Pier Giorgio Frassati: uomo, gioioso, tutto dei poveri

Intervista a più voci ad un giovane tutto di Dio

Oggi la Chiesa ricorda San Pier Giorgio Frassati, e noi per ricordarlo ripubblichiamo l’articolo su di lui uscito a giugno 2025 sulla rivista “Sacro Cuore – Vivere”.

San Giovanni Paolo II

«Il ragazzo delle otto Beatitudini. Pier Giorgio proclama, con il suo esempio, che è “beata” la vita condotta nello Spirito di Cristo, Spirito delle Beatitudini, e che soltanto colui che diventa “uomo delle Beatitudini” riesce a comunicare ai fratelli l’amore e la pace.
Moderno testimone della speranza, che scaturisce dal Vangelo, e dalla grazia di salvezza operante nel cuore dell’uomo. È diventato, così, il testimone vivo e il difensore coraggioso di questa speranza a nome dei giovani cristiani del secolo ventesimo.
Non presenta granché di straordinario. Ma proprio questa è l’originalità della sua virtù, che invita a riflettere e che spinge all’imitazione. In lui la fede e gli avvenimenti quotidiani si fondono armonicamente, tanto che l’adesione al Vangelo si traduce in attenzione amorosa ai poveri e ai bisognosi, in un crescendo continuo sino agli ultimi giorni della malattia che lo porterà alla morte. La sua vocazione di laico cristiano si realizzava nei suoi molteplici impegni associativi e politici, in una società in fermento, indifferente e talora ostile alla Chiesa».

Filippo Turati, deputato socialista

«Era veramente un uomo, quel Pier Giorgio Frassati che la morte a 24 anni ghermì. Ciò che si legge di lui è così nuovo, insolito, che riempie di riverente stupore anche chi non condivide la sua fede. Convintamente cattolico disfidava i facili scherni degli scettici, dei volgari, dei mediocri, partecipando alle cerimonie religiose, facendo corteo al baldacchino dell’Arcivescovo in circostanze solenni. Quel giovane cattolico era anzitutto un credente. Tra l’odio, la superbia e lo spirito di dominio e di preda, questo “cristiano” che crede, e opera come crede, e parla come sente, e fa come parla, questo “intransigente” della sua religione, è pure un modello che può insegnare qualcosa a tutti».

Vittorio Chauvelot, avvocato antifascista

Tratteggia Pier Giorgio nella sua lotta, in questo modo: “Egli era un «uomo». Un uomo antico che portava la pesante corazza della fede che non contava i nemici. Un uomo che non aveva subito le contaminazioni dei tempi. Un uomo ingenuo, nel significato etimologico della parola, che è canto di libertà. Un uomo fermo, tutto di un pezzo, di quelli che la società stima sgradevoli e forse male educati, perché non hanno mai scambiato il calice dell’Ostia Consacrata con la coppa del piacere. Un uomo di quelli non destinati a fare carriera se per condurla a compimento occorre flettersi, adeguarsi, essere prudenti, tempisti, diplomatici. La sua diplomazia aveva questa sola credenziale: la verità, quindi era urtante. Quest’uomo, Pier Giorgio, non aveva collocato nessuna via di comunicazione, neanche sotterranea, neanche intima, fra la luce e le tenebre. Ma anche questo lo aveva imparato dal Vangelo”.

Dott.ssa Rina Reynsud, scrittrice cattolica

«Nel febbraio del 1924 in via Consolata m’imbattei in Pier Giorgio, che camminava rapidamente con un grosso involto sotto il braccio. Ci fermammo, e sorridendo gli domandai dove si dirigesse con tanta fretta e così carico; alla mia domanda, veramente un po’indiscreta, ma fatta senza curiosità, spontaneamente e cordialmente Pier Giorgio mi fissò un attimo quasi indeciso, poi con quella sua cordialità affettuosa e buona mi disse: “Vuole venire con me? Vado al Cottolengo. Mi hanno dato un pacco da portare ed alcune cose da distribuire; lei mi aiuterà”. Ed entrai con lui la prima volta in quel luogo, dove la più tremenda e sconsolante miseria umana ha trovato rifugio ed assistenza. Vedendo come Pier Giorgio era accolto da quei derelitti e quanto conforto trovavano nella sua visita, compresi da chi venissero il pacco e gli oggetti da distribuire e compresi pure che non la prima volta, ma abitualmente, i risparmi di Pier Giorgio davano agli infelici, conforto e aiuto materiale, mentre la sua presenza era per loro un vero raggio di luce».

Ing. Isidoro Bonini

Pier Giorgio gli scrive il 10-4-1925: “Nella vita terrena dopo l’affetto, dei, genitori, e sorelle uno degli affetti più belli è quello dell’amicizia; ed io ogni giorno dovrei ringraziare Dio perché mi ha dato amici così buoni ed amiche che formano; per me una guida preziosa per tutta la mia vita. Ogni volta che io frequento Clementina ne sono edificato dalla sua grande bontà e penso al Bene immenso che ha certamente fatto e farà un’Anima così bella. Certo la Provvidenza Divina nei Suoi Mirabili Piani si serve talvolta di noi miseri fuscelli per operare il Bene e noi talvolta non vogliamo conoscere anzi osiamo negare la Sua Esistenza, ma noi, che Grazie a Dio, abbiamo la Fede, quando ci troviamo davanti ad anime così belle, nutrite certamente di Fede, non possiamo che riscontrare in esse un segno evidente della Esistenza di Dio, perché una simile Bontà non si potrebbe avere senza la Grazia di Dio. E che dire poi di Laura e di Tina, anime anch’esse così generose dinnanzi alle quali tante volte penso all’ingratitudine che io ho usato verso Dio, avendo così poco corrisposto alle grandi Grazie che il Signore nella Sua Grande Misericordia mi ha sempre dato non guardando ai miei peccati. L’esempio di tutte e tre credi è stato per me validissimo specie in certi momenti della vita in cui la carne prevale sullo spirito”.

Cristina Siccardi, giornalista, pubblicista

«Cresciuto in una famiglia alto borghese e poco unita, attenta più all’apparenza che all’essere, all’avere più che ai sentimenti, Pier Giorgio Frassati (6 aprile 1901 – Torino, – 4 luglio 1925), che portò la tempesta nella sua casa (la santità è sempre “rivoluzionaria”), rappresenta il figlio dei nostri giorni: cresciuto nel benessere e nella superficiale attenzione ai valori della vita e ai principi evangelici. Invece di adeguarsi a quello stereotipo di esistenza sterile, lui si oppone e pur continuando, a differenza di un san Francesco d’Assisi, a vivere fra le pesanti mura domestiche, segue ugualmente un cammino di perfetta carità.
Ogni suo atto era svolto con la volontà del missionario, dell’evangelizzatore che grida con gioia al mondo il prodigio della salvezza e molti specchiandosi nel suo sorriso e nei suoi occhi scrutavano la propria anima, non a caso alcuni suoi cari amici scelsero la strada del sacerdozio. L’entrata all’Istituto Sociale dei padri Gesuiti è un momento decisivo. Padre Lombardi gli consiglia la comunione quotidiana, con la grande disapprovazione materna, e d’ora in poi l’Eucaristia sarà il centro della sua vita.
In casa Pier Giorgio non viene compreso: non si capisce perché preferisca recitare il rosario quotidianamente in una casa dove non si prega, perché non ambisca ad occupare un posto di rilievo nella società come invece suo padre ha sempre fatto raggiungendo il successo. È il giovane che invece di studiare, come i suoi genitori vorrebbero per raggiungere presto la laurea in ingegneria, «bighellona» con gli amici della San Vincenzo, della Fuci (Federazione universitaria cattolica italiana), del Partito Popolare di don Luigi Sturzo, nel convento dei padri domenicani, nelle sacrestie delle chiese per servire messa, «perdendo» continuamente tempo prezioso e invece di pensare ai doveri di un rampollo del suo rango si occupa di preghiere, di celebrazioni eucaristiche, di letture spirituali.
Scrive suo padre nel febbraio del 1922: «Agendo sempre senza riflessione nelle cose che per te dovrebbero essere importantissime diventerai un uomo inutile agli altri e a te stesso».
Destinato a ben altri orizzonti rispetto a quelli della scalata sociale, Pier Giorgio, «l’uomo inutile», ritagliava spazi di eternità. E ancora nel 1922 il beato legge duri biasimi paterni: «Bisogna che ti persuada, caro Giorgio, che la vita bisogna prenderla sul serio, e che così come tu fai, non va né per te, né per i tuoi, i quali ti vogliono bene e sono molto amareggiati».

Sollecitava spesso i suoi compagni: «La San Vincenzo è un’istituzione semplice adatta agli studenti perché non implica impegni, unico e solo quello di trovarsi un giorno della settimana in una determinata sede e poi visitare due o tre famiglie ogni settimana. Vedrete, vi richiederà poco tempo, eppure quanto bene possiamo fare a noi stessi… L’assistere quotidianamente alla fede con cui le famiglie spesso sopportano i più atroci dolori, il sacrificio perenne che essi fanno e che tutto questo fanno per l’Amore di Dio ci fa tante volte rivolgere questa domanda: “Io che ho avuto da Dio tante cose sono sempre rimasto così neghittoso, così cattivo, mentre loro, che non sono stati privilegiati come me, sono infinitamente migliori di me…”».

La sua proverbiale allegria lo abbandona nell’ultima parte della sua esistenza, quando appare quasi presago della fine prematura; anche il suo aspetto fisico muta e i lineamenti perdono i tratti adolescenziali. Viene meno dunque quel suo spirito perennemente sereno a motivo di una serie di condizionamenti che sembrano soffocarlo: l’amore per Laura Hidalgo, la volontà paterna di integrarlo nell’amministrazione de La Stampa, il timore dolorosissimo di una possibile separazione fra gli amati genitori, la cui convivenza è sempre più difficile. Un giorno, ad un amico che gli aveva domandato che cosa avrebbe voluto fare dopo gli studi, lui rispose: «Non lo so: sacerdote no, perché è una missione troppo grande e non ne sono degno; il matrimonio no. L’unica soluzione sarebbe quella che il Signore mi prendesse con sé».
Quattro giorni dopo la morte del figlio, papà Alfredo scrive a sua madre, Giuseppina, una lettera colma di strazio, un tormento che perdurerà ancora 36 anni, fino alla morte: «Giorgio era un santo, oggi lo riconoscono tutti… L’impressione per la sua morte qui a Torino è stata pari alla sua bontà. Mai si è visto una folla unanime cantare le lodi di un morto. Ma il povero Pier Giorgio non c’è più e la mia vita è finita. Avevo troppo nel mondo: fino a 57 anni ho avuto tutto. Ora sono il più povero dei poveri. Mendico nel mondo, nessuno può darmi anche la minima parte di quello che mi fu tolto». La sua morte aprì dunque gli occhi al padre e alla madre, la quale si occupò di raccogliere le prime testimonianze sul figlio e collaborò con il salesiano don Antonio Cojazzi, che era stato insegnante di Pier Giorgio, per la stesura della prima biografia sul beato, pubblicata nel 1928».

Silvano Oni, scrittore

«Ma i motivi di tensione e di sofferenza in famiglia per Pier Giorgio investono anche altre sue scelte più profonde: si innamora di una ragazza, Laura Hidalgo, laureata in matematica, ma vi deve rinunciare perché non accettata dalla famiglia Frassati, in quanto non socialmente all’altezza del nome di Pier Giorgio. Anche dal punto di vista “professionale” deve rinunciare al sogno per cui ha scelto la facoltà di ingegneria mineraria: quello di spendere la sua vita tra i minatori per “abbracciare una professione che garantisse una continua vicinanza ai più umili e sacrificati tra i lavoratori”. Il padre gli fa capire che lo vorrebbe al suo fianco nella direzione de “La Stampa”. E Pier Giorgio accetta!

Pier Giorgio è stato, per certi versi, un giovane “come tutti gli altri”, e come tutti i giovani amava la vita; anzi era, come lo definisce un suo amico, “una valanga di vita”, di una vitalità prorompente, tanto che era soprannominato “Fracassati”, proprio per la sua risata fragorosa che scoppiava all’improvviso nei corridoi del Politecnico, annunciandone l’arrivo, con il suo seguito di goliardia sfrenata.
Ma il suo impegno politico era strettamente legato a quello religioso. Si presenta con forza come laico credente, che non ha paura di professarsi cristiano, ha la fierezza, direi, di essere credente in Cristo.
Scriveva negli Appunti: “Base fondamentale della nostra religione è la Carità, senza di cui tutta la nostra religione crollerebbe, perché noi non saremo veramente cattolici finché non conformeremo tutta la nostra vita ai due comandamenti in cui sta l’essenza della fede cattolica: nell’amare Iddio con tutte le nostre forze e nell’amare il prossimo come noi stessi”. Una volta gli domandai come si facesse ad entrare lietamente in certe case, dove la prima accoglienza era un tanfo nauseante. `Come fai tu a vincere la repulsione?’. `Non dimenticare mai – mi rispose – che se anche la casa è sordida tu ti avvicini a Cristo’. E qui viene alla luce il senso profondo, che sta alla base del suo amore ai poveri, che non è semplice filantropia: “Gesù mi fa visita con la Comunione ogni mattina e io gliela restituisco nel modo misero che posso, visitando i suoi poveri“!»

Don Antonio Cojazzi

Nel suo libro “Pier Giorgio Frassati” (1928) lo propose come il nuovo santo laico: ancorato alla tradizione da una parte, ma adeguato ai nuovi tempi dall’altra. Il successo del libro, in ambito cattolico, fu clamoroso per l’epoca. In Italia: in soli nove mesi vennero esaurite le prime tre edizioni (30 mila copie). Nell’agosto del 1939 il libro aveva raggiunto le undici edizioni per un totale di 70 mila copie. Fu tradotta in 17 lingue: la prima in polacco (1930), l’ultima in giapponese (1939). Don Cojazzi mise in evidenza l’importanza particolare di due aspetti nella vita di Pier Giorgio che rispondevano a precise esigenze della cultura cattolica in generale, e della Chiesa italiana in particolare: il nascere della santità all’interno del mondo della classe dirigente (che tradizionalmente era indifferente sul piano religioso) e lo sviluppo che tale santità aveva avuto grazie all’associazionismo cattolico (in un momento storico quanto mai “delicato” in Italia per il contrapporsi del fascismo).
(tratto da: Silvano Oni, Pier Giorgio Frassati, il giovane ricco votato all’amore del povero. Santi giovani e giovinezza dei santi /2).

Maria Cristina Giuntella, ricercatrice di storia

«Sulla sua formazione religiosa incisero i gesuiti e prima ancora il teologo C. Borla e il salesiano A. Cojazzi, figura di spicco del cattolicesimo torinese; fu probabilmente il contatto con l’ambiente salesiano a caratterizzare il suo cristianesimo gioioso e poco conformista. Un cristianesimo calato nella città, nelle contraddizioni e nei conflitti della modernità, della libertà e della giustizia.
Quando, dopo la crisi del 1931 tra Azione cattolica e regime, apparvero i primi segni del fallimento di un progetto di restaurazione di uno Stato cattolico sotto protezione fascista, negli stessi ambienti dei giovani universitari, che non avevano capito le posizioni politiche del Frassati, cominciò a maturare un processo di allontanamento dal fascismo in nome di valori religiosi e si iniziarono a comprendere i rischi e gli equivoci del compromesso fra Chiesa e fascismo; la vita del Frassati assunse allora il valore di testimonianza di un modo nuovo di essere laico cattolico, moderno, gioioso, sportivo e studente nell’università».
(da Dizionario Biografico degli Italiani Volume 50 – 1998)

Lorenzo Zardi, Vicepresidente nazionale dell’Azione cattolica italiana per il Settore giovani

«Possiamo riconoscere che la santità è effettivamente una questione di serietà. Ma attenzione, c’è una gran differenza tra serietà e seriosità. Ed è la vita di Pier Giorgio, lui che per tutta la vita è stato un serio ragazzo sorridente, a darcene la prova evidente, perché continua universalmente a essere un esempio straordinario di come la fede debba essere vissuta: con passione, gioia e impegno sociale. Una frase della scrittrice statunitense Susan Sontag mi ha sempre fatto molto riflettere: “Essere seri – sosteneva Sontag – significa esserci, sentire il peso delle cose”. E meditando sulla vita di Pier Giorgio Frassati, possiamo riconoscere la veridicità delle parole della Sontag: la santità è effettivamente una questione di serietà.

La canonizzazione

Inizialmente prevista per il 3 agosto 2025 al termine del Giubileo dei Giovani, e poi avvenuta il 7 settembre 2025 ad opera di Papa Leone XIV, è stata l’occasione per riflettere sulla sua vita e sulla santità come ideale accessibile a tutti.
La santità di Pier Giorgio, infatti, non si manifestò attraverso gesti straordinari o fenomeni mistici, ma nella semplicità della vita quotidiana: trovando Dio nel volto dei fratelli e delle sorelle si faceva, a sua volta, occasione di incontro con il Signore, provando a servire con la Parola nel cuore e il sorriso sulle labbra.
La santità, infatti, lungi dall’essere una serie di cose da fare, è un invito a riconoscere che abbiamo bisogno di un’intimità con Dio e di condividere con gli altri la fame e la sete d’Amore che alberga nei vostri cuori.
Condividere il bisogno di Dio aiuta a cogliere l’Amore di Dio già in azione nella storia come nella nostra storia: rimanere attaccati alla Speranza libera l’Amore perché fa scoprire la serietà, ha a che fare con il maturare la consapevolezza che l’azione creativa è nelle mani di Dio. È l’intimità con l’amore di Dio che ha sempre spinto Pier Giorgio a impegnarsi per diventare collaboratore docile della Sua volontà, cassa di risonanza del Suo Amore.
Uno degli aspetti più affascinanti della santità di Pier Giorgio è la gioia che lo caratterizzava. Nonostante le difficoltà personali e familiari, egli affrontava la vita con un entusiasmo contagioso. Amava lo sport, in particolare l’alpinismo, che considerava un’esperienza spirituale: le montagne erano per lui un luogo di incontro con Dio. La sua gioia non era superficiale, ma radicata nella fede, e rappresenta un antidoto alla cultura del nichilismo e della disperazione che spesso caratterizza il mondo contemporaneo.
Ormai nel cuore di un Giubileo ordinario in cui siamo invitati a riscoprirci “pellegrini di speranza”, allora, sarà profetico poterci affidare a un giovane che ha vissuto il suo pellegrinaggio nella vita quotidiana con lo sguardo rivolto all’eternità e le mani impastate nel servizio.
Perché Pier Giorgio è stato, in tutta la sua vita, un giovane normale che ha saputo mostrare come la santità sia accessibile a chiunque scelga di lasciarsi illuminare dalla Parola di Dio.
In un mondo segnato da crisi e incertezze, la breve ma intensa vita di Pier Giorgio Frassati ci aiuta a ricordare che la santità è un cammino che si percorre giorno per giorno e che i suoi frutti, seminati con seria abnegazione, dimostrano che i sorrisi illuminati dalla speranza fanno più rumore delle bombe perché i suoi echi sono per l’eternità».

Don Ferdinando Colombo, salesiano

Immagine di copertina: immagine generata a partire dalla fotografia di Luciana Frassati (1902-2007) – Une vie en image, pubblico dominio, Link.

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