Intervista a don Ferdinando Colombo, che ha accompagnato centinaia di giovani a dissetarsi alla Parola di Vita che fluiva dal cuore di suor Maria Pia, nella Casa di Preghiera di San Biagio, a Subiaco.
Don Ferdinando, Suor Maria Pia Giudici è stata una figura poliedrica: laureata in Lettere alla Cattolica, esperta di comunicazione, ma soprattutto una donna di Dio. Come riusciva a tenere insieme queste diverse anime?
Maria Pia era una persona straordinariamente “unificata”. Non c’era in lei una Maria Pia “tecnica” o “intellettuale” che si alternava a una Maria Pia “spirituale”. Tutto in lei convergeva verso l’unico nucleo della sua vita: la volontà del Signore e il servizio all’evangelizzazione. Era nata a Viggiù nel 1922 e aveva una solida formazione culturale. Aveva insegnato Lettere e si era occupata a lungo di educazione e media, ma non ha mai vissuto queste competenze come un fine a se stesse o per ambizione personale. Anzi, diceva scherzando che i suoi libri servivano a mantenere la casa di San Biagio: non si sentiva una “scrittrice”, ma uno strumento docile. La sua vera dote era saper trasfigurare la cultura in annuncio, rendendo il Vangelo una realtà viva e palpabile per chiunque la incontrasse.
San Biagio, a Subiaco, è diventato un punto di riferimento per migliaia di persone. Come è nata questa intuizione e perché non voleva che fosse un semplice “convento”?
L’origine è quasi avventurosa. Maria Pia cercava un posto per dei campiscuola e si ritrovò a dormire in montagna con ragazzi e ragazze, cosa che all’epoca poteva sembrare quasi rivoluzionaria, se non sospetta. Da lì nacque l’idea di una base stabile. Ma la sua intuizione più profonda fu quella dell’accoglienza: San Biagio doveva essere una “casa”, non un luogo strutturato secondo schemi rigidi o regole soffocanti. Chi arrivava doveva incontrare prima di tutto un rapporto umano. Lei amava dire che San Biagio era un prolungamento dello spirito di Don Bosco unito al motto benedettino “Ora et Labora”. In quel luogo, la preghiera era connaturata al ritmo della giornata, vissuta in estrema libertà, senza controlli. Maria Pia voleva che le persone si sentissero a casa per poter poi aprire il cuore a Dio.
Lei ha accennato al suo passato nel mondo dei media. È vero che San Biagio è nata anche da una riflessione sul cinema?
Esattamente. Erano anni in cui si capiva che il cinema era una via privilegiata per parlare ai giovani, e Maria Pia era diventata un’esperta di cineforum. Tuttavia, sentiva che il cineforum aveva un limite: ti concedeva un’ora di riflessione e poi tutto finiva. Lei voleva che il film fosse solo la “ciliegina”, mentre la “sostanza” doveva essere data dalla Parola di Dio e dalla vita condivisa. Per far maturare davvero una persona, serviva un ambiente adatto dove “tirare fuori i giovani dalla confusione” e portarli a nutrirsi di silenzio e lavoro. San Biagio è stata la risposta a questa esigenza: un luogo dove l’evangelizzazione non era un evento isolato, ma un’esperienza di vita integrale.
La sua Lectio Divina era famosa per la sua capacità di toccare la concretezza della vita. Che metodo usava?
Maria Pia era una vera maestra perché non faceva nulla per “folklore”, era tutto meticolosamente preparato. Iniziava sempre con tecniche di rilassamento e concentrazione: insegnava ai giovani ad ascoltare il proprio respiro e il proprio cuore, ad abbandonare i pensieri per entrare nell’interiorità. Il suo grande merito era la capacità di “unire le caselle”. Diceva che spesso abbiamo una casella per la “Parola di Dio” e una per i “fatti della vita”, ma senza collegamenti. Lei creava l’anello di congiunzione. Se vedeva che il tempo stringeva, era capace di tagliare l’analisi esegetica per arrivare subito all’applicazione pratica, lasciando sempre una domanda o una provocazione che lavorasse nel silenzio. Non voleva che i giovani “eseguissero” la preghiera, voleva che la abitassero.
Maria Pia parlava spesso del creato non solo come cornice, ma come parte dell’esperienza spirituale. In questo è stata quasi una pioniera.
Assolutamente sì. A San Biagio ha messo in pratica la Laudato Si’ trent’anni prima che venisse scritta. Il lavoro manuale, il servizio per l’ambiente e la cura della casa erano parte integrante della preghiera.
Lei aveva “battezzato” i luoghi con nomi biblici: c’era la Radura della Risurrezione, dove amava celebrare l’Eucaristia con un entusiasmo travolgente. Basta leggere il suo ultimo “Grazie” per capire questo legame: ringraziava Dio per il verde dei prati, per le cime dei monti Simbruini, ma anche per le creature più piccole come i grilli e le cavallette. E non dimenticava mai Gibi, il cane della casa, o i gatti che lei chiamava “Neroidi”. Tutto per lei era un prolungamento del manto della Vergine e dell’amore gratuito del Creatore e tutto confluiva nelle sue poesie.
Appunto, Suor Maria Pia è stata definita anche una “poetessa mistica”. I suoi libri e i suoi appunti sono pieni di liriche. Come viveva questa sua vena poetica?
Maria Pia non si sentiva una letterata di professione, nonostante la sua solida formazione accademica. Per lei la poesia era un “cantopreghiera”, un modo per dare voce alla sua inesauribile “sete di bellezza, bontà e verità”. I suoi versi erano come fiori nati tra le rocce e gli ulivi di San Biagio, nutriti dal sole dell’amore di Dio. Scriveva di tutto: della “cerva” che cerca l’acqua viva sui monti dello Spirito – un’immagine del Salmo 41 che amava moltissimo – ma anche di creature invisibili come gli angeli. Diceva di non averli mai visti, ma di avvertirne la presenza dove tutto è più semplice e fraterno. La sua era una “mistica della terra”: usava le nostre parole umane per non fuggire dal mondo, ma per ringraziare il cielo di averci fatto scoprire la bellezza dell’ordinario. In fondo, le sue poesie erano il prolungamento del suo modo di pregare: un “osanna di fuoco” che cercava di trasformare il guizzo breve della vita in una lode eterna.
Nonostante questo successo spirituale, lei la descrive come una “lottatrice” che ha sofferto molto. Quali sono state le sue battaglie più dure?
Maria Pia ha dovuto affrontare forti resistenze, sia all’interno della sua Congregazione che da parte di alcune superiore che non comprendevano questo modo “diverso” di fare pastorale. Alcuni non vedevano di buon occhio quella che consideravano un’opera troppo fuori dagli schemi. Ma lei era una lottatrice “astuta” ed evangelica: non cercava mai lo scontro frontale.
Ascoltava tutti, non era partigiana e invitava chi la criticava a venire a San Biagio per toccare con mano. Ha sofferto per le malelingue e per l’incomprensione di alcune consorelle, che magari trasmettevano notizie distorte perché non riuscivano a vivere quel cammino di libertà. Ma la sua forza era l’obbedienza al progetto di Dio: se le avessero chiesto di lasciare tutto, lo avrebbe fatto, pur piangendo, perché non agiva per affermazione personale.
Negli ultimi anni della sua vita, però, questa sofferenza è diventata più acuta. Si è parlato di una sorta di “notte dello spirito”.
Sì, l’ultimo periodo è stato segnato da un crogiuolo di dolore fisico e interiore. Maria Pia ha visto dei cambiamenti nello stile di accoglienza e nella gestione di San Biagio che la facevano soffrire profondamente; sentiva che lo spirito originario era stato in qualche modo tradito.
È stata assalita dai dubbi e dalle lacrime. Io credo però che sia stata una purificazione prevista dal Signore: un modo per chiederle di consegnare totalmente la sua volontà, diventando ancora più povera e libera. Nonostante questa angoscia, è rimasta fedelissima all’Eucaristia e alla preghiera, che non sono mai state messe in discussione. È stata la sua ultima “lezione” di fede: restare davanti al Signore anche quando non si capisce più la direzione umana delle cose.
Eppure, il riconoscimento del suo valore è arrivato anche dall’esterno, come dimostra il Premio Mediterraneo ricevuto a 90 anni.
È vero, nel 2012 le è stato conferito il Premio Mediterraneo per il Dialogo Interreligioso. È stato un momento significativo, avvenuto proprio lì, sull’altipiano della Pace a Subiaco, circondata da giovani e autorità internazionali. Il premio riconosceva la sua dedizione alla pace e la sua capacità di accogliere con “rispettosa naturalezza” credenti di altre fedi e laici.
Maria Pia aveva questo dono: sapeva far brillare gli occhi delle persone perché le aiutava a scoprire il volto di Dio nella propria concretezza, indipendentemente dal loro punto di partenza. Riceveva persone che non credevano in nulla e le metteva a proprio agio, seminando parole semplici che poi avrebbero dato frutto nel tempo.
Se dovesse scegliere un’immagine per riassumere la sua eredità, quale sceglierebbe?
Senza dubbio il suo grido nella Veglia Pasquale: «Cristo vive!». Lo gridava alzando la fiaccola accesa con una forza che sembrava quasi un’esperienza fisica, non solo liturgica. Voleva che quel grido diventasse carne nei giovani. E poi, il suo invito finale a “vivere amando”. Maria Pia ci ha insegnato che essere se stessi significa essere un “prolungamento” del Dio che ama gratuitamente e infinitamente. Ha vissuto la povertà non come privazione, ma come libertà totale: non possedere nulla, nemmeno il proprio tempo o la propria ambizione, per essere totalmente di tutti. La sua vita è stata un «Grazie» incessante, un inno alla “Vita Vera” che non conosce tramonto.
Suor Vilma Colombo, FMA
Nell’immagine di copertina: Suor Maria Pia Giudici con Don Ferdinando Colombo..
Alcune poesie di Suor Maria Pia Giudici
E fu mattino
Sotto un cielo d’amianto
tu hai giocato con me
tutto il giorno
a nascondino.
Pioveva e ripioveva
in notte fonda.
Tu non c’eri.
Ma appena ti sei lasciato trovare
pur dentro folate di nevischio
gelido,
nel cuore del mio essere tuo
bambino,
fu splendido sole.
E fu mattino.
Convertimi
«Vi lascio la pace, vi do la mia pace; Non la do come la dà il mondo. Non vi preoccupate, non abbiate paura» (Gv 14,27)
Convertimi alla Tua pace,
così diversa da quella del mondo,
com’è diverso l’oro colato
da maleodorante bitume,
com’è diverso il cielo stellato
da uno scenario di cartapesta.
Convertimi alla Tua pace,
ch’è volgere le spalle
all’“Uomo vecchio”
urlante in me le sue stupide brame,
e cercare il Tuo volto
appassionatamente,
con indomito desiderio
avvivato dallo Spirito
ad ogni istante.
Convertimi alla Tua pace,
ch’è smetterla di appoggiarmi
alle mie false sicurezze,
e lasciarmi sgretolare da Te
in tutto quello che non è autentico,
e starmene salda,
sempre più salda nel Tuo amore,
come la casa costruita sulla roccia
come il bimbo in braccio alla mamma,
come la sposa afferrata dall’Amato.
Convertimi alla Tua pace,
che sei Tu stesso,
mio Cristo adorato,
in tutto il fulgore
del tuo mistero pasquale:
con la porta stretta
che conduce alla vita,
con la croce insanguinata
che germoglia Risurrezione.
Profumo
“Maria, presa una libbra di olio profumato di vero nardo assai prezioso, cosparse i piedi di Gesù (…) e tutta la casa si riempì del profumo” (Gv 12,3)
Se non è profumo di nardo prezioso
che io non avrò mai,
sarà per Te, qui fuori,
profumo di viole mammole e lillà,
profumo di mentuccia e lavanda
e pratoline appena svegliate
dal bacio del sole nascente.
Sarà profumo d’erbe,
umili erbe indistinte
rinverdite appena
e ancora un po’ impaurite
dalle bizze improvvise
della luna di marzo
che s’allunga in falcetto
a mietere stelle
nelle notti ancora intirizzite
di una quaresima d’aprile.
Se non è profumo di nardo prezioso,
che io non avrò mai,
sarà profumo di questo mio vivere
attraversato ancora da venti di passione
per ciò che di bello vero e buono
sempre si affaccia sul crinale dei giorni.
Se non è profumo di nardo prezioso,
che io non avrò mai,
sarà profumo di questo mio accogliere
nebbia gelo nevischio:
declino di tutte le forze
in un vicolo stretto e buio,
a volte tanto buio.
Eppure è profumo che scende al cuore,
là, dove pur sempre abiti,
o mio invisibile Amore.
Se non è profumo di nardo prezioso
che io non avrò mai,
sarà profumo d’ indomito credere in Te
e nell’amicizia vera e profonda.
Sarà profumo di speranza che tutta
pervade la notte
e ti convince al sorriso,
al quieto sguardo – carezza
su questo mondo che “a prezzo” di croce
Tu, Signore, hai liberato.
Non dirmi che sarà la morte
(28 agosto 2015, in margine a Mt 25,1-14)
Non dirmi che sarà la morte
a bussare alla mia porta.
Non dirmi che sarà la morte
col suo corteo di spettri e vampiri.
Non dirmi che sarà la morte
a incenerire sogni e speranze.
Io so che a mezzanotte
nel cuore del sacro silenzio
sotto un cielo palpitante di stelle
si leverà un grido:
“Ecco lo Sposo che viene”.
E un volteggiare d’Angeli
e una moltitudine di fratelli Santi
mi aiuterà a ravvivare ancora,
fino all’ultimo istante,
la piccola mia fiamma
dentro la lampada
di antica creta catacombale.
Non dirmi che sarà la morte
a bussare alla mia porta,
ma che Maria tua Madre
mi aiuterà a rispondere
solo alla tua voce:
“Ecco, io vengo”.
Tu baciami e immergimi nella VITA;
rendimi tutta Tua
e dunque dei fratelli tutti.
Per sempre.
Poesia all’angelo custode
Nel tuo silenzio
La mia vita dispersa si raccoglie
Come calmo scorrere d’onda
Nel canto dell’ultima luce.
Nella tua preghiera
La mia sete infinita si placa
Come per vena d’acqua improvvisa
Sull’erta d’arido monte.
Nel tuo amore
Il mio cuore illimpidisce in fiducia
Come lucerna avvivata
Dal fluido calarvi dell’olio.
O Angelo della lode
E della contemplazione eterna,
Angelo adorante,
prendi nel cavo delle pure mani
il guizzo breve della mia vita
e fanne un osanna di fuoco
che non si estingue più.




