Il sorriso di un pastore che ha restaurato muri e cuori

Don Guido Zanoni (1929-2024)

Continuiamo il percorso che ci permette di conoscere le principali figure che hanno segnato la storia di questa parrocchia. Il fare memoria è anche segno di riconoscenza nei confronti di quanti hanno lavorato “nella vigna del Signore”, in quel “filare” che è la Parrocchia del Sacro Cuore di Bologna.

Il 9 ottobre 2024, la Chiesa del Sacro Cuore di Gesù a Bologna non era solo un edificio di mattoni e arte, ma un grembo colmo di gratitudine. In quella navata che lui aveva tanto amato e curato, si è celebrato l’ultimo atto terreno di un uomo che per 94 anni ha camminato con passo leggero e cuore ardente. Don Guido Zanoni è tornato alla “Casa del Padre” lasciando dietro di sé una scia di serenità, tipica di chi ha saputo fondere la profondità della psicologia con la verticalità del Vangelo. La sua eredità, lunga 75 anni di vita salesiana e 66 di sacerdozio, è un mosaico prezioso di ascolto, bellezza e dedizione eucaristica.

LA RADICE VENETA E LA PROMESSA A DON BOSCO

La storia di don Guido inizia a San Bonifacio, in provincia di Verona, il 16 ottobre 1929. Cresciuto in una famiglia che conobbe presto il dolore della perdita — il papà morì prematuramente — Guido trovò nella fede e nel carisma salesiano una nuova bussola. A soli 13 anni entrò nell’Istituto Missionario Salesiano di Bagnolo Piemonte, dando inizio a un legame indissolubi-

le con la famiglia di Don Bosco. Nelle sue domande per l’ammissione al noviziato e poi per la professione perpetua, ricorreva un’espressione che sarebbe diventata il suo sigillo esistenziale:

«La mia via è questa, vivere con don Bosco». Non era un’infatuazione giovanile, ma una “ferma volontà” e un “ardente desiderio” di servire il Signore attraverso quel metodo pedagogico fatto di amorevolezza e presenza. I suoi superiori, già durante la formazione, ne intuirono la tempra: un giovane buono, sereno, esemplare nella preghiera e dotato di un “carattere docile” ma con “ottime attitudini” per l’educazione.

LO PSICOLOGO AL SERVIZIO DEGLI “ULTIMI” E DELLE FAMIGLIE

Prima di essere il parroco che molti bolognesi hanno conosciuto, don Guido è stato un pioniere nel campo della psicologia religiosa, laureandosi in questa disciplina nel 1964. La sua non era una competenza accademica fine a se stessa, ma uno strumento per scendere nelle pieghe dell’animo umano. Il suo primo incarico lo portò ad Arese, in una sfida complessa: trasformare un riformatorio minorile dello Stato in un centro di accoglienza e recupero per ragazzi segnati dalla legge. Per tredici anni, don Guido fu lo psicologo di quei giovani “difficili”, imparando l’arte della pazienza e della speranza ostinata.

Nel 1977, la sua missione si spostò a Bologna, dove assunse la direzione del COSPES (Centro di Orientamento e Consulenza Psicopedagogica). Per diciannove anni, fino al 1996, don Guido divenne un punto di riferimento per migliaia di famiglie. In un’epoca di grandi cambiamenti sociali, aiutò genitori e figli adolescenti a districarsi nel labirinto delle scelte del futuro. Chi lo incontrava in quegli anni ricorda la sua capacità di mettere chiunque a proprio agio: ascoltava con una bontà che non era mai ingenuità, ma profonda comprensione del mistero umano.

IL DECENNIO AL SACRO CUORE: UNA CASA PER DIO E PER L’UOMO

Il 1° giugno 1996 segnò l’inizio di una nuova, intensa stagione: la nomina a Parroco del Sacro Cuore. Don Guido arrivò con la maturità dell’esperto d’anime e l’entusiasmo del pastore. Il suo programma fu chiaro sin da subito: curare la comunità attraverso due direttrici parallele, che lui chiamava il restauro dei “muri” e quello dei “cuori”.

Il restauro materiale del Santuario non era per lui una questione di estetica, ma di dignità: rendere la “Casa del Signore” un luogo accoglienza per ogni fedele. Sotto la sua guida, la chiesa cambiò volto. Si partì dall’illuminazione e dal consolidamento del tetto, provato dal traffico cittadino, per arrivare alla facciata e alla nuova scala di accesso. Ma l’impresa che restò nell’immaginario collettivo fu il restauro del cupolino del Santuario: per raggiungerlo fu necessario innalzare un ponteggio vertiginoso di 66 metri. Quel punto di luce, visibile da tutta Bologna, divenne per don Guido il simbolo di una Chiesa che vuole essere riferimento luminoso per la città.

La sua attenzione al bello lo portò a valorizzare tesori dimenticati: fece restaurare le stazioni della Via Crucis del maestro Antonio Mussner e l’artistica cancellata in ferro battuto della tomba del cardinal Svampa nella cripta. Anche la musica ebbe la sua parte, con il restauro del grande organo Tamburini e il raddoppio della consolle, per rendere la liturgia ancora più solenne e partecipata.

IL “RESTAURO DEI CUORI” E L’EREDITÀ EUCARISTICA

Tuttavia, don Guido sapeva che le pietre vive sono le persone. In occasione della Decennale eucaristica del 1997, scelse un motto che era una consegna di vita: «Mi sono donato per te». Per lui, il rapporto con i fratelli non doveva mai essere un’alternativa al rapporto con Dio, ma il suo naturale prolungamento.

Nel Grande Giubileo del 2000, don Guido lanciò una sfida coraggiosa: le “missioni al popolo”. Coinvolse una cinquantina di laici preparati che, insieme a religiosi e missionarie, contattarono tutte le famiglie della parrocchia. Da quell’esperienza nacquero i “centri d’ascolto” per la meditazione della Parola nelle case, un modo per portare il Vangelo fuori dalle mura del tempio. Parallelamente, potenziò la missione caritativa: la Caritas parrocchiale crebbe nella consapevolezza che la carità non è un’elemosina frettolosa, ma un “farsi carico” concreto delle necessità del fratello, a partire dai pasti giornalieri per i più bisognosi.

GLI ULTIMI ANNI: IL MAGISTERO DEL SORRISO

Anche quando, nel 2006, lasciò l’incarico di parroco, don Guido rimase un pilastro della comunità salesiana bolognese. Gli ultimi quindici anni della sua vita sono stati una lezione silenziosa di serenità. Nonostante l’età avanzata, non ha mai smesso di essere “uno sprone” per i confratelli, non con i rimproveri, ma con l’esempio.

Chi ha vissuto con lui lo descrive come un uomo “contento di vivere, di essere salesiano, di essere sacerdote”. Questa sua gioia profonda, unita a un ministero instancabile nel confessionale, gli attirava innumerevoli amicizie semplici.

Al centro di tutto c’era l’Eucaristia: don Guido viveva della “carne del Signore” e la dispensava con una devozione che traspariva da ogni suo gesto.

Nelle sue risposte, non cercava mai di essere “accomodante” per evitare contrasti; la sua formazione psicologica e la sua fede lo portavano a proporre mete alte, anche difficili, ma suggerendo sempre con dolcezza il percorso e gli strumenti per raggiungerle.

CONCLUSIONE: UN’ALBA SERENA

Don Guido Zanoni ci ha lasciati all’età di 94 anni, dopo aver nutrito per decenni generazioni di fedeli con il pane della Parola e dell’Eucaristia. Durante il suo funerale, è stata ricordata la promessa di Gesù nel Vangelo di Giovanni: «Se uno mangia di questo pane vivrà in eterno». Per don Guido, quella promessa è diventata ora realtà. Ci resta il ricordo di un uomo che ha saputo “stare con don Bosco” fino alla fine, con un tratto fine e attento, capace di scorgere i segni della grazia anche nelle pieghe più faticose della vita quotidiana. Bologna e il Santuario del Sacro Cuore perdono un pastore, ma guadagnano un testimone che, dal “riposo eterno”, continua a ricordare a tutti che l’origine di ogni nostro rapporto è, e resterà sempre, l’amore di Dio.

don Piergiorgio Placci, salesiano

Immagine di copertina: foto di gruppo con don Guido Zanoni.

Torna in alto