La devozione al Sacro Cuore di Gesù

La storia della devozione al Sacro Cuore di Gesù: dal cuore di Cristo squarciato sulla croce a Santa Margherita Maria Alacoque, fino a Santa Faustina e la SS. Trinità Misericordia

Giugno è il mese del Sacro Cuore, e in questa occasione vogliamo pubblicare un excursus storico sulla devozione al Sacro Cuore di Gesù, ripreso dal numero speciale di “Sacro Cuore – Vivere” del settembre 2022.

Il Cuore di Cristo squarciato dalla lancia, è il punto di partenza e di costante riferimento per raggiungere la vera conoscenza di Gesù Cristo e in lui adorare l’infinita Misericordia della SS. Trinità.

Il Sangue e l’acqua scaturiti da quel cuore squarciato, sono la sorgente viva dei Sacramenti da cui nasciamo come figli del Padre e fratelli di Cristo: nasce la Chiesa, la comunità dei consanguinei di Cristo.

Il Cuore squarciato è un rifugio sicuro contro ogni male, è la fonte viva a cui bisogna sempre tornare per ricevere l’abbraccio della infinita Misericordia di Dio che ci perdona e ci rende capaci di amore vero.

È la porta spalancata, per chi vuol penetrare nel mistero d’amore della vita del nostro Dio, SS. Trinità Misericordia infinita, che proprio l’Incarnazione, Passione, Morte e Risurrezione di Cristo ci hanno rivelato.

Di seguito ripercorriamo la storia cristiana evidenziando:

  • la centralità e la perennità di questa devozione, ma nello stesso tempo
  • l’evoluzione, l’approfondimento, l’arricchimento teologico che, stimolato dalle rivelazioni private, è stato pienamente assunto e sostenuto dal recente Magistero dei Papi.

Questo percorso ti aiuta a cogliere l’unico provvidenziale disegno ricamato dalla SS. Trinità per la Salvezza dell’umanità.

  • Ascoltando i Padri della Chiesa,
  • rileggendo quanto hanno scritto i Maestri di spiritualità,
  • meditando le rivelazioni di Gesù a Santa Margherita M. Alacoque,
  • pregando Gesù, Amore Misericordioso con Santa Faustina Kowalska,

e ringraziando il Signore per

  • la Domenica della Divina Misericordia, istituita da San Giovanni Paolo II.
  • Il coraggio di papa Francesco che ha indetto il Giubileo della Misericordia.
  • Le attuali rivelazioni della SS. Trinità Misericordia nella Diocesi di Como.

Gesù, Amore misericordioso, io confido in te che sei Misericordia infinita!

Don Ferdinando Colombo, salesiano

In contemplazione del Cuore trafitto di Cristo

GESÙ È GIÀ MORTO

Ha già consegnato il suo testamento al discepolo amato, un testamento che consiste nella consegna di sua Madre.
Ha già gridato la sua solitudine. Ha già fatto consegna del suo spirito nelle braccia del Padre.
Gesù è morto, e i versetti del Vangelo sembrano voler descrivere semplicemente i gesti di sgombero della scena.
I soldati romani vogliono velocizzare l’operazione e così spezzano le gambe ai crocifissi per avvantaggiarne la morte. “Venuti però da Gesù e vedendo che era già morto, non gli spezzarono le gambe, ma uno dei soldati gli colpì il fianco con la lancia e subito ne uscì sangue e acqua”.

Accade così che quella che doveva essere semplicemente una verifica della sua morte, diventi una finestra sul Suo Mistero. Quella trafittura ci fa affacciare sullo stesso Cuore di Cristo da cui scaturiscono “il sangue e l’acqua” simbolo dei sacramenti.
Sappiamo così che il gesto più alto dell’amore di Cristo, che è il donare la vita per ciascuno di noi, continua ad essere visibile, presente ed efficace in quel “sangue e in quell’acqua” che i sacramenti rendono costantemente presenti.

Soprattutto nell’Eucaristia quella ferita, quel Cuore, quell’amore vivo, continua ad essere presente e in mezzo a noi.

Noi siamo costantemente amati di un Amore che non è un amore qualunque, ma che è un Amore che dà la vita.

Tutte le volte che ci accostiamo all’Eucaristia ci accostiamo a un Amore così, un Amore che salva perché riempie la vita di significato. Infatti sentirsi amati fino al punto di sapere che chi ti ama è disposto a morire per te, riempie la tua vita di un significato che ti salva ma non solo in senso simbolico ma in maniera reale. Per questo Giovanni ci tiene ad aggiungere: “Chi ha visto ne dà testimonianza”. Perché su questa roba non si scherza. (don Luigi Maria Epicoco – 08/06/18)

VOLGERANNO LO SGUARDO A COLUI CHE È STATO TRAFITTO

Era la vigilia della festa: le autorità ebraiche non volevano che i corpi rimanessero in croce durante il giorno festivo, perché la Pasqua era una festa grande. Perciò chiesero a Pilato di far spezzare le gambe ai condannati e far togliere di lì i loro cadaveri. I soldati andarono a spezzare le gambe ai due che erano stati crocifissi insieme a Gesù. Poi si avvicinarono a Gesù e videro che era già morto. Allora non gli spezzarono le gambe, ma uno dei soldati gli trafisse il fianco con la lancia. Subito dalla ferita uscì sangue con acqua.
Colui che ha visto ne è testimone, e la sua testimonianza è vera. Egli sa che dice il vero, perché anche voi crediate.
Così si avverò la parola della Bibbia che dice: Le sue ossa non saranno spezzate, e: Volgeranno lo sguardo a colui che hanno trafitto. (Gv 19,31-37)

Con queste parole, che concludono il racconto della Passione, l’evangelista Giovanni descrive lo sguardo del «testimone credente» verso il costato trafitto del Salvatore, uno sguardo che cerca di penetrare l’interiorità del Crocifisso.

1. Nel Cuore trafitto noi contempliamo l’obbedienza filiale di Gesù al Padre, il cui incarico egli portò coraggiosamente a compimento (cf. Gv 19,30), e il suo amore fraterno per gli uomini, che egli “amò sino alla fine” (Gv 13,1), cioè sino all’estremo sacrificio di sé. Il Cuore trafitto di Gesù è il segno della totalità di questo amore in direzione verticale e orizzontale, come le due braccia della Croce.

2. Il Cuore trafitto è anche simbolo della vita nuova, data agli uomini mediante lo Spirito e i sacramenti. Non appena il soldato ebbe vibrato il colpo di lancia, dal costato ferito di Cristo “uscì sangue ed acqua” (Gv 19,34). Il colpo di lancia attesta la realtà della morte di Cristo. Egli è veramente morto, com’era veramente nato, come veramente risorgerà nella sua stessa carne (cf. Gv 20, 4.27). Ma, al tempo stesso, tende ad approfondire il significato dell’evento salvifico ed esprimerlo attraverso il simbolo. Egli, perciò, nell’episodio del colpo di lancia, vede un profondo significato: come dalla roccia colpita da Mosé scaturì nel deserto una sorgente d’acqua (cf. Nm 20,8-11), così dal costato di Cristo, ferito dalla lancia, è sgorgato un torrente d’acqua per dissetare il nuovo Popolo di Dio. Tale torrente è il dono dello Spirito (cf. Gv 7,27-29), che alimenta in noi la vita divina.

3. Infine, dal Cuore trafitto di Cristo scaturisce la Chiesa. Come dal costato di Adamo addormentato fu tratta Eva, sua sposa, così – secondo una tradizione patristica risalente ai primi secoli – dal costato aperto del Salvatore, addormentato sulla Croce nel sonno della morte, fu tratta la Chiesa, sua sposa; essa si forma appunto dall’acqua e dal sangue – Battesimo e Eucaristia -, che sgorgano dal Cuore trafitto. Giustamente perciò la costituzione conciliare sulla liturgia afferma: “Dal costato di Cristo morto sulla croce è scaturito il mirabile sacramento di tutta la Chiesa” (Sacrosanctum Concilium, 5).

4. Accanto alla Croce, annota l’Evangelista, c’era la Madre di Gesù (cf. Gv 19,25). Ella vide il Cuore aperto dal quale fluivano sangue e acqua – sangue tratto dal suo sangue – e comprese che il sangue del Figlio era versato per la nostra salvezza. Allora capì fino in fondo il significato delle parole che il Figlio le aveva rivolto poco prima; “Donna, ecco il tuo figlio” (Gv 19,26): la Chiesa che sgorgava dal Cuore trafitto era affidata alle sue cure di Madre. Chiediamo a Maria di guidarci ad attingere sempre più abbondantemente alle sorgenti di grazia fluenti dal Cuore trafitto di Cristo. (Giovanni Paolo II Angelus Castel Gandolfo – Domenica, 30 luglio 1989).

IL CUORE PARLA AL CUORE

Lo sguardo rivolto al Cuore trafitto permette di vedere l’amore di Dio in lui incarnato e divenuto manifesto. In Bonaventura troviamo queste belle parole: «Attraverso la ferita visibile vediamo la ferita dell’amore invisibile – Per vulnus visibile vulnus amoris invisibilis videamus». Nel Cuore di Gesù riconosciamo che anche Dio ha un cuore (cor) per noi, i poveri (miseri), intesi nel senso più ampio del termine, e che quindi egli è misericors, misericordioso. Perciò il Cuore di Gesù è il simbolo sensibile dell’amore di Dio incarnato in Gesù Cristo. (Kasper, Il Cuore di Gesù, rivelazione della misericordia di Dio)

Il Discepolo Amato è colui che “sta sul petto di Gesù”

A una immediata percezione comprendiamo che l’Amato si presenta in qualità di mediatore tra il gruppo dei Dodici e il Cristo: Simon Pietro gli fece cenno di informarsi chi fosse quello di cui parlava. L’Amato è pertanto colui che interpreta i divini voleri e li comunica agli altri. La prossimità fisica tra Gesù e il Discepolo che egli amava sta a indicare che questi penetra in un modo essenziale il messaggio di Gesù, così da poterne trasmettere il suo senso più recondito e nondimeno più vero agli altri discepoli e a tutti noi.

«DAL CUORE STESSO DI CRISTO ATTINSE L’ACQUA VIVA DEL VANGELO»

Così canta la liturgia della Festa di san Giovanni apostolo ed evangelista. Mediante questo esclusivo privilegio può mettere gli occhi anticipatamente sul costato di Cristo squarciato dalla lancia: il Figlio è colui che ama con l’amore del Padre davanti alla manifestazione del male che irrompe nella maniera più radicale, e cioè il tradimento di uno dei suoi discepoli, che alla signoria del Figlio di Dio sostituisce scientemente quella del Maligno stesso. È questo, ad una più immediata comprensione, il significato dell’amore di Dio – amante non amato -, che si rivela nella pienezza del suo “amore”, che non cessa di essere Se stesso neanche dinanzi al rifiuto più radicale del “non amore”. (Giovanni Episcopo)

GIOVANNI EVANGELISTA E GERTRUDE DI HEFTA

Di particolare importanza il colloquio che s. Gertrude di Helfta (1302) ha nell’apparizione di san Giovanni evangelista, perché le parole dell’apostolo sembrano rinviare a un piano divino di cui la devozione al Sacro Cuore costituirà il secondo tempo. Invitata dall’Evangelista ad andare con lui e riposare sul petto di Gesù, la santa sente una gioia ineffabile nel percepire le pulsazioni del Cuore divino, e chiese la ragione a San Giovanni per la quale, avendo egli provato simili gioie, non avesse riportato né descritto queste ineffabili e indicibili sensazioni. San Giovanni le rispose: «La mia missione era presentare alla Chiesa nella sua prima età una sola parola del verbo increato di Dio Padre, che bastasse fino alla fine del mondo per soddisfare l’intelletto di tutta la razza umana senza che nessuno, tuttavia, non riuscisse mai a capirla in tutta la sua pienezza. Ma fare conoscere la soavità di questi battiti era riservato ai tempi moderni, affinché ascoltando tali cose, il mondo, già invecchiato ed intorpidito nell`amore di Dio, torni un `altra volta a scaldarsi». (Pietro Mainardi)

ABBANDONIAMOCI SUL PETTO DI GESÙ

“Questi è Giovanni, che nella Cena posò il capo sul petto del Signore: Apostolo beato, che conobbe i segreti del cielo, e diffuse nel mondo intero parole di vita”.
Così la Liturgia, e noi ci uniamo nella memoria di questo grande santo che posando il suo capo sul petto di Gesù, imparò alla scuola del Suo Sacratissimo Cuore e ne trasmise i segreti attraverso il suo apostolato.
Come lui, anche noi dobbiamo abbandonarci completamente al Signore, trovando riposo e pace in quel Cuore che tanto ci ha amato fino a farsi trafiggere per noi perché vi potessimo entrare, e che ancora adesso non cessa di amarci e di attenderci. (Maria Bigazzi)

Uno dei dodici discepoli, Tommaso, detto Gemello, non era con loro quando Gesù era venuto. Gli altri discepoli gli dissero: – Abbiamo veduto il Signore.
Tommaso replicò: – Se non vedo il segno dei chiodi nelle sue mani, se non tocco col dito il segno dei chiodi e se non tocco con mano il suo fianco, io non crederò.
Otto giorni dopo, i discepoli erano di nuovo lì, e c’era anche Tommaso con loro. Le porte erano chiuse. Gesù venne, si fermò in piedi in mezzo a loro e li salutò: «La pace sia con voi». Poi disse a Tommaso: – Metti qui il dito e guarda le mani; accosta la mano e tocca il mio fianco. Non essere incredulo, ma credente!
Tommaso gli rispose: – Mio Signore e mio Dio! Gesù gli disse: – Tu hai creduto perché hai visto; beati quelli che hanno creduto senza aver visto! (Giovanni 20,24-29)

La ferita sempre aperta… per me

NOI TUTTI SIAMO COME TOMMASO, L’INCREDULO

Ma noi tutti, come lui, possiamo toccare lo scoperto Cuore di Gesù ed in esso toccare, guardare il Logos stesso e così, mano e cuore rivolti a questo Cuore, giungere alla confessione: «Mio Signore e mio Dio!». L’incredulo Tommaso che ha bisogno di vedere e toccare per poter credere, mette la sua mano nel fianco aperto del Signore e, nel toccare, conosce l’intoccabile e lo tocca realmente, guarda all’invisibile e lo vede veramente: «Mio Signore e mio Dio!».
Per accostarsi al mistero di Dio l’uomo ha bisogno di vedere, di fermarsi a vedere, e di fare sì che tale vedere divenga un toccare. Egli deve salire la «scala» del corpo, per trovare su di essa la strada alla quale la fede lo invita. Nell’orizzonte dei problemi del nostro tempo si potrebbe dire: la cosiddetta devozione oggettiva della partecipazione alla celebrazione della liturgia non basta. (Cardinal Ratzinger)

UN LUOGO NEL QUALE POSSIAMO TROVARE LA QUIETE E LA PACE INTERIORE

Nel bel mezzo dell’inquietudine e delle tribolazioni del mondo esiste un luogo nel quale possiamo trovare la quiete e la pace interiore come nell’incontro dell’incredulo Tommaso con il Signore risorto. In quella occasione lo scettico Tommaso arriva alla fede solo quando può mettere le sue dita nella ferita del costato del Signore pasqualmente trasfigurato (Gv 20,24-29).
Questo incontro può essere importante proprio per coloro che oggi domandano e sono tormentati dal dubbio. Tutti noi siamo infatti in qualche modo come questo “incredulo Tommaso”. Come Tommaso a volte neppure noi vogliamo semplicemente credere sulla parola degli altri. Come Tommaso anche noi troviamo la fede solo nell’incontro personale con il Signore risorto. Come Maria di Magdala, così neppure noi possiamo toccarlo fisicamente e mettere fisicamente la nostra mano nella ferita sempre aperta del suo costato. Ma in senso spirituale il Cuore trafitto di Gesù può diventare anche per noi la via per penetrare nell’amore di Dio ferito per nostro amore. (Card. Walter Kasper)
Sembra che Blaise Pascal presentisse questo, quando scrisse: «Mi sembra che Gesù non lasci toccare le sue piaghe che dopo la risurrezione: noli me tangere (Gv 20,17)».

FERMIAMOCI INSIEME A CONTEMPLARE IL CUORE TRAFITTO DEL CROCIFISSO

Nella Lettera di san Paolo Apostolo agli Efesini, ci viene ricordato che “Dio, ricco di misericordia, per il grande amore con il quale ci ha amato, da morti che eravamo per le colpe, ci ha fatti rivivere con Cristo… Con lui ci ha anche risuscitato e ci ha fatto sedere nei cieli, in Cristo Gesù” (Ef 2,4-6). Essere in Cristo Gesù è già sedere nei cieli. Nel Cuore di Gesù è espresso il nucleo essenziale del cristianesimo; in Cristo ci è stata rivelata e donata tutta la novità rivoluzionaria del Vangelo: l’Amore che ci salva e ci fa vivere già nell’eternità di Dio. Scrive l’evangelista Giovanni: “Dio infatti ha tanto amato il mondo da dare il suo Figlio Unigenito, perché chiunque crede in lui non vada perduto, ma abbia la vita eterna” (3,16).
Il suo Cuore divino chiama allora il nostro cuore; ci invita ad uscire da noi stessi, ad abbandonare le nostre sicurezze umane per fidarci di Lui e, seguendo il suo esempio, a fare di noi stessi un dono di amore senza riserve.
L’invito di Gesù a “rimanere nel suo amore” (cfr. Gv 15,9) è per ogni battezzato, ma lo è soprattutto per ogni anima consacrata. Perciò, lasciamoci conquistare da Gesù e saremo anche noi, nel mondo di oggi, messaggeri di speranza, di riconciliazione, di pace. (Dalle Omelie di Papa Benedetto XVI)

La devozione al Cuore di Gesù nei secoli

Estratto da «Il Cuore di Gesù, rivelazione della misericordia di Dio» del Card. Walter Kasper

La devozione al Sacro Cuore di Gesù fu considerata in molti secoli come espressione particolare della fede nell’amore e nella misericordia di Dio, manifestati in Gesù Cristo; oggi però essa non ci è più tanto familiare. A ciò hanno contribuito i nuovi accenti posti dal movimento liturgico nella vita di pietà; ma anche le rappresentazioni del Cuore di Gesù del XVIII e XIX secolo contribuirono a farla passare in secondo piano. Tali rappresentazioni infatti, che mostrano Gesù con il Cuore trafitto e spesso circondato da una corona di spine, ci appaiono oggi indiscrete, pacchiane e di cattivo gusto. Esse sono anche teologicamente problematiche, perché si concentrano sul cuore fisico di Gesù, invece di concepire il cuore come il simbolo originario di tutto l’uomo e come il suo centro”.

Per riscoprire il centro e il senso profondo della devozione al Sacro Cuore dobbiamo per prima cosa mostrare che tale devozione ha radici bibliche. Possiamo vedere tali radici già nella promessa del profeta Zaccaria (Zc 12,10), ripresa dal vangelo di Giovanni: «Volgeranno lo sguardo a colui che hanno trafitto» (Gv 19,37). In questa predizione il Cuore trafitto di Gesù rappresenta tutta l’umanità di Cristo condannata a morte per noi. Lo sguardo rivolto al Cuore trafitto permette nello stesso tempo di vedere l’amore di Dio in lui incarnato e divenuto manifesto. In Bonaventura troviamo queste belle parole: «Attraverso la ferita visibile vediamo la ferita dell’amore invisibile – Per vulnus visibile vulnus amoris invisibilis videamus». Nel Cuore di Gesù riconosciamo che anche Dio ha un cuore (cor) per noi, i poveri (miseri), intesi nel senso più ampio del termine, e che quindi egli è misericors, misericordioso. Perciò il Cuore di Gesù è il simbolo sensibile dell’amore di Dio incarnato in Gesù Cristo.

Queste radici bibliche si sono sviluppate solo lentamente nella storia della vita di pietà e hanno subito anche dei notevoli cambiamenti. Esse non sono affermazioni puramente edificanti, ma hanno un profondo fondamento dogmatico nella dottrina di Gesù Cristo della chiesa antica. La dottrina ecclesiale ha infatti affermato che Gesù Cristo è, nella sua unità e identità, vero Dio e vero uomo. In questo senso la chiesa parla dell’unica ipostasi, dell’unica persona di Gesù Cristo in due nature.
Perciò anche al Cuore di Gesù spetta, quale parte costitutiva concreta e quale centro simbolico dell’umanità di Cristo, l’adorazione. Alla luce della cristologia dogmatica dei primi concili dobbiamo perciò concepire il Cuore di Gesù sofferente per noi e per la nostra salvezza come sofferenza dello stesso Figlio di Dio. Nel Cuore del Figlio di Dio incarnato batte e soffre il Cuore dello stesso Figlio di Dio. Pio XI poté perciò dire che la devozione al Cuore di Gesù è il compendio di tutta la religione.

I Padri della Chiesa citano le parole di Gesù, secondo le quali dal suo intimo sgorgheranno fiumi di acqua viva (Gv 7,38) e le interpretano alla luce dell’affermazione che dal suo Cuore, trafitto dalla lancia, sgorgarono sangue e acqua (Gv 19,34). Il sangue e l’acqua indicavano per essi i due sacramenti fondamentali della chiesa, il battesimo e l’eucaristia. Sulla base di questo punto di partenza la devozione patristica al Cuore di Gesù assunse un tono oggettivamente sacramentale, più precisamente un tono eucaristico. Agostino interpretò così la ferita inferta al Cuore di Gesù: «In tal modo fu spalancata la porta della vita, da cui fluirono i sacramenti della chiesa, senza i quali non perveniamo alla vita che è la vera vita».

Con Bernardo di Chiaravalle si verificò una svolta dalla mistica oggettiva di Cristo dei Padri in direzione di una devozione soggettivamente interiorizzata per Cristo. Egli si richiamò al Cantico dei cantici e interpretò l’amore lì cantato nel senso dell’amore di Dio divenuto visibile nel Cuore trafitto di Gesù. Questa devozione soggettiva per Cristo è rappresentata nella nota immagine, nella quale il Gesù crocifisso si china dalla croce personalmente verso Bernardo.
Nel periodo d’oro della scolastica medievale Bonaventura approfondì poi teologicamente questa idea e interpretò la ferita al costato di Gesù come una ferita d’amore; infatti chi ama è ferito dall’amore (Ct 4,9). Perciò il nostro cuore misero e spesso tanto insensibile può lasciarsi continuamente accendere e infiammare dall’ardore dell’amore del Cuore di Gesù. L’amore di Gesù può ferire anche il nostro cuore.

Chi infatti non amerebbe a sua volta un cuore del genere? Bonaventura può addirittura dire: il Cuore di Gesù diventa il nostro cuore . Questa mistica personale di Cristo fu ulteriormente sviluppata nella mistica femminile medievale. Mistiche come Gertrude di Helfta, Matilde di Magdeburgo, Matilde di Hackeborn e altre hanno così dato vita alla devozione al Cuore di Gesù, che noi conosciamo. Troviamo tale devozione anche in Meister Eckhart, Giovanni Taulero ed Enrico Susone. Nell’età moderna essa conobbe una vasta diffusione a partire dalle visioni di Santa Margherita Maria Alacoque di Paray-le-Monial. Successivamente si arrivò a una progressiva introduzione della festa del Cuore di Gesù. I papi Leone XIII, Pio XI, Pio XII, Giovanni Paolo II e, da ultimo, Benedetto XVI hanno sempre promosso la devozione al Cuore di Gesù.

Un nuovo impulso le impressero i diari della mistica polacca suor Faustina Kowalska. Per lei la misericordia è la più grande e la più eccelsa delle proprietà di Dio e la perfezione divina per antonomasia. Giovanni Paolo II vide in questo messaggio, a causa delle spaventose esperienze del XX secolo, un importante messaggio per il XXI secolo.

La devozione moderna del Cuore di Gesù cominciò a diffondersi nel contesto dell’incipiente illuminismo e dell’incipiente secolarizzazione, nonché nel contesto dell’esperienza sempre più intensa dell’assenza, anzi della morte di Dio. Le tenebre del Golgota (Lc 23,44ss) si sono da allora estese come eclissi di Dio sul mondo. Nel mezzo di questa notte di una fede morente in Dio e di una crescente ottusità e insensibilità del mondo per l’amore di Dio in Gesù Cristo, possiamo sperimentare nel Cuore di Gesù la sofferenza di Dio per questo mondo e il suo incessante amore per noi uomini. Nel Cuore trafitto del proprio Figlio, Dio ci mostra che egli si è spinto fino all’estremo, per sopportare nella sofferenza volontaria della morte del proprio Figlio l’incommensurabile sofferenza del mondo, la nostra freddezza di cuore e la nostra mancanza di amore e per redimerle. Per mezzo dell’acqua e del sangue sgorgati dal suo Cuore trafitto noi siamo purificati nel battesimo da tutte le lordure e impurità che si sono accumulate nel mondo e in noi, e nell’eucaristia possiamo di continuo placare la nostra sete di qualcosa che vada al di là delle banalità che ci circondano e che ci vengono offerti. Perciò possiamo dire con la preghiera Anima Christi di Ignazio di Loyola: «Sangue di Cristo inebriami, acqua del costato di Cristo lavami».

Il fatto che una simile devozione al Cuore di Gesù abbia per sua natura qualcosa di cordiale, anzi qualcosa di sentimentale nel senso buono del termine, non deve essere un argomento che depone contro di essa. Il cuore e le emozioni hanno un loro buon diritto e un loro posto nella religiosità. Dove vengono messe al bando, si arriva a quella emotività disordinata e addirittura sdolcinata, che spesso oggi noi troviamo.
Non dovremmo lasciarci togliere le emozioni, né vergognarci di esse. L’amore di Dio prende al proprio servizio, come Gesù dice parlando del comandamento principale dell’amore, tutto l’uomo con tutte le sue energie fisiche, psichiche e spirituali (Mc 12,30 par.).
In fondo nella religiosità si tratta della storia d’amore tra Dio e noi uomini, e l’amore è sempre passionale. In fondo si tratta del dialogo personale con Dio, che il cardinal Newman espresse nel proprio motto araldico così: «Cor ad cor loquitur – Il cuore parla al cuore». L’incontro personale non deve rimanere nel campo puramente personale, ma deve aprirsi a tutti coloro che soffrono accanto a noi e attorno a noi.

Guardando il Cuore trafitto di Gesù constatiamo infatti che Dio ha tanto amato il mondo da dare il proprio unico Figlio (Gv 3,16). Perciò dobbiamo e possiamo condividere le sofferenze di Dio e diventare solidali con tutti coloro che soffrono in mezzo alle tenebre e alle atrocità del mondo attuale. Possiamo immergerci con Gesù nella notte del Golgota del mondo, sopportarla con lui e sopportarla sino alla fine in rappresentanza vicaria per i molti. Tutta la chiesa partecipa, come corpo di Cristo, nello Spirito Santo all’agonia di Cristo nel mondo. L’agonia di Gesù dura, secondo Pascal, sino alla fine del mondo.
Perciò la chiesa può partecipare, come corpo di Cristo, in rappresentanza vicaria alla sofferenza del mondo, condividerla e sopportarla sino alla fine. In mezzo alla profonda notte del mondo sappiamo naturalmente anche, con lo sguardo rivolto al Cuore trafitto di Gesù, che in esso batte il Cuore di Dio per questo nostro mondo. Esso è il cuore del mondo, la sua forza più intima e la sua grande speranza. Perciò possiamo sopportare le tenebre del Venerdì santo nella certezza di un nuovo ed eterno mattino di Pasqua. Esso è la certezza che nulla, né la vita né la morte, possono separarci dall’amore di Dio in Gesù Cristo (Rm 8,35-39).
(da: Misericordia. Concetto fondamentale del Vangelo – Chiave della vita cristiana, Queriniana 2013, pp. 173-181)

1. L’icona fondamentale: il Cuore squarciato di Cristo. San Bonaventura sintetizza «Per questo è stato trafitto affinché attraverso la ferita visibile vedessimo la ferita invisibile dell’amore».
Il Cuore di Gesù è stato ferito dall’amore. Il Cuore di Gesù è eternamente ferito, eternamente aperto come bocca implorante. La gloria non ha eliminato questa piaga perché essa è ferita d’amore eterno. La ferita della lancia è soltanto segno della ferita più autentica, quella dell’amore.

2. Sant’Ambrogio (337-397) ci esorta con fervore apostolico: «Cristo è la porta. Per te è stata aperta, quando il suo fianco è stato trafitto dalla lancia. Ricorda ciò che ne uscì e scegli per dove entrare».
Sant’Agostino (354-430): «L’ingresso è accessibile: Cristo è la porta. Anche per te si aprì quando il suo fianco fu aperto dalla lancia. Ricorda che cosa ne uscì; quindi scegli per dove tu possa entrare. Dal fianco del Signore che pendeva e moriva sulla croce uscì sangue ed acqua, quando fu aperto dalla lancia. Nell’acqua è la tua purificazione, nel sangue la tua redenzione».

3. San Giovanni Crisostomo († 407): – «A Gesù morto e ancora appeso alla croce, racconta il vangelo, s’avvicinò un soldato che gli aprì con un colpo di lancia il costato: ne uscì acqua e sangue. L’una simbolo del Battesimo, l’altro dell’Eucaristia. Il soldato aprì il costato: dischiuse il tempio sacro, dove ho scoperto un tesoro e dove ho la gioia di trovare splendide ricchezze. E uscì dal fianco sangue ed acqua (cfr. Gv 19, 34). Carissimo, non passare troppo facilmente sopra a questo mistero. Ho un significato mistico da spiegarti. Ho detto che quell’acqua e quel sangue sono simbolo del Battesimo e dell’Eucaristia. Ora la Chiesa è nata da questi due sacramenti, da questo bagno di rigenerazione e di rinnovamento nello Spirito Santo per mezzo del Battesimo e dell’Eucaristia. E i simboli del Battesimo e dell’Eucaristia sono usciti dal costato. Quindi è dal suo costato che Cristo ha formato la Chiesa, come dal costato di Adamo fu formata Eva. Vedete in che modo Cristo unì a sé la sua Sposa, vedete con quale cibo ci nutre. Per il suo sangue nasciamo, con il suo sangue alimentiamo la nostra vita. Come la donna nutre il figlio col proprio latte, così il Cristo nutre costantemente col suo sangue coloro che ha rigenerato».

4. Il Medioevo è stato un’epoca particolarmente feconda per lo sviluppo della devozione al Cuore del Salvatore. Uomini insigni per santità e dottrina, come san Bernardo († 1153), san Bonaventura († 1274), e mistici come santa Lutgarda († 1246), santa Matilde di Magdeburgo († 1282), le sante sorelle Matilde († 1299) e Gertrude († 1302) del monastero di Helfta, Ludolfo di Sassonia († 1378), santa Caterina da Siena († 1380) approfondirono il mistero del Cuore di Cristo, in cui videro la “casa di rifugio” ove ripararsi, la sede della Misericordia, il luogo per l’incontro con lui, la sorgente dell’infinito amore del Signore, la fonte dalla quale sgorga l’acqua dello Spirito, la vera terra promessa e il vero paradiso.

5. San Bernardo riversa il suo cuore nel Cuore di Gesù: «Ho trovato il Cuore per adorare il mio Dio. Sì, ho trovato questo cuore nell’adorabile Eucaristia, perché vi ho trovato il Cuore del mio re, del mio amico, del mio fratello, cioè il Cuore del mio Redentore adorato. Fratelli, entriamo in questo Cuore amato per non uscirne più.

6. Nell’epoca moderna – dal dolore all’Amore. Il culto al Cuore del Salvatore conobbe nuovi sviluppi. In un tempo in cui il giansenismo proclamava i rigori della giustizia divina, la devozione al Cuore di Cristo costituì un efficace antidoto per suscitare nei fedeli l’amore al Signore e la fiducia nella sua infinita Misericordia, di cui il Cuore è pegno e simbolo.
San Francesco di Sales († 1622), che assunse come norma di vita e di apostolato l’atteggiamento fondamentale del Cuore di Cristo, cioè l’umiltà, la mansuetudine (cf. Mt 11,29), l’amore tenero e misericordioso; Santa Margherita Maria Alacoque († 1690), a cui il Signore mostrò ripetutamente le ricchezze del suo Cuore;
San Giovanni Eudes († 1680), promotore del culto liturgico al Sacro Cuore;
San Claudio la Colombière († 1682), guida spirituale di Margherita Maria Alacoque.

7. Nel secolo XIX – Dal locale all’universale. La devozione al Sacro Cuore prese il suo maggior sviluppo dalla metà del XIX secolo:
1856 il Papa Pio IX estese a tutta la Chiesa la festa del Sacro Cuore.
1864 la beatificazione di Margherita Maria Alacoque.
1875, secondo centenario delle rivelazioni di Paray, Pio IX invitò tutto il mondo a consacrarsi al Divin Cuore.
L’immediato successore Leone XIII, incoraggiò la devozione al S. Cuore approvandone le litanie e compì l’atto più importante del suo Pontificato, come egli volle chiamarlo, consacrando l’11 giugno 1899 l’umanità al Cuore Sacratissimo di Gesù.

Santa Margherita Maria Alacoque

Marguerite Alacoque nasce in una famiglia benestante nella Borgogna il 22 luglio 1647. I suoi genitori sono ferventi cattolici, ma non abbastanza da consentire che una loro figlia diventi suora. Eppure Margherita già a cinque anni si consacra al Signore con voto di castità, ma solo a 24, vincendo le resistenze dei suoi, riesce a entrare nell’Ordine della Visitazione fondato da San Francesco di Sales. Tra le sue consorelle Margherita – che prendendo i voti ha aggiunto al proprio il nome di Maria – non si trova bene: lei da sempre ha visioni della Madonna, ma non ne parla mai. Le voci, però, girano, e molte tra le suore e tra i suoi superiori non le credono o addirittura si prendono gioco di lei, lasciando intendere che sia malata o pazza. Tra le Visitandine, però resterà oltre vent’anni, sperimentando grazie straordinarie ma anche enormi penitenze e mortificazioni che affronterà sempre con il sorriso.

Sarà il suo padre spirituale, il gesuita Claude de la Colombière, (proclamato Santo nel 1992) a riconoscere in lei il carisma dei Santi e a ordinarle di raccontare le sue esperienze mistiche in quella che diventerà la sua autobiografia, giunta fino a noi. Lei all’inizio resiste, poi per obbedienza acconsente, ma mentre scrive resta convinta di farlo solo per sé, non si rende conto del valore di ciò che sta raccontando in quelle pagine. Dal 1673 Margherita Maria inizia a ricevere anche le visite di Gesù che le chiede di avere particolare devozione al Suo Sacro Cuore, che le appare “raggiante come un sole, con la piaga adorabile, circondato di spine e sormontato da una croce, adagiato sopra un trono di spine”. Dal suo racconto verrà fuori l’iconografia che conosciamo oggi, e dal suo impegno l’istituzione della festa liturgica del Sacro Cuore di Gesù, fissata all’ottavo giorno dopo il Corpus Domini.

Gesù appare a Margherita Maria per 17 anni, fino al giorno della sua morte, quando sarà ancora Lui a venire a prenderla per mano. La chiama la “discepola prediletta”, le comunica i segreti del suo Cuore e la fa partecipe della scienza dell’amore. Da Gesù la religiosa riceve anche una grande promessa: a chi avesse ricevuto la comunione per nove mesi consecutivi il primo venerdì del mese, sarebbe stato fatto il dono della penitenza finale, cioè di morire ricevendo i sacramenti e in assenza di peccato. Gesù le chiede anche di appellarsi al re di Francia Luigi XIV affinché consacri il Paese al Sacro Cuore, ma la Santa non ottiene risposta dal sovrano. Margherita Maria muore il 17 ottobre 1690; Beatificata da Pio IX nel 1864, viene canonizzata da Benedetto XV nel 1920.

La prima rivelazione avviene il 27 dicembre 1673, festa di san Giovanni evangelista – data di una valenza simbolica straordinaria. La santa si trova davanti al Santissimo, quando afferma di sentirsi investita della presenza di Cristo, il quale la fa riposare sul Suo petto divino, scoprendole «le meraviglie del suo Amore e i segreti inesplicabili del suo Sacro Cuore».
«Il mio Divin Cuore – le rivela Gesù – è tanto appassionato d’amore per gli uomini e per te in particolare, che non potendo contenere in se stesso le fiamme del suo ardente amore, sente il bisogno di diffonderle per mezzo tuo e di manifestarsi agli uomini per arricchirli dei preziosi tesori che ti scoprirò, e che contengono le grazie in ordine alla santità e alla salvezza necessarie per ritrarli dal precipizio e dalla perdizione.
Per portare a compimento questo mio disegno ho scelto te, abisso d’indegnità e d’ignoranza, affinché tutto sia chiaro che si compie per mezzo mio»
.

«Poi – prosegue il racconto della santa – mi domandò il cuore e io lo supplicai di prenderlo. Lo prese e lo mise nel suo Cuore adorabile, nel quale me lo fece vedere come un piccolo atomo, che si consumava in quella fornace ardente. In un secondo tempo lo ritirò come fiamma incandescente in forma di cuore e lo rimise dove l’aveva preso» (S. Margherita Maria Alacoque, Autobiografia).

Da quel momento Gesù le favorisce, ogni primo venerdì del mese, la visione del Sacro Cuore (accompagnata da forti dolori al costato) e durante una di queste (probabilmente il 2 luglio, festa della Visitazione), nel 1674, avviene la seconda rivelazione. Sempre durante l’adorazione del Santissimo, Gesù le si presenta «splendente di gloria, con le sue cinque piaghe sfolgoranti come cinque soli. Da ogni parte di quella sacra umanità si sprigionavano fiamme, ma soprattutto dal suo adorabile petto, che somigliava a una fornace ardente. Dopo averlo scoperto mi mostrò il suo amante e amabilissimo Cuore, sorgente viva di quelle fiamme … mi svelò le meraviglie inesplicabili del suo puro Amore, e fino a quale eccesso questo lo avesse spinto ad amare gli uomini, dai quali poi non riceveva in cambio che ingratitudini e indifferenza:
“Questo mi fa soffrire più di tutto ciò che ho patito nella mia Passione, mentre se, in cambio, mi rendessero almeno un po’ d’amore, stimerei poco ciò che ho fatto per loro e vorrei, se fosse possibile, fare ancora di più. Invece non ho dagli uomini che freddezze e ripulse alle infinite premure che mi prendo per far loro del bene… Ma almeno tu, dammi la gioia di compensare, per quanto ti è possibile, la loro ingratitudine”».

Ma la terza rivelazione, che verrà definita la Grande Rivelazione, Margherita la riceverà davanti al Santissimo Sacramento durante l’ottava del Corpus Domini nel 1675, quando Gesù, scoprendole il suo Cuore, le dice: «Ecco quel Cuore che ha tanto amato gli uomini e che nulla ha risparmiato, fino ad esaurirsi e a consumarsi per testimoniare loro il suo Amore. In segno di riconoscenza però, non ricevo dalla maggior parte di essi che ingratitudini per le loro tante irriverenze, i loro sacrilegi e per le freddezze e i disprezzi, che essi mi usano in questo Sacramento d’Amore. Ma ciò che più mi amareggia è che ci siano dei cuori a me consacrati, che mi trattano così. Per questo, ti chiedo che il primo venerdì del mese dopo l’ottava del Corpus Domini sia dedicata a una festa particolare per onorare il mio Cuore, ricevendo in quel giorno la santa comunione, e facendo un’ammenda d’onore per riparare tutti gli oltraggi ricevuti durante il periodo in cui è stato esposto sugli altari. Io ti prometto che il mio Cuore si dilaterà, per effondere con abbondanza le ricchezze del suo divino Amore su coloro che gli renderanno questo onore e procureranno che gli sia reso da altri».

Il rapporto con Gesù e il soprannaturale, per Margherita, è dunque pressoché ordinario. Con Gesù il colloquio è continuo: la sostiene, la consiglia, le dona le mortificazioni e ne fissa i limiti. Mortificazioni, si badi bene, soprattutto per i peccati altrui e soprattutto per ciò che avviene nel convento; la santa sacrifica se stessa nel dolore con entusiasmo, consapevole di partecipare alle sofferenze di Cristo e di corrispondere alla Sua volontà.
Le meraviglie del soprannaturale non si fermano alle rivelazioni sul Sacro Cuore: ha un assaggio del Paradiso con la visione della Trinità, rappresentata da tre giovani vestiti di bianco, che le procurano nell’animo «una pace e una gioia indicibili» ha familiarità con la Madonna e con l’Angelo custode; Gesù la definisce «discepola prediletta de! Suo Cuore», per il quale le chiede di soffrire in silenzio «senza altro interesse che la gloria di Dio, che si attuerà quando il Regno del mio Sacro Cuore sarà stabilito nel cuore degli uomini, ai quali voglio che sia manifestato per mezzo tuo».

Ovviamente, le straordinarie esperienze spirituali di santa Margherita mettono in subbuglio il convento. La santa è fatta esaminare da sacerdoti di dottrina e incontra resistenze tra le consorelle. Tuttavia la madre superiora, M.me de Saumaise, intuisce la reale consistenza dell’esperienza mistica della santa e comincia ad accoglierne prudentemente le richieste, soprattutto quelle di offerta personale che Gesù le chiede in ragione di ciò che accade nel convento. (Piero Mainardi, L’amore di Dio, dal Sacro Cuore alla Divina Misericordia, D’Ettoris Editori 2013)

Origini della grande devozione al Sacro Cuore

INTRODUZIONE

La devozione al Sacro Cuore di Gesù è stata definita da Pio XI nell’enciclica Miserentissimus Redemptor (1928) come una sorta di compendio della religione cristiana, nella quale «sono forse contenute: tutta la sostanza della religione e specialmente la norma di una vita più perfetta, come quella che guida per una via più facile le menti a conoscere intimamente Gesù Cristo, e induce i cuori ad amarlo più ardentemente, e più generosamente ad imitarlo».
E non diversamente Pio XII, nell’enciclica Haurietis aquas (1956), vedeva nel Cuore di Cristo: «Una sintesi di tutto il mistero della nostra redenzione».
Ed in effetti meditare il senso profondo di questo culto, di questo simbolo, significa entrare in una serie di sfaccettature e di dimensioni del cattolicesimo che vanno dal politico allo spirituale, dallo storico al teologico, cogliendo una dimensione tanto mistico-contemplativa quanto dedita all’azione.
E significa leggere in filigrana la risposta e i mezzi che Dio offre all’umanità nei momenti più difficili che la storia presenta, per la salvezza delle anime e per la pace e la giustizia tra i popoli. Un culto e una devozione che, nel corso del suo sviluppo storico, partendo dalle rivelazioni ricevute da una sconosciuta e umilissima monaca, ha finito per coinvolgere progressivamente congregazioni religiose, confraternite laicali, persone di tutte le estrazioni sociali, corpi sociali intermedi e in primis le famiglie, nazioni e Stati, fino a culminare nella consacrazione di tutta l’umanità al Sacro Cuore di Gesù e nella proclamazione della solennità liturgica della festa di Cristo Re.
La Santa Sede ha accompagnato, precisato e sviluppato questa devozione per due secoli e mezzo, determinandone significato, oggetto e modalità. (Pietro Mainardi)

Il culto del Cuore del Figlio di Dio fatto uomo costituisce il centro e la sintesi dell’intera rivelazione

Il culto del Cuore di Gesù Cristo come simbolo del suo amore divino e umano per il Padre e per gli uomini, … è una sintesi dell’unico oggetto della rivelazione e del dono che il Dio vivente ha fatto di se stesso nel corso della storia del popolo ebraico, delle sue alleanze con quest’ultimo, della sua promessa e delle profezie e prefigurazioni relative al Messia promesso (Antico Testamento) e, al suo apice (Nuovo Testamento), dell’incarnazione, vita, passione, morte e risurrezione redentrici del suo Figlio unigenito come compimento di quella divina promessa.
Dall’annuncio profetico ancora velato «Volgeranno lo sguardo a colui che hanno trafitto» (Gv 19,37) e dal racconto dell’apostolo Giovanni: un soldato romano colpì con la lancia il fianco di Gesù morto sulla croce (cf. Gv 19,34), alle trasformazioni storiche di questo tema fino all’inizio del III millennio, nel quale abbiamo ricordato il cinquantenario (2006) della grande enciclica Haurietis aquas di Pio XII sul culto del Sacro Cuore di Gesù e celebriamo da qualche anno, nell’ottava di Pasqua, la festa della Divina Misericordia (messaggio di suor Faustina di Cracovia), istituita da papa Giovanni Paolo Il, un’altra espressione dello stesso mistero d’amore, ma rappresentato sotto il simbolo visibile del Cuore di carne di Cristo, così come per Santa Teresa del Bambin Gesù, verso la fine del XIX secolo, il simbolo dell’amore di Cristo era soprattutto il suo volto martoriato e umiliato, ma, anche in quel caso, con una particolare insistenza sull’infinito amore misericordioso di Dio per noi, al quale la santa offrì la sua vita.

Questo percorso mostra chiaramente che il culto del Cuore di Gesù come simbolo dell’Amore divino e umano del Figlio di Dio incarnato, nostro Salvatore misericordioso, affonda le radici nella rivelazione divina affidata a tutta la Chiesa. Sotto varie forme ed espressioni, questo culto ha attraversato la storia della Chiesa, incentrato sul messaggio essenziale del cristianesimo: Dio è Amore, che ci ha nuovamente ripetuto Benedetto XVI.
Se il culto del Cuore di Gesù – come simbolo del suo amore divino e umano per il Padre e per gli uomini – contiene l’essenza stessa della rivelazione divina affidata alla Chiesa, allora non si tratta soltanto di una devozione particolare e facoltativa scaturita da rivelazioni private, ma il culto del Cuore del Figlio di Dio fatto uomo costituisce il centro e la sintesi dell’intera rivelazione – l’amore con cui Dio ci ha amati in Cristo e la risposta d’amore che ci chiede – come anche del culto liturgico della Chiesa – l’eucaristia non è forse la presenza reale di Gesù nel suo atto di amore supremo? – e il centro della vita morale cristiana, secondo i due grandi comandamenti dell’amore di Dio e dell’amore del prossimo e, di conseguenza, anche il centro della vita di preghiera, questo «scambio di amicizia con Colui dal quale si sa di essere amati», secondo la definizione della grande Teresa di Gesù.
Oggi il sapere è frantumato. Le persone – in particolare quelle della generazione di Giovanni Paolo Il – hanno bisogno di fili conduttori.
Mettere la teologia del Cuore di Gesù, simbolo e centro della rivelazione dell’Amore misericordioso di Dio per noi in lui, realizza l’unità del messaggio cristiano: Dio è Amore (lGv 4,16), rappresentato dal simbolo del Cuore di Gesù. (Card. Christoph Schònborn Arcivescovo di Vienna, 7 aprile 2006)

LA «VERITÀ» DEL SACRO CUORE DI GESÙ

La religione cattolica ci illumina, […] facendo brillare davanti ai nostri occhi la più dolce, la più luminosa, la più calda, la più benefica delle verità, la «verità» del Sacro Cuore di Gesù.
La rivelazione di questa verità è la rivelazione dell’amore di Dio per noi.
Noi non siamo abbandonati, dimenticati, soli, sulla strada della croce, sulla strada che segue Gesù; lì noi abbiamo un Cuore che ci ama, nel quale siamo amati, lì noi siamo amati in ogni istante; prima che noi esistessimo, un Cuore ci ha amati di un amore eterno e durante tutta la nostra vita questo Cuore ci infiamma con il più caldo degli amori.
Questo Cuore è perfetto, puro come la luce, più innocente degli angeli, indenne da ogni macchia; in lui brilla l’intelligenza divina, in lui risplendono tutte le bellezze e le perfezioni increate: è il Cuore di Gesù, il Cuore di Dio, fatto uomo.
Dio ci ama, Dio ci ha amati ieri. Ci ama oggi. Ci amerà domani. Dio ci ama in ogni istante della nostra vita terrena e ci amerà per tutta l’eternità se noi non respingiamo il suo amore.
Ci chiede amore per amore. Ci dice: «lo ti amo, voglio amarti eternamente e donarmi eternamente a te, voglio essere amato e posseduto da te per l’eternità. Amami, obbediscimi, seguimi».
Dio ci ama… Dio ci chiede di amarlo… Ecco la «verità» del Cuore di Gesù rivelata per illuminare e infiammare i cuori degli uomini. (C. De Foucauld, L’évangile présenté aux pauvres du Sahara, Imprimerie Foch, Rabat 1938, 143-144).
San Charles De Foucauld

CROCE O CUORE? CROCE E CUORE!

«Attraverso la forma della sua croce, attraverso la forma che assume fisicamente lui stesso stendendosi sulla croce, il Redentore afferma di essere l’unico centro vitale che anima tutto l’universo soprannaturale.
La larghezza del suo amore è tale da volere la salvezza di tutti gli uomini e da raggiungere tutti gli esseri.
La sua lunghezza è tale da attraversare tutti i secoli e sussistere indefettibile per tutta l’eternità.
La sua altezza è tale da innalzarsi al di sopra di ogni altro amore, trascinando nella sua ascesa noi poveri cuori appesantiti.
La sua profondità è tale da permettergli, assolutamente incomprensibile in lui stesso, di sostenere da solo, nella sua potente ostinazione, tutta l’opera redentrice […] Ma poiché ogni effetto ritorna normalmente alla sua causa, ogni principio di espansione diventa normalmente termine di concentrazione. Attraverso la forma della sua croce, attraverso la forma che assume fisicamente lui stesso stendendosi sulla croce, il nostro Salvatore, unico centro di vita, si dichiara quindi centro di unità per tutto l’universo soprannaturale. Ecco ciò che – figurativamente, luminosamente – ci afferma il Cuore di Cristo, attraverso la sua stessa posizione, nell’ora in cui viene trafitto, al centro della croce di carne che era allora il Crocifisso». (F. Anizan, La puissance, 27-28, 30).
Pere Felix Anizan

San Francesco di Sales e il Sacro Cuore di Gesù

Il culto al Cuore di Gesù, trafitto dalla lancia del soldato, ha origini molto antiche ed è sempre stato presente nella storia della Chiesa con modalità espressive e sottolineature teologiche diverse. La spiritualità francese del sec. XVI continua questo cammino e san Francesco di Sales ne è uno dei principali esponenti insieme al card. Bérulle e a san Giovanni Eudes.
Nei primi anni del 1600 il Santo aveva dato alle stampe l’Introduzione alla vita devota o Filotea ed è in questo testo che scopriamo il suo amore per il Cuore di Gesù: infatti nella terza parte dell’opera vengono presentate le virtù che la persona “amica di Dio” si impegna a vivere e a praticare. Il quadro di riferimento è il Cuore di Gesù che dice: “Imparate da me che sono mite e umile di cuore!” (Mt 11,29): l’umiltà “che ci fa crescere in perfezione davanti a Dio” e la dolcezza “che ci fa crescere davanti al prossimo”. E aggiunge: “Pensiamo a quello che Egli ha fatto per noi. La conoscenza dei doni ricevuti genera la riconoscenza. Teniamo sempre gli occhi fissi su Gesù Cristo crocifisso” e la contemplazione di questo Cuore ci aiuterà “a camminare al suo servizio con fiducia e semplicità”.
E il suo capolavoro, il Trattato dell’amor di Dio, è un inno all’amore di Dio che si è manifestato in Gesù e che raggiunge il vertice della sua donazione nella Passione e Morte del Figlio. Solo la volontà di Dio e l’amore con cui ci sottomettiamo al suo “bon plaisir” devono contare, come è stato per Gesù, il cui cibo era fare la volontà del Padre.
L’amore a questo Cuore, che ha tanto amato il mondo, con molta probabilità è arrivato al giovane Francesco di Sales durante la formazione avuta con i Gesuiti a Parigi e poi a Padova con il Padre A. Possevino. I Gesuiti infatti hanno sempre sottolineato l’umanità di Cristo, suscitando la reazione dei Protestanti e poi dei Giansenisti. San Pietro Canisio, contemporaneo e amico di Francesco di Sales, fu un grande diffusore del culto al Sacro Cuore di Gesù. Nel 1599, durante la sua permanenza a Roma, Francesco di Sales incontra i primi discepoli di san Filippo Neri, che nei quadri dell’epoca è spesso rappresentato con il Cuore di Gesù in mano.

Questa atmosfera “salesiana” impregnata di amore a questo Cuore da Francesco di Sales passa in Giovanna di Chantal e in tutti i monasteri della Visitazione da loro fondati.
Quando il 10 giugno 1611 le prime tre novizie visitandine pronunciano i loro voti di povertà, castità e obbedienza, Francesco di Sales scrive a Giovanna di Chantal: “La nostra piccola Congregazione è un’opera del Cuore di Gesù e di Maria”.
Questi due Cuori appariranno sotto forma di frecce anche nello stemma dell’Ordine della Visitazione che trafiggono il cuore infiammato della religiosa Visitandina, circondato da una corona di spine e sormontato da una croce. Non stupisce quindi scoprire che fu proprio una Visitandina, Santa Margherita Maria Alacoque (1647-1690), nel monastero di Paray-le-Monial, a ricevere da Gesù il compito di diffondere la devozione al suo Sacro Cuore nella Chiesa e nel mondo. Si passa dal culto del Cuore di Gesù ad una vera e propria devozione, arricchita di pratiche, preghiere, impegni di vita.

Gesù dice alla Santa: “Il mio Cuore è talmente appassionato d’amore per gli uomini e per te in particolare, che, non potendo contenere le fiamme del suo amore, deve diffonderle attraverso di te” e ancora: “Ti ho scelta per il compimento di questo grande disegno in modo che tutto venga fatto da me”. Di qui la comunione dei primi venerdì del mese e l’ora di adorazione nella notte dal giovedì al venerdì, pratiche che si sono diffuse in tutto il mondo.
C’è anche la richiesta di onorare il Cuore di Gesù “sotto la figura di questo Cuore di carne”.

Tornando allo stemma della Visitazione, riporto quanto mi ha detto al telefono la Madre del Monastero di Moncalieri: “La corona di spine che abbraccia il cuore della religiosa Visitandina ricorda il Calvario, perché noi siamo nate là. Il nostro Beato Padre conclude il suo Trattato dicendo che il monte Calvario è il monte degli amanti! O morire o amare! Morire e amare!”.
Per concludere riporto un testo scritto da Francesco di Sales in cui parla del Cuore di Gesù: “Guarda il Salvatore sulla croce: Egli ci conosceva tutti per nome e per ciascuno formulava pensieri d’amore; per te diceva al Padre: Prendo su di me tutti i suoi peccati, soffrirò i tormenti della morte affinché egli non perisca. Che io muoia purché egli viva! Così con tenerezza materna, il Cuore divino prevedeva, disponeva, otteneva per ciascuno di noi tutti i benefici e le grazie di cui godiamo”.

Don Gianni Ghiglione, salesiano

VITA DI SAN FRANCESCO DI SALES

Francesco nacque l’anno 1567 nel castello di Sales, diocesi di Ginevra, da Francesco, conte di Sales, e da Francesca di Sionas. Fin dai primi anni mostrò spiccata inclinazione al bene, e una grande docilità.
Fece i suoi primi studi ad Annecy, e di qui fu mandato a Parigi. Qui studiò retorica, filosofia e teologia presso i PP. Gesuiti. La sua vita era ritirata: frequentava la chiesa e i Sacramenti; fin d’allora fece il voto di castità.
Compiuti gli studi a Parigi, fu dal padre mandato a Padova per addottorarsi in legge. Quivi Francesco fu esposto a grandi pericoli, cui scampò felicemente con la sua forte volontà e l’aiuto di Dio in cui sempre confidava. Il padre di Francesco aveva pensato di fare del suo figlio uno dei più stimati gentiluomini della società e gli aveva già ottenuto un posto distinto nel senato di Chambery, mentre gli andava preparando un ricco partito. Francesco invece era chiamato a ben altro, e svelò ogni cosa al suo precettore, incaricandolo di farne consapevole il padre. Molti furono gli ostacoli che i genitori gli opposero, ma vedendolo fermo nel suo proposito acconsentirono alla volontà di Dio.
Fatto Sacerdote, il Vescovo di Ginevra lo delegò a combattere l’eresia di Calvino, che infestava tutto il Chiablese. Il nostro Santo ebbe da faticare e soffrire molto per quegli eretici, e corse pericolo più volte di essere assassinato, ma la sua grande dolcezza, unita ad uno zelo instancabile e ad una pietà esemplare, vinse i più ostinati calvinisti tanto da convertirne, dicono, 72 mila. Morto il vescovo di Ginevra Mons. Granier, Francesco fu eletto a succedergli.
Nel 1610 fondò l’ordine delle Suore della Visitazione, coadiuvato dalla S. Madre di Chantal. Quando sentì di non aver più le forze d’un tempo e che la sua salute deperiva, chiese un aiuto per il governo della diocesi. Nonostante fosse ammalato, salì per l’ultima volta il pulpito di Lione nella vigilia del S. Natale 1622, ma il giorno dopo dovette mettersi a letto, con segni manifesti di apoplessia progressiva. Chiese subito gli ultimi Sacramenti, indi con fervore serafico ripetè alcuni passi della S. Scrittura, finchè il male gli tolse la parola e la vita, la sera del 28 dicembre. Non contava ancora 56 anni d’età, 20 dei quali passati nell’episcopato.

Sacro Cuore e spiritualità salesiana

CONTEMPLARE GESÙ CRISTO CON SGUARDO SALESIANO

La contemplazione del volto di Cristo sia per noi la prima passione e occupazione, così come ci viene indicato dalla Regola di Vita: «La nostra scienza più eminente è quindi conoscere Gesù Cristo e la gioia più profonda è rivelare a tutti le insondabili ricchezze del suo mistero». Questo testo è tanto più significativo se si ricorda che si trova nel capitolo delle Costituzioni in cui si descrive il nostro servizio educativo pastorale. Vi invito a realizzare il bellissimo compito di contemplare l’amato per eccellenza, Colui che ci ha affascinati e continua ad affascinarci, con uno sguardo salesiano, con gli occhi stessi di Don Bosco, perché come lui e dietro lui «nella lettura del Vangelo siamo più sensibili a certi lineamenti della figura del Signore». La contemplazione di Cristo ci inserisce così, come salesiani, nel cammino postgiubilare della Chiesa e nell’attuale impegno della vita consacrata. Contemplare Cristo significa conoscerLo più profondamente, amarLo più fedelmente, seguirLo più radicalmente. Infatti non Lo si può amare, se non Lo si conosce; e non Lo si conosce, se non Lo si segue; e non Lo si segue, se non si è talmente innamorati di Lui così da lasciare tutto pur di “essere con Lui”. Conoscenza, amore e sequela di Cristo sono realtà inseparabili, che si richiamano a vicenda. … Noi salesiani contempliamo Gesù con una nostra specificità ben precisa. La nostra forma di vita realizza il progetto apostolico di Don Bosco: «essere nella Chiesa segni e portatori dell’amore di Dio ai giovani, specialmente ai più poveri»; compiendo questa missione «troviamo la via della nostra santificazione». La missione salesiana, che «dà a tutta la nostra vita il suo tono concreto», ci rende più «sensibili a certi lineamenti della figura del Signore» e fa sì che il nostro contemplare Cristo e il nostro agire cristiano siano permeati da passione per Dio e da compassione per i giovani. Noi salesiani conosciamo, amiamo e seguiamo Gesù, stando tra i giovani. Immersi nel mondo e nelle preoccupazioni della vita pastorale, impariamo a incontrare Cristo attraverso coloro ai quali siamo stati mandati. Il nostro accesso a Cristo passa attraverso i giovani. Noi salesiani non possiamo pensare, vedere, trovare, amare e seguire il Cristo senza essere circondati dai giovani o almeno senza essere consapevoli di essere a loro inviati. I giovani sono la nostra missione e «la sorte che ci è toccata, l’eredità che abbiamo ricevuto». Lontano dai giovani, non riusciamo a contemplare Cristo o almeno non guardiamo il Cristo contemplato da Don Bosco; i giovani cui siamo inviati sono il luogo e la ragione della nostra esperienza cristiana. Questo significa che esiste una via salesiana per contemplare e, quindi, per conoscere, amare e seguire Gesù.
Don Pascual Chavez, Rettor Maggiore emerito
(§ ACG 384 (2004) Lettera 007 «E voi, che dite? chi sono io?» (mc 8,28) contemplare Cristo con lo sguardo di don Bosco» Roma, 25 dicembre 2003)

San Giovanni Bosco

La formazione di Giovannino Bosco, prima in famiglia come ragazzo, poi come chierico e infine in seminario fino ad essere sacerdote era incentrata sulla devozione eucaristica sia come Sacramento che come Sacrificio. Questa è stata poi la sua scelta pedagogica anche nel formare i ragazzi a cui si dedicava.
Alla devozione al Sacro Cuore sarebbe arrivato in un secondo tempo, ma aveva preparato il terreno ad accogliere il messaggio, abbastanza nuovo che iniziava a diffondersi anche nella pietà popolare.
Solo nella seconda metà del XIX secolo infatti questa devozione va prendendo consistenza man mano che si diffonde in Piemonte la spiritualità di San Francesco di Sales che don Bosco conosce soprattutto negli anni del Convitto Ecclesiastico, fino a divenirne un convinto sostenitore. Egli stesso scrisse che “questa devozione, ecclesiastici e laici la adottarono con uno slancio singolare, siccome essa corrispondeva ad un bisogno pressante del cuore”.

Nel volume “Don Bosco e la devozione al Sacro Cuore” di Arnaldo Pedrini (pubblicato in occasione del primo centenario della consacrazione della Basilica del S. Cuore al Castro Pretorio in Roma – 1987), si legge: “Comunque la devozione al Cuore SS. di Gesù non troverà di meglio che situarsi un domani in quella caratteristica pietà che circondava l’altare e il Divin Sacramento. Sarà questa la pratica che, nell’ambiente familiare, apprenderà da Mamma Margherita in una forma di catechismo spicciolo, mediante pie elevazioni la sera prima del riposo, la partecipazione ai sacramenti (confessione e comunione), la domenica. Don Bosco diceva: “L’Eucaristia riesce la miglior maniera di praticare la devozione al S. Cuore, poiché ogni Messa e ogni Comunione sono frutto di quell’amore che palpita nel Cuore divino, ed è corrispondenza a tanto amore…”

Nel 1868 ne “Il Cattolico provveduto per la pratica dei suoi doveri negli esercizi di cristiana pietà” e ne “Il giovane provveduto” espone in una istruzione sintetica, con perfetta precisione teologica, la sostanza della vera devozione al S. Cuore. Ne mette in rilievo l’origine, l’eccellenza, i vantaggi e la pratica; e sempre con quella semplicità che gli è propria:
«Il fine poi per cui adoriamo questo sacratissimo Cuore è:
1) di ricambiare il suo amore con il nostro, eccitandoci ad amare Gesù Cristo col meditare sopra la sua carità per noi;
2) di risarcirlo delle offese che ha ricevuto e riceve;
3) di studiarlo minutamente per modellarvi sopra il nostro cuore;
4) di trovare in esso ogni grazia ed ogni conforto di cui abbisogniamo.
I vantaggi di questa divozione sono molti e della prima importanza, imperocché secondo le promesse che Gesù Cristo ne fece alla Beata Margherita Alacoque è un mezzo certissimo:
1) per accendere in noi l’amor di Dio, perciò per farci aborrire il peccato e praticar la virtù;
2) per meritarci grazie speciali ed una speciale protezione del nostro divin Redentore;
3) per ottenere la conversione dei peccatori;
4)per meritarci la perseveranza finale.
La pratica principale di questa divozione, secondo quanto dichiarò Gesù Cristo alla suddetta Beata è la frequenza della SS. Comunione».

Don Bosco vedeva in questa devozione la migliore presentazione della devozione Eucaristica che era il suo convinto obiettivo: “Qui si acquista il vero calore, voglio dire l’amor di Dio, e non solo per sé, ma per portarlo altrove e farne partecipi le anime”.

Il Beato don Michele Rua

Il beato Don Michele Rua non fu da meno, rispetto al suo maestro e predecessore, nella devozione al Sacro Cuore. Si può dire che ne raccolse l’eredità e la fece fruttare, consacrando la Pia Società di San Francesco di Sales al Cuore di Gesù ed inserendo nelle devozioni quotidiane dei salesiani, una preghiera ad Esso rivolta, per impetrare sante vocazioni.
Consacrò la Congregazione Salesiana al Sacro Cuore il 31 dicembre 1899 e, in quell’occasione, fece giungere a tutte le case una “istruzione” su questa devozione. Mise in rilievo la sua importanza specialmente per le case di formazione, e chiese che i noviziati fossero dedicati a Lui.
E in più ricordava che: “Don Bosco soleva presentare ai giovani il Cuore Sacratissimo di Gesù vivente nella Santa Eucaristia, considerando per loro più efficace questo modo di presentare la devozione. Con il suo intuito pedagogico don Bosco sapeva che la gioventù ama le cose semplici e limpide; né vuole moltiplicare le pratiche di pietà: perciò preferiva unificare quasi interamente nella devozione a Gesù Sacramentato.”

Ecco cosa scriveva don Rua nella sua “Istruzione sulla devozione al Sacro Cuore di Gesù“:
Che diremo del nostro San Francesco di Sales?
Margherita Maria Alacoque diceva di lui: «Mentre il beato Francesco viveva su questa terra faceva suo soggiorno nel Cuore di Gesù, dove il suo riposo non poteva essere interrotto dalle maggiori occupazioni. Come Mosè, per i suoi familiari colloqui col Signore, diventò il più dolce degli uomini, così la familiarità del divino Amore sollevò San Francesco di Sales alla pratica delle due virtù proprie del Sacro Cuore di Gesù: la dolcezza e l’umiltà». Egli si può chiamare a giusto titolo il Dottore della devozione del Sacro Cuore di Gesù.

Egli poi, esclama frequentemente: «Quanto è buono il Signore, quanto è amabile il Suo Cuore! Abitiamo quivi come in un sacro asilo. Deh! Questo Cuore viva sempre nei nostri cuori e questo Sangue ribolla del continuo nelle vene delle anime nostre». (lettera 640)
«Io avrò ogni giorno determinato un certo tempo, per il sonno dell’anima mia… sull’amabile petto, ossia sul Cuore amoroso del Salvatore» (Trattenimenti spirituali).
«Dio mio, quanto sarei felice se un giorno dopo la Santa Comunione, trovassi il mio cuore fuori del petto e messo in suo luogo quello del mio buon Gesù!».
«Chiudete il vostro cuore nel fianco squarciato del Salvatore, ed unitelo a questo re dei cuori, che siede come in un trono regale per ricevere l’omaggio e l’obbedienza di tutti gli altri cuori; di quella ferita non è chiuso mai l’accesso, affinché ognuno vi si possa accostare ed avere udienza».
Egli fu il primo a proporre, non oscuramente, al mondo, come oggetto di particolarissimo culto, codesto Cuore adorabile, e si compiaceva d’attirargli l’amore di tutti i cuori. (Torino, 21 novembre 1900)

Don Rua nel 1899 aveva disposto che “ogni salesiano facesse la consacrazione di se stesso” al Sacratissimo Cuore, ed in una sua sua lettera del 21 novembre 1900 (quindi successiva di un solo anno), dispose che si effettuasse la consacrazione di tutta la Congregazione:
«Ora intendo che ciascuno di noi si consacri di nuovo, in modo tutto particolare, a codesto Cuore Sacratissimo; anzi, desidero che ciascun Direttore Gli consacri interamente la Casa cui presiede, ed inviti i giovani a far essi pure questa santa offerta di sé stessi, li istruisca sul grand’atto che sono per compiere, e dia loro comodità affinché vi si possano preparare convenientemente.
Si può dire ai Cristiani riguardo al Cuore di Gesù quanto San Giovanni Battista diceva ai Giudei parlando del divin Salvatore: «Vi è uno in mezzo a voi, che voi non conoscete».
E possiamo pur ripetere a questo riguardo le parole di Gesù alla Samaritana: «Oh se conoscessi il dono di Dio!»
Quale amore e confidenza maggiore verranno a sentire verso Gesù i nostri soci ed i nostri giovani se saranno in questa devozione ben istruiti!
Tutti insieme presentiamoci a Gesù, e gli saremo cari come chi gli offre non solo ogni fiore del suo giardino, ma il giardino stesso; non solo i vari frutti dell’albero, ma l’albero stesso. Poiché se riesce accetta a Dio la consacrazione dei singoli individui, più accetta deve tornargli quella di un’intera comunità, essendo questa come una legione, una falange, un esercito che a Lui si offre».

Tale consacrazione non doveva rimanere “sterile”, perciò don Rua predispose una serie di indicazioni affinché, seppure “l’atto di consacrazione è breve, il frutto deve essere imperituro”.
Per questo propose “che la festa del Sacro Cuore di Gesù sia ovunque solennizzata come una delle feste primarie dell’anno.
In tutte le Case si ricordi il primo venerdì del mese con una speciale funzione, e sia raccomandato ad ogni confratello e giovane di fare in quel giorno la Comunione Riparatrice.
Ogni confratello sia iscritto all’associazione detta Pratica dei nove Uffizi, e cerchi veramente di eseguire l’ufficio che gli tocca. Ogni casa sia associata alla Confraternita della Guardia d’onore, e ne esponga il quadrante; ed ogni confratello e giovane fissi il tempo speciale, in cui intende fare la sua ora di guardia, com’è prescritto dalla Confraternita. Nelle case di noviziato e studentato chi può faccia l’Ora Santa, secondo le norme stabilite per praticare questa devozione”.

Dipende anche da noi, e dal nostro amore ed impegno, che si avverino le parole con cui il beato Michele concludeva la sua lettera: “Il nostro caro Gesù, venga a regnare nella mente e nel cuore di tutti gli uomini del mondo, e possa presto ripetersi in tutta l’estensione del suo significato il Christus vincit, Christus regnat, Christus imperat”.
Alcuni giorni prima di morire Don Rua chiese a don Francesco Cerruti che fosse composta una preghiera al Sacro Cuore per le vocazioni.
Gli fu presentata la seguente preghiera che egli approvò, recitò e chiese che una copia fosse posta sotto il suo cuscino: “O Cuore Sacratissimo di Gesù, affinché tu mandi buoni e degni operai alla Pia Società Salesiana e li mantenga fedeli in essa, Ti preghiamo, ascoltaci!”.

Don Egidio Viganò

Don Egidio Viganò, settimo successore di don Bosco, (che muore Il 23 giugno 1995, festa del Sacro Cuore) ha presentato magistralmente la devozione Eucaristica di don Bosco:
«Il Cristo che domina l’esistenza di Don Bosco è, prevalentemente, il Gesù vivo e presente nell’Eucaristia, il “padrone di casa” (come si soleva dire), il centro di gravitazione verso il quale tutto convergeva, il “Datore di vita”, il “Figlio di Maria” Madre di Dio e della Chiesa. Don Bosco è vissuto di questa presenza e in questa presenza, a portata di mano.
Spesso, quando parlava di Dio, faceva appello alla presenza di Gesù – Eucaristia, vero uomo e vero Dio, sceso dal cielo per salvarci, morto in croce per noi e sempre vivo sull’altare e nei tabernacoli. Nulla di più accessibile ed insieme di più esaltante. Avere Gesù in casa, infatti, voleva dire poter andare ad incontrarlo quando si voleva, partecipare alla sua Pasqua, parlargli cuore a cuore, riceverlo nella comunione, lasciarsi trasformare dal suo Spirito per la missione.
La vita del nostro caro Padre, già dagli anni della fanciullezza, e la storia del primo Oratorio sono un vero inno all’Eucaristia. Di quali sentimenti si sentissero pervasi i suoi migliori giovani lo possono far intuire le seguenti accese affermazioni di Domenico Savio: “Quando passo vicino a Lui (Gesù nell’Eucaristia) non solo mi getterei nel fango per onorarlo, mi getterei in una fornace, perché così sarei fatto partecipe di quel fuoco di carità infinita che Lo spinse a istituire questo gran Sacramento”. […]
Possiamo concludere questo rapido sguardo sulla centralità dell’Eucaristia nello spirito e nell’azione di Don Bosco ricordando che cosa ha significato d’impegno eroico una devozione per lui inseparabile dall’Eucaristia, quella del Sacro Cuore, concretizzata – come suprema sua fatica – nella costruzione del suo Tempio a Roma. Egli stesso aveva affermato che «la devozione al Sacro Cuore di Gesù tutte le racchiude» e che la sorgente di tale devozione si trova appunto nel SS. Sacramento. «Abbiate sempre dinanzi alla vostra mente – disse a Parigi – il pensiero dell’amore di Dio nella Santa Eucaristia».
Le Costituzioni ci assicurano che «Don Bosco ha vissuto e ci ha trasmesso, sotto l’ispirazione di Dio, uno stile originale di vita e di azione: lo spirito salesiano». Questo spirito «trova il suo modello e la sua sorgente nel Cuore stesso di Cristo, apostolo del Padre». Ebbene, noi possiamo aggiungere che per Don Bosco questa realtà di vita e di partecipazione alle ansie redentrici del Cuore di Gesù si concentra concretamente, con intensità interiore, nel grande e ineffabile mistero dell’Eucaristia». (L’Eucaristia nello spirito apostolico di don Bosco – 1987)

Don Pascual Chavez

Don Pascual Chavez, nono successore di don Bosco, ha scritto:
«La devozione al Sacro Cuore di Gesù forse dovrà trasformarsi, purificarsi da ogni espressione sentimentale, arricchirsi biblicamente e teologicamente, ma deve essere conservata e diffusa come manifestazione suprema dell’amore sensibile e umano di Gesù che si è donato al Padre e a noi. Potrebbe diventare una devozione giovanile, capace di attirare i giovani, così attenti all’amore e al simbolo del cuore, e portarli ad “attingere con gioia alle sorgenti della salvezza”, che si trova soltanto nell’amore vero, quello che si fa oblazione di sé e non possesso degli altri. Per noi salesiani questa devozione è stata così familiare da essere assimilata all’icona del Buon Pastore, “che conquista con la mitezza e il dono di sé” (Costituzioni 11), e alla carità pastorale (Costituzioni 14). La riflessione sulla vita di Don Bosco ci permette di verificare fino a che punto il nostro caro Padre e Fondatore si è ispirato in modo cosciente alla carità del Cristo.
Sembra opportuno qui richiamarci allo stemma della Congregazione, che reca l’immagine di San Francesco di Sales e quella di un cuore da cui escono fiamme, e all’art. 4 delle Costituzioni che ricorda appunto lo ‘zelo’ di San Francesco di Sales. La carità apostolica, che è al centro del nostro spirito, corrisponde esattamente a ciò che il nostro Patrono chiamava, secondo il linguaggio del tempo, ‘devozione’.
È valido dire perciò che la devozione al Sacro Cuore è molto salesiana; segno di questo non sono soltanto la dedizione di Don Bosco per portare a termine la costruzione della Basilica del Sacro Cuore a Roma, e il cuore che appare nello stemma, ma anche l’intitolazione al Sacro Cuore di tutte le case di formazione della Congregazione, appunto perchè al centro del nostro spirito si trova la carità pastorale, che “trova il suo modello e la sua sorgente nel Cuore stesso di Cristo” e che è “uno slancio apostolico che ci fa cercare le anime e servire Dio solo” (Costituzioni 10). (Omelia nella Solennità del Sacro Cuore di Gesù 2012)

L’articolo 11 delle Costituzioni salesiane che dice:
“Lo spirito salesiano trova il suo modello e la sua sorgente nel Cuore stesso di Cristo, apostolo del Padre. Nella lettura del Vangelo siamo più sensibili a certi lineamenti della figura del Signore: la gratitudine al Padre per il dono della vocazione divina a tutti gli uomini; la predilezione per i piccoli e i poveri; la sollecitudine nel predicare, guarire, salvare sotto l’urgenza del Regno che viene; l’atteggiamento del Buon Pastore che conquista con la mitezza e il dono di sé; il desiderio di radunare i discepoli nell’unità della comunione fraterna”.
Il Cuore di Gesù non è semplicemente un esempio morale da emulare, ma grazie all’incontro vivo con lui, è dono per cercare di rendere il nostro cuore conforme al suo.

Secolo XX Un nuovo approccio

Prima del Concilio Vaticano Secondo, la spiritualità del movimento liturgico ha dominato in modo sempre più forte il clima spirituale nella Chiesa; questa spiritualità, che si nutriva del modello classico della liturgia romana, ha comportato un deciso allontanamento dal sentimento devozionale del XIX secolo e dal suo simbolismo. Ciò significava anzitutto che la devozione mariana, ma anche le forme moderne di preghiera a carattere cristologico, come la Via Crucis e la devozione al Sacro Cuore di Gesù, passavano in seconda linea o dovevano cercarsi nuove forme.

Pio XII – L’enciclica Haurietis aquas (15/05/1956) venne scritta in un momento in cui la devozione al Sacro Cuore di Gesù secondo le forme del XIX secolo era sì ancora viva, ma era già chiaramente avvertibile una crisi di questa forma di devozione.
L’enciclica sviluppa un’antropologia ed una teologia della corporeità nella quale individua il fondamento filosofico ed anche psicologico del culto del Sacro Cuore: il corpo non è esterno allo spirito, è l’autoaffermazione di esso, la sua “immagine”.
«La ferita del corpo mostra dunque la ferita spirituale… Guardiamo attraverso la ferita visibile alla ferita invisibile dell’amore!» (San Bonaventura).

Paolo VI definisce il culto al Sacro Cuore “la sintesi della nostra redenzione” e desidera ardentemente che rifiorisca ogni giorno di più. «Desideriamo soprattutto che il culto al Sacro Cuore si realizzi nell’Eucaristia, che è il dono più prezioso».
«La pietà popolare, se ben orientata, soprattutto mediante una pedagogia di evangelizzazione, è ricca di valori».

IL CONCILIO VATICANO II

Non si parla esplicitamente del culto al Cuore di Cristo, ma si fa riferimento al Suo Cuore: per esempio, nel meraviglioso contesto dell’Uomo nuovo:

Gaudium et Spes 22: «Solamente nel mistero del Verbo incarnato trova vera luce il mistero dell’uomo. Cristo proprio rivelando il mistero del Padre e del suo amore, svela anche pienamente l’uomo all’uomo e gli fa notare la sua altissima vocazione. Con l’incarnazione il Figlio di Dio si è unito in certo modo ad ogni uomo, ha agito con volontà d’uomo, ha amato con cuore di uomo».

Sacrosanctum Concilium 5 è il secondo testo esplicito: «Quest’opera della redenzione umana … è stata compiuta da Cristo Signore principalmente per mezzo del mistero pasquale…. Infatti dal costato di Cristo dormiente sulla croce è scaturito il mirabile sacramento di tutta la Chiesa».

Lumen Gentium 3: «La Chiesa, ossia il regno di Dio, già presente in mistero, per virtù di Dio, cresce visibilmente nel mondo. Questo inizio e questa crescita sono significati dal sangue e dall’acqua che uscirono dal costato aperto di Gesù Crocifisso».

Questo testo tradizionale è qualitativamente molto importante, perché ci sembra che orienti la riflessione non sul “simbolo”, ma sul “segno” posto storicamente da Dio sul cammino della umanità peccatrice: il sangue e l’acqua che escono dal costato di Cristo, indicato espressamente come l’Agnello Pasquale, Vittima di espiazione, Servitore di Dio. Questo “segno” ci segnala in verità il Salvatore del mondo. Ci sembra che la prudenza del Concilio a non usare troppo spesso la parola “cuore” e a non parlare direttamente della devozione al Cuore di Cristo sia in se stessa una lezione per noi.

La liturgia. La nuova Messa del Sacro Cuore del 1972 – I testi liturgici non insistono più solo sull’amore misconosciuto e sofferente, ma sulla presa di coscienza dell’amore di Dio nella storia, e verso ciascuno di noi personalmente; sul fatto che dobbiamo rispondere all’amore di Dio che ci ama sempre per primo; sulla necessità di amare il prossimo; sull’umiltà e la dolcezza del Cuore di Cristo; sull’immagine del Buon Pastore; sul Cristo presentato come prova d’amore…

Santa Faustina e la Divina Misericordia

Santa Faustina Kowalska, apostola della Divina Misericordia, nasce a Glogowiec in Polonia il 25 agosto 1905 in una povera e devota famiglia di contadini. Battezzata il 27 agosto riceve il nome di Elena.
Fin dall’infanzia sente forte la vocazione religiosa ma i genitori sono contrari e dopo un periodo di lavoro e dopo aver bussato a numerosi conventi viene accolta il 1°agosto 1925 nella Congregazione delle Suore della Beata Vergine della Misericordia a Varsavia.

Il 22 febbraio 1931 le apparve Gesù Misericordioso, vive una intensa esperienza mistica e Gesù affida a questa religiosa semplice, senza istruzione, ma forte ed infinitamente fiduciosa in Dio, una grande missione: il messaggio della Divina Misericordia rivolto al mondo intero.
Gesù le ordina di far dipingere una sua immagine come lo vede nella visione per diffonderne la devozione. Inoltre la incaricò di tre cose:

  • ricordare al mondo la conosciuta ma dimenticata verità dell’amore misericordioso di Dio;
  • elaborare nuove forme di devozione alla Divina Misericordia;
  • dare inizio ad un movimento di rinnovamento della vita dei cristiani secondo lo spirito di fede e misericordia.

«Oggi mando te – le dice Gesù – a tutta l’umanità con la Mia Misericordia. Non voglio punire l’umanità sofferente, ma desidero guarirla e stringerla al Mio Cuore Misericordioso» (Diario 1588).
«Sei la segretaria della Mia Misericordia: ti ho scelto per questo incarico,… per far conoscere alle anime la grande Misericordia che ho per loro esortandole alla fiducia nell’abisso della Mia misericordia..». (Diario 1567)

La missione di Santa Faustina consiste nel ricordare una verità di fede: l’amore misericordioso di Dio per l’uomo.
Il culto della Divina Misericordia consiste nella fiducia nell’infinita bontà di Dio e nelle opere di misericordia verso il prossimo.
Suor Faustina dal 1934, su ordine del suo direttore spirituale, iniziò ad annotare in un diario le rivelazioni, le esperienze mistiche e le preghiere che andava via via ricevendo da Gesù. Da questo diario, costituito da sei quadernetti, verrà poi tratto un libro di circa 600 pagine pubblicato in tutto il mondo col titolo di “Diario di Suor Faustina Kowalska”.

La religiosa trascorse gli ultimi dieci anni della sua vita nella sofferenza, a causa della grave forma di tubercolosi dalla quale era affetta e per il dispiacere per le accuse di simulazione e di isterismo che le venivano mosse.
La malattia la stroncò all’età di trentatré anni. Morì in concetto di santità il 5 ottobre 1938, nel suo convento di Cracovia. Beatificata da Papa Giovanni Paolo II. Lo stesso Giovanni Paolo II, il 30 aprile 2000, eleva la religiosa all’onore degli altari dichiarandola santa.
Le sue reliquie si trovano nel “Santuario della Divina Misericordia” a Cracovia.

San Giovanni Paolo II

La rivelazione privata ispira la riflessione teologica

San Giovanni Paolo II particolarmente legato alle rivelazioni private di Santa Faustina Kowalska, pubblica come seconda Enciclica “Dives in misericordia” (30/11/1980) nella quale al N. 7 afferma «Credere nel Figlio crocifisso… credere in tale amore significa credere nella misericordia. Questa infatti è la dimensione indispensabile dell’amore, è come il suo secondo nome e, al tempo stesso, è il modo specifico della sua rivelazione ed attuazione nei confronti della realtà del male che è nel mondo».

«La Chiesa sembra professare in modo particolare la Misericordia di Dio e venerarla, rivolgendosi al Cuore di Cristo. Infatti proprio l’accostarci a Cristo nel mistero del suo Cuore ci consente di soffermarci su questo punto – in un certo senso centrale e nello stesso tempo più accessibile sul piano umano della rivelazione dell’amore misericordioso del Padre, che ha costituito il contenuto centrale della missione messianica del Figlio dell’uomo» (DIM, 13).

Desidero esprimere la mia approvazione e il mio incoraggiamento a quanti, a qualunque titolo, nella Chiesa continuano a coltivare, approfondire e promuovere il culto al Cuore di Cristo, con linguaggio e forme adatte al nostro tempo, in modo da poterlo trasmettere alle generazioni future nello spirito che sempre lo ha animato.
Si tratta ancora oggi di condurre i fedeli a fissare lo sguardo adorante sul mistero di Cristo, Uomo-Dio, per divenire uomini e donne di vita interiore, persone che sentono e vivono la chiamata alla vita nuova, alla santità, alla riparazione, che è cooperazione apostolica alla salvezza del mondo.
Persone che si preparano alla nuova evangelizzazione, riconoscendo il Cuore di Cristo come cuore della Chiesa: è urgente per il mondo comprendere che il cristianesimo è la religione dell’amore». (A Cracovia In occasione del centenario della consacrazione del Genere umano al Cuore divino di Gesù)

Il 30 aprile 2000 canonizzando Santa Faustina, disse: «È importante allora che raccogliamo per intero il messaggio che ci viene dalla parola di Dio in questa seconda Domenica di Pasqua, che d’ora innanzi in tutta la Chiesa prenderà il nome di “Domenica della Divina Misericordia
E tu, Faustina, dono di Dio al nostro tempo, dono della terra di Polonia a tutta la Chiesa, ottienici di percepire la profondità della Divina Misericordia, aiutaci a farne esperienza viva e a testimoniarla ai fratelli. Noi oggi, fissando lo sguardo con te sul volto di Cristo risorto, facciamo nostra la tua preghiera di fiducioso abbandono e diciamo con ferma speranza: Gesù, confido in Te!».

Il 17 agosto 2002 consacrando il Santuario della Divina Misericordia a Lagiewniki disse: «Quanto bisogno della misericordia di Dio ha il mondo di oggi! … Perciò oggi, in questo Santuario, voglio solennemente affidare il mondo alla Divina Misericordia.
Lo faccio con il desiderio ardente che il messaggio dell’amore misericordioso di Dio, qui proclamato mediante Suor Faustina, giunga a tutti gli abitanti della terra e ne riempia i cuori di speranza. Si compia la salda promessa del Signore Gesù: da qui uscirà “la scintilla che preparerà il mondo alla Mia ultima venuta”.
Dobbiamo accendere questa scintilla della grazia di Dio e trasmettere al mondo questo fuoco della misericordia.
Nella misericordia di Dio il mondo troverà la pace, e l’uomo la felicità! Affido questo compito a voi, carissimi Fratelli e Sorelle. Siate testimoni della Misericordia!».

Oggi, in ascolto della Santissima Trinità Misericordia

Una visione ecclesiale del Cuore di Cristo caratterizzata dalla SS. Trinità Misericordia.
«Si suol dire che la mentalità, il linguaggio e la catechesi dell’Ottocento circa il mistero eucaristico risentono di una visione non organica e piuttosto riduttiva. […] Per noi oggi quelli dell’Ottocento sono certamente «altri tempi». […] Nella Chiesa, dopo il Concilio Vaticano II, c’è un autentico salto di qualità ecclesiologica nella dottrina, fortemente organica, del mistero pasquale (di cui l’Eucaristia è Sacramento) e in tutto il culto liturgico. C’è un nuovo approfondimento dei concetti di Pasqua, di Nuova Alleanza, di Sacerdozio, di Presenza reale, di Corpo di Cristo, di Comunione e Missione, in una parola, di «Sacramento» che rilancia tutto il culto eucaristico in un’ottica di liturgia e di «devozione» fortemente rinnovate. […]
Ma qui sorge una grossa sfida: ad una visione eucaristica più ricca e organica, lanciata dal concilio Vaticano II, dovrebbero corrispondere una prassi spirituale e una pedagogia pastorale assai più intense ed incisive». (Egidio Viganò ACG 324 – 8 dicembre 1987 – L’Eucaristia nello spirito apostolico di Don Bosco)
È possibile rivivere il culto al Sacro Cuore alla luce di quei valori spirituali che, essendo evangelici, sono eterni e ad essi l’anima contemporanea è sensibilissima. Se si guarda al Cuore di Cristo trafitto che rivela l’Amore del «Dio – Famiglia – Trinità – Misericordia» per gli uomini, la grazia inviterà anche il cristiano di oggi a offrire il suo cuore al Signore.

Papa Francesco: la SS. Trinità è Misericordia

L’11 aprile 2015 papa Francesco ha pubblicato la Bolla di indizione di un anno Santo, il Giubileo della Misericordia, intitolata Misericordiae vultus.

Gesù Cristo è il volto della misericordia del Padre. Il mistero della fede cristiana sembra trovare in questa parola la sua sintesi. (Mv 1) Misericordia: è la parola che rivela il mistero della SS. Trinità. Misericordia: è l’atto ultimo e supremo con il quale Dio ci viene incontro. Misericordia: è la via che unisce Dio e l’uomo, perché apre il cuore alla speranza di essere amati per sempre nonostante il limite del nostro peccato. (MV 2)

A conclusione del Giubileo della Misericordia. Papa Francesco ha pubblicato una lettera apostolica intitolata: Misericordia et misera. (20 novembre 2016)

«Misericordia et misera sono le due parole che sant’Agostino utilizza per raccontare l’incontro tra Gesù e l’adultera (cfr Gv 8,1-11). Non poteva trovare espressione più bella e coerente di questa per far comprendere il mistero dell’amore di Dio quando viene incontro al peccatore: «Rimasero soltanto loro due: la misera e la misericordia». Quanta pietà e giustizia divina in questo racconto! Il suo insegnamento viene a illuminare la conclusione del Giubileo Straordinario della Misericordia, mentre indica il cammino che siamo chiamati a percorrere nel futuro. […]

La misericordia è questa azione concreta dell’amore che, perdonando, trasforma e cambia la vita. È così che si manifesta il suo mistero divino. Dio è misericordioso (cfr Es 34,6), la sua misericordia dura in eterno (cfr Sal 136), di generazione in generazione abbraccia ogni persona che confida in Lui e la trasforma, donandole la sua stessa vita. […] Le nostre comunità potranno rimanere vive e dinamiche nell’opera di nuova evangelizzazione nella misura in cui la “conversione pastorale” che siamo chiamati a vivere sarà plasmata quotidianamente dalla forza rinnovatrice della misericordia. […] Questo è il tempo della misericordia. Ogni giorno del nostro cammino è segnato dalla presenza di Dio che guida i nostri passi con la forza della grazia che lo Spirito infonde nel cuore per plasmarlo e renderlo capace di amare. È il tempo della misericordia per tutti e per ognuno, perché nessuno possa pensare di essere estraneo alla vicinanza di Dio e alla potenza della sua tenerezza. È il tempo della misericordia perché quanti sono deboli e indifesi, lontani e soli possano cogliere la presenza di fratelli e sorelle che li sorreggono nelle necessità. È il tempo della misericordia perché i poveri sentano su di sé lo sguardo rispettoso ma attento di quanti, vinta l’indifferenza, scoprono l’essenziale della vita. È il tempo della misericordia perché ogni peccatore non si stanchi di chiedere perdono e sentire la mano del Padre che sempre accoglie e stringe a sé».

Il nome di Dio è misericordia
Papa Francesco si rivolge a ogni uomo e donna del pianeta instaurando un dialogo intimo e personale. Al centro, c’è il tema che più gli sta a cuore – la misericordia – da sempre fulcro della sua testimonianza e ora del suo pontificato. In ogni pagina vibra il desiderio di raggiungere tutte quelle anime – dentro e fuori la Chiesa – che cercano un senso alla vita, una strada di pace e di riconciliazione, una cura alle ferite fisiche e spirituali. In primo luogo quell’umanità inquieta e dolente che chiede di essere accolta e non respinta: i poveri e gli emarginati, i carcerati e le prostitute, ma anche i disorientati e i lontani dalla fede, gli omosessuali e i divorziati. Francesco spiega le ragioni di un Anno Santo straordinario da lui fortemente voluto. Senza disconoscere le questioni etiche e teologiche, ribadisce che la Chiesa non può chiudere la porta a nessuno; piuttosto ha il compito di far breccia nelle coscienze per aprire spiragli di assunzione di responsabilità e di allontanamento dal male compiuto (Andrea Tornielli).

Nell’udienza generale del 18 marzo 2020 papa Francesco ha detto:

«La misericordia non è una dimensione fra le altre, ma è il centro della vita cristiana: non c’è cristianesimo senza misericordia. Se tutto il nostro cristianesimo non ci porta alla misericordia, abbiamo sbagliato strada, perché la misericordia è l’unica vera meta di ogni cammino spirituale. Essa è uno dei frutti più belli della carità. Ricordo che questo tema è stato scelto fin dal primo Angelus che ho dovuto dire come Papa: la misericordia. E questo è rimasto molto impresso in me, come un messaggio che come Papa io avrei dovuto dare sempre, un messaggio che dev’essere di tutti i giorni: la misericordia. Ricordo che quel giorno ho avuto anche l’atteggiamento un po’ “spudorato” di fare pubblicità a un libro sulla misericordia, appena pubblicato dal cardinale Kasper. E quel giorno ho sentito tanto forte che questo è il messaggio che devo dare, come Vescovo di Roma: misericordia, misericordia, per favore, perdono».

Santuario della SS. Trinità Misericordia

Le rivelazioni avvenute a Maccio di Villa Guardia,  nella Diocesi di Como

Negli anni 2000-2015, ma ancora fino al presente, Gesù ha chiesto a un laico, tuttora vivente, che abita a Maccio di Villa Guardia (Como), Gioacchino Genovese, sposato, con figlie e nipoti, professore della Musica, direttore del Scuola di Musica e danza di Villa Guardia, di scrivere ciò che la Santissima Trinità gli faceva vivere nelle illuminazioni intellettuali e di consegnare gli scritti al Vescovo. Questi scritti, sono raccolti in due volumi da 400 pagine ciascuno, per ora solo nelle mani del Vaticano e del Vescovo, sono ricchi di affermazioni teologiche, di visioni, di preghiere, di raccomandazioni e di riflessioni.

Negli scritti, al vaglio della Congregazione della Dottrina della Fede non si riscontrano errori dottrinali o morali. Per questo il Vescovo mons. Oscar Cantoni (2016…) ha già radunato tutti i preti, a gruppi, in 5 luoghi diversi e ha fatto conoscere e raccomandato queste rivelazioni. Il Vescovo, Mons. Diego Coletti, il 28 novembre 2010, ha istituito il Santuario Diocesano della SS. Trinità Misericordia, proprio nella Chiesa Parrocchiale di Maccio, dove sono avvenute le rivelazioni.

Il Messaggio centrale di queste rivelazioni si potrebbe sintetizzare in un’unica affermazione:
Dio, la Santissima Trinità è MISERICORDIA «è Misericordia che si china e ci riattira a sé perché non vuol perderci».

In forma più estesa: «Dio è amore che crea, Dio è carità che si dona, Dio è misericordia che ci attira a sé, si fa vicino per non abbandonarci e riattirarci nel suo Cuore di Padre, per mezzo del Figlio, nell’agire dello Spirito nella vita eterna in lui».

In queste rivelazioni non c’è nessuna aggiunta alla Dottrina cristiana, ma vengono evidenziati alcuni temi fondamentali che riporto utilizzando tra virgolette brani scritti dal veggente.

«Guardando in alto a Colui che è stato trafitto, lasciamoci inondare dall’inesauribile Acqua viva della Misericordia che sgorga dalle viscere della SS. Trinità Misericordia attraverso le piaghe di Cristo crocifisso perché tutti, nella libertà, possiamo accoglierla.
Il perdono, dalla croce, nella croce, per mezzo della croce, trono regale di Cristo, è l’eccesso del dono fatto da Dio, dalla SS. Trinità Misericordia ai suoi figli».

«Maria Santissima, prevista fin dall’eternità. Figlia del Padre, madre del Figlio, sposa dello Spirito Santo. È la porta della Misericordia per la Trinità: attraverso di lei il Verbo si è fatto carne. È la porta della Misericordia per l’umanità: tutta la Chiesa si riconosce nella sua perfetta risposta all’amore trinitario e ne riceve la luce sulla piena realizzazione di ogni creatura. È il suo ruolo nel piano di Dio, come pure il suo ruolo di Madre che intercede per noi.»

«Nella S. Messa il dono immenso di Dio, nel Verbo incarnato Gesù, si ripete ancora per tutti noi.
E dall’Altare Santo che è Cristo stesso, in tutte le chiese della terra, come dal suo Cuore Sacratissimo trafitto, sgorga, come un giorno nel deserto dalla roccia, la Vera Acqua. È misericordia che si china e ci riattira a sé perché non vuol perderci. Questo contempliamo nell’Eucaristia, massimo dono della Misericordia per l’opera della Redenzione, che voi sacerdoti, rendete presente, per le vostre mani, ogni giorno, su tutti gli altari della terra, come avviene sull’Altare del cielo. Ecco perché l’altare va baciato devotamente e onorato.
Cristo è Sacerdote, vittima e altare.

L’altare è la perenne croce dove il Verbo fatto uomo si fa cibo per noi, dove Dio amore continua a farci nuove creature, Dio Carità continua a donarsi, Dio Misericordia Infinita continua a farsi vicino per attirarci a Lui».

È giunta l’ora di adorare la SS. Trinità, nostro Unico Dio, chiamandola Misericordia, Misericordia Infinita.

Avvolti dalla Santissima Trinità Misericordia.
Così dunque, un nuovo arricchimento spirituale attribuisce alla Santissima Trinità un nome unificante che è “Misericordia”.

«Dal dono del Figlio, che si consegna nell’amore del Padre per il bene dell’umanità, scaturisce la fonte nuova della salvezza, la vita stessa della Trinità, che è lo Spirito. Per questo il credente riceve lo Spirito, per essere nuova creatura.
Oggi, in modo tutto particolare, possiamo incontrare il mistero della Santissima Trinità Misericordia proprio nell’Eucaristia, lì dove il Padre continua a donare il Figlio, e il Figlio risponde al Padre donandosi a Lui per mezzo dello Spirito, perché tutti abbiano la vita nuova ed eterna».

Il Cuore di Gesù e il Cuore di Maria sono fatti della medesima carne

Gesù e Maria: un cuor solo e un’anima sola

Abbiamo ripercorso il meraviglioso ricamo con cui la SS. Trinità ha guidato la Chiesa lungo i secoli nell’approfondire l’infinita Misericordia di Dio che si è realizzata pienamente nell’incarnazione del Verbo e simbolicamente nel suo Cuore trafitto, per cui possiamo dire che Gesù, il Cristo, è il Cuore della SS. Trinità. Ma non possiamo finire senza chiedere a don Roberto Carelli di ricordarci il profondo legame spirituale tra il Cuore di Gesù e quello di Maria che pure sono fatti della stessa carne e dello stesso sangue.

Perché molte feste liturgiche, come L’Annunciazione e il Natale del Signore, sono insieme cristologiche e mariane? E perché la liturgia accosta alcuni misteri di Gesù a certi tratti di Maria, come la Festa dell’Esaltazione della Croce e la Memoria dell’Addolorata, o la Festa del Sacro Cuore di Gesù e la Memoria del Cuore Immacolato di Maria? E ancora, perché ci sono celebrazioni in cui è evidente il vicendevole richiamo fra Gesù e Maria come nel caso dell'”Ascensione” di Gesù e l'”Assunzione” di Maria, o fra la Messa dedicata al “Nome” di Gesù e quella dedicata al “Nome” di Maria? E infine: perché don Bosco, nel famoso sogno, immagina la sicurezza della Chiesa solo se ancorata alle “due colonne” di Gesù Eucaristia e di Maria Ausiliatrice? La risposta è semplice: perché Gesù e Maria sono inseparabili, rappresentano, pur nella loro differenza, un unico principio di salvezza, sono “una cosa sola” nell’amore! Insieme, essi realizzano l’ideale della religione, ossia l’effettiva riuscita dell’alleanza di amore e di vita di Dio con l’uomo e dell’uomo con Dio. In loro, Dio è finalmente riuscito a modellare una creatura che gli corrisponde in pienezza, e la creatura giunge persino ad essere feconda di Dio: è quell’unica e duplice verità racchiusa nelle verità di fede dell’Immacolata Concezione e della Maternità divina.

Si tratta di un’unità molto concreta, desiderata, pregata e realizzata da Gesù stesso: è l’esaudimento della preghiera sacerdotale di Gesù “come tu, Padre, sei in me e io in te, siano anch’essi in noi una cosa sola”. Da questo amore divino-umano dipende l’efficacia della testimonianza cristiana: “perché il mondo creda che tu mi hai mandato” (Gv 17,21).
In questa perfetta comunione di cuori si radica e si compie il disegno di Dio sulla Chiesa. Infatti, l’ideale filiale e nuziale dell’amore che si esprime nell’essere “una carne sola” si realizza nell’unione di Cristo Sposo che genera la Chiesa Sposa, ma trova la sua perfezione originaria e la sua garanzia finale proprio nell’unione fra Gesù e Maria: Ella è la Nuova Eva e la Madre del Nuovo Adamo, è “Figlia del suo Figlio”. Non si può immaginare un legame d’amore più profondo, e ad esso ogni creatura è misteriosamente chiamata. Certo, si tratta di una chiamata di cui il credente è consapevole, e nondimeno è misteriosamente presente nelle profondità di ogni cuore: ogni bimbo vuole sposare la mamma, e ogni amante si nutre dell’amato…
L’unione dei due è perfettamente espressa nel linguaggio del “cuore”. Gesù e Maria sono due cuori che battono all’unisono: fra loro non c’è alcuna aritmia, alcuna stonatura, alcun disaccordo. Semplicemente, Gesù è la Grazia di Dio e Maria la Piena di Grazia; Lui il dono divino e Lei la perfetta accoglienza, l’unico Mediatore e la Mediatrice della Grazia.

Nella Bibbia, il termine “cuore” ha un peso specifico. “Leb” è la parola più importante e sintetica per dire “uomo”, più di “nephes” (anima), più di “bashar” (corpo). Il cuore dice infatti interiorità e unità; il cuore è sede dei pensieri e dei sentimenti, dell’ascolto e della sapienza; avere cuore è avere coraggio, è prendere decisioni e reggere nelle prove. Soprattutto, il cuore è il luogo delle ferite, quelle dell’amore e quelle della morte.
In questo senso, parlare di Gesù e di Maria in termini di cuore significa dare risalto – come tutta la storia della devozione al Sacro Cuore attesta – alla dimensione affettiva e alla dimensione redentiva di quel legame che si “consuma” ai piedi della Croce.
Nel “colpo di lancia” che trafigge il Cuore di Gesù e nelle “sette spade” che trafiggono il Cuore di Maria a motivo del Figlio si esprime tutto l’amore e il dolore che Dio (in Gesù) e l’umanità (in Maria) hanno espresso per noi uomini e per la nostra salvezza, per riparare il Cuore offeso di Dio e riparare il cuore malato dell’uomo.


Questo è il nostro Dio:

Dio è Amore che crea,
Dio è Carità che si dona,
Dio è MISERICORDIA che ci attira a sé.
Non vuol perderci.
Si fa vicino per non abbandonarci
e ri-attirarci nel suo Cuore di Padre,
per mezzo del Figlio, nell’agire dello Spirito
nella vita eterna in Lui.

Mio Signore e Mio Dio
Per il dono della tua Incarnazione,
Passione, Morte e Risurrezione,
contemplo adoro e prego.
Santissima Trinità,
Misericordia infinita,
io confido e spero in Te.

Le immagini nel testo sono particolari estratti da opere dei seguenti autori: Sacro Cuore di Fratel Venzo, Crocifissione di Marko Rupnik, Giotto [Ultima Cena – Cappella degli Scrovegni (Padova) – immagine di pubblico dominio], Caravaggio [ Incredulità di S. Tommaso – Postdam – immagine di pubblico dominio], affresco di Luc Barbier [Cappella Monastero della Visitazione di Paray-le Monial], anonimo [Santa Margherita Maria Alacoque – immagine di pubblico dominio], statua lignea di Antonio Mussner nel Santuario del Sacro Cuore di Bologna, Noël Hallé [San Francesco di Sales consegna la Regola a S. Francesca de Chantal, XIX sec., Chiesa della Visitazione, Parigi – immagine di pubblico dominio], David Pastor Corbì [Don Bosco alla finestra di Valdocco], Yousuf Karsh [Giovanni Paolo II cartolina fotografica di pubblico dominio], foto di Papa Francesco da Quirinale.it, XIII stazione della Via Crucis di Fratel Venzo.

Torna in alto