Il sogno di partire in missione sembra svanire per motivi familiari e per ostacoli pratici insormontabili. Ma un incontro inatteso e la coincidenza provvidenziale di un trasferimento aprono una via nuova. Così nasce un viaggio in Rwanda e da lì un amore e una vita intera che porta ancora oggi il segno di una guida dall’alto.
Diventare infermiera era stato, fin dall’inizio, il modo per prepararmi a un sogno preciso: partire per l’America Latina e mettere le mie competenze al servizio di chi aveva più bisogno. Era un progetto che coltivavo da tempo, con entusiasmo e ostinazione. Quando però sembrava arrivato il momento di realizzarlo, la morte prematura di mio padre e la salute fragile di mia madre resero impossibile anche solo pensare a un’assenza di tre mesi, il minimo richiesto per quel tipo di esperienza. Non potevo lasciare sola la mia famiglia in un momento così delicato.
In quel periodo tornò a farsi presente una suora del nostro oratorio, la stessa che, qualche tempo prima, mi aveva telefonato intuendo che mi stavo un po’ perdendo tra discoteche, feste e una vita senza impegni veri. Era stata lei a propormi di rientrare in oratorio per aiutarla a rianimare un ambiente che si era spento, e io avevo accettato perché sentivo il bisogno di qualcosa di più solido. Conosceva bene, quindi, il mio desiderio di partire e la mia ricerca di una direzione.
Un giorno, parlando con lei proprio di quel sogno che sembrava irraggiungibile, mi accennò a un’altra possibilità. Nell’Ispettoria salesiana c’era un “pretino”, don Ferdinando, che organizzava viaggi missionari in Africa per i giovani, con soggiorni di un solo mese. Lui insegnava a Treviglio, ma di lì a poco avrebbe predicato un ritiro a Parma: un’occasione perfetta per incontrarlo senza dover andare fino in Lombardia.
Così, insieme a una mia amica che condivideva lo stesso desiderio, andammo a Parma. Era primavera, e ricordo l’emozione con cui gli chiedemmo se fosse possibile partire già ad agosto. La risposta ci gelò: per partecipare ai suoi viaggi serviva una preparazione di nove mesi a Treviglio, con incontri due o tre volte al mese. Per noi, che lavoravamo a Bologna, era impossibile. Tornammo a casa scoraggiate, convinte che anche quella strada fosse chiusa.
Era maggio del 1978. Sembrava tutto finito, e invece la vita aveva in serbo una sorpresa. A settembre, quel “pretino” fu nominato parroco della parrocchia Don Bosco… proprio la mia parrocchia! La distanza che prima ci impediva di partecipare alla preparazione svanì all’improvviso. E così, nell’agosto del 1979, partimmo in gruppo da Bologna, destinazione Musha, in Rwanda. Quella partenza, che un anno prima sembrava impossibile, divenne realtà.
In Rwanda, immersa in un mondo nuovo e in un’umanità intensa fatta di volti, colori, fatiche e sorrisi, incontrai Attilio, che sarebbe diventato mio marito. Da lì iniziò un’altra avventura: cinque anni trascorsi insieme in Kenya, la nostra vita familiare, le nostre tre figlie e oggi anche i nipoti. Tutto è nato da quella “coincidenza” del trasferimento di quel sacerdote, dietro cui non posso non vedere la mano di Nostro Signore.
Lorenza
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