Qoelet.
La parte materiale dell’esistenza impallidisce e si risveglia il richiamo di una componente spirituale. Un “qualcosa” rompe il silenzio di Dio. L’autore del libro biblico del Qoelet, definito un “grande vecchio”, ammonisce: «Ricordati del tuo Creatore finché sei giovane, prima che arrivi l’età degli acciacchi. Verranno gli anni in cui dirai: Non ho più voglia di vivere».

CONTRO LA PREPOTENZA DEL TEMPO

Un invito garbato: Invecchia con me! Il meglio deve ancora venire, l’ultima parte della vita, di cui la prima non è che il preludio: i nostri tempi stanno nelle mani di Colui che dice: «Ho progettato un tutto, la gioventù non ne mostra che metà; abbiate fede, non temete: attendete di vedere il tutto!». Che cosa possiamo fare?
Prima di tutto, possiamo convertire la prepotenza del tempo, aprire lo scrigno dei ricordi più preziosi e trasmettere l’eredità della nostra lunga esperienza di vita e di fede. La vecchiaia conosce definitivamente, ormai, il senso del tempo e le limitazioni del luogo in cui viviamo la nostra iniziazione. La vecchiaia è saggia per questo: i vecchi sono saggi per questo. Per questo essa è credibile quando invita a rallegrarsi dello scorrere del tempo: non è una minaccia, è una promessa. La vecchiaia è nobile, non ha bisogno di truccarsi per far vedere la propria nobiltà.
È importante fuggire la noia e la tristezza. San Tommaso definisce la tristezza un dolore dell’anima. È l’inizio di una catena che termina nell’accidia. Si tratta di una tentazione molto pericolosa, con cui non bisogna scherzare. Chi ne cade vittima è come fosse schiacciato da un desiderio di morte: prova disgusto per tutto; il rapporto con Dio gli diventa noioso; e anche gli atti più santi, quelli che in passato gli avevano scaldato il cuore, gli appaiono ora del tutto inutili. Una persona comincia a rimpiangere il tempo che scorre, e la gioventù che è irreparabilmente alle spalle.
I contemporanei intravedono qualcosa che ricorda molto il male della depressione, sia da un punto di vista psicologico che filosofico.

TRASFORMARSI IN BENEDIZIONE PER GLI ALTRI

Se solo apriamo gli occhi, anche oggi scorgiamo il bisogno intorno a noi. Forse pensi: «Come faccio ad alleviare le necessità altrui? Non ho mica niente da offrire. Non ho nessuna abilità particolare». Ma anche tu puoi trasformarti in fonte di benedizione così come sei. Non devi saper fare niente di speciale, non ti servono predisposizioni particolari. Una giovane donna confessa: «Quando non ce la faccio più, vado a sedermi vicino a mia nonna mentre lavora a maglia… Mia nonna profuma di cipria e ha un respiro lento lento. Di tanto in tanto alza gli occhi e sorride un poco, di solito però si limita a lavorare e respirare… Beh, mi fa sentire cullata…».
Possiamo entrare nell’intimità commovente del congedo di Gesù dai suoi, ampiamente riportato nel Vangelo di Giovanni. Il discorso di commiato inizia con parole di consolazione e di promessa: «Non sia turbato il vostro cuore» (14,1); «Quando sarò andato e vi avrò preparato un posto, verrò di nuovo e vi prenderò con me, perché dove sono io siate anche voi» (14,3).
Scrive Qoelet: «Il tuo corpo ritornerà alla polvere della terra dalla quale fu tratto; / il tuo spirito vitale ritornerà a Dio che te l’ha dato».
Oriol Vall, che si occupa dei neonati in un ospedale di Barcellona, dice che il primo gesto umano è l’abbraccio. Appena venuti al mondo, all’inizio dei loro giorni, i bambini tendono le braccine verso l’alto, come se cercassero qualcuno. Altri medici, che si prendono cura di coloro che sono al termine della vita, dicono che gli anziani, alla fine dei loro giorni, morendo, cercano di alzare le braccia verso l’alto. Come un ultimo abbraccio.
Tutto sta in questo gesto semplice. Tutta la vita a questo si riduce. Un viaggio tra due abbracci.
Abbi fede nel fatto che Dio ti ha reso fonte di benedizione per gli altri. Devi solo trovare la tua strada, devi scoprire il sentiero sul quale puoi diventare benedizione per gli altri. Se vivi in modo autentico e possiedi un sesto senso per le persone che hanno bisogno di te, anche la tua vita diventerà fertile per il mondo. Qualunque sia la tua età.

Don Bruno Ferrero, Direttore del Bollettino Salesiano

Immagine di copertina generata artificialmente

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