Babele o Gerusalemme? La «Magnifica Humanitas» di Leone XIV

La prima enciclica di Papa Leone XIV non è un allarme apocalittico né una benedizione acritica del progresso. È qualcosa di più difficile: un invito a scegliere.

Il 25 maggio 2026, nell’Aula del Sinodo in Vaticano, è accaduta una cosa insolita. Accanto a Papa Leone XIV, al tavolo di presentazione della sua prima enciclica, non c’erano solo teologi e prefetti di dicastero. C’era anche Christopher Olah, cofondatore di Anthropic, una delle principali aziende mondiali di intelligenza artificiale — che peraltro si dichiara ateo. Un Papa e un ingegnere informatico seduti fianco a fianco davanti al mondo.

Per capire perché quella scena non era casuale, bisogna leggere — o almeno conoscere — Magnifica Humanitas: 245 paragrafi, cinque capitoli, una conclusione. Firmata il 15 maggio 2026, nel 135° anniversario della Rerum Novarum di Leone XIII, l’enciclica affronta di petto la domanda più scottante del nostro tempo: che cosa diventa l’umano nell’era dell’intelligenza artificiale?

Vale la pena fermarsi anzitutto sul titolo, perché non è una formula sociologica. Magnifica Humanitas richiama la tradizione patristica — Leone Magno in particolare — che usava questa espressione per indicare l’umanità assunta dal Figlio di Dio nell’Incarnazione: quella carne concreta, limitata, vulnerabile, che il Verbo ha fatto propria e in cui Dio ha scelto di abitare. Da questo centro cristologico discende tutta la riflessione dell’enciclica: non si tratta di difendere «l’umano» come concetto astratto, ma quella natura umana già abitata da Dio, di cui Leone XIV in chiusura invita tutti a testimoniare «la bellezza».

Un’enciclica che non urla

La prima cosa da sapere su Magnifica Humanitas è che non è un documento d’allarme. Come sottolinea Isabella Piro nella sua presentazione su Vatican News, l’enciclica propone di custodire «una magnifica umanità abitata da Dio», promuovendo verità, dignità del lavoro, giustizia sociale e pace nell’era delle nuove tecnologie. Non è un grido apocalittico, né una benedizione acritica del progresso.

Il Papa stesso lo chiarisce fin dall’inizio: sceglie — parole sue al n. 14 — «la chiarezza che illumina e la franchezza che apre vie», rifiutando sia gli «entusiasmi ingenui» sia le «paure sterili». Un invito all’equilibrio, in un dibattito che raramente lo conosce.

Padre Roberto Pasolini, nel suo podcast Papale papale dedicato all’enciclica, ha colto bene questo tono, descrivendola come «una voce calma, quasi ostinata, che prova a porre domande forti, invitando tutti a una riflessione collettiva sul futuro dell’umano».

Il debito con Leone XIII

Prima di parlare di algoritmi, l’enciclica compie un passo indietro di 135 anni. Nel 1891, un altro papa di nome Leone — il Tredicesimo — si trovò davanti a un mondo che stava cambiando a velocità spaventosa: fabbriche, macchine a vapore, città industriali, lavoratori senza diritti. La sua risposta si chiamò Rerum Novarum, e da quel documento nacque la Dottrina Sociale della Chiesa.

Oggi, scrive Leone XIV, quelle «cose nuove» hanno cambiato volto. Non ci sono più le macchine a vapore, ma gli algoritmi; non le fabbriche, ma i data center. La domanda, però, è la stessa: come si custodisce la dignità umana mentre il mondo si trasforma radicalmente?

I primi due capitoli dell’enciclica ripercorrono l’intera tradizione della Dottrina Sociale — da Pio XII a Papa Francesco — presentandola come «un laboratorio permanente», non come un sistema chiuso. Il Papa stesso ammette che su questi temi non può offrire una parola definitiva: preferisce, come scrive al n. 23, «ascoltare la ricerca scientifica e favorire un confronto serio e leale tra studiosi». Una postura di umiltà che è già, in sé, una presa di posizione.

Babele o Gerusalemme: la scelta

Il cuore dell’enciclica — il terzo capitolo — si apre con una domanda che ne riassume tutto il senso: «La magnifica umanità creata da Dio si trova oggi di fronte a una scelta decisiva: innalzare una nuova torre di Babele o edificare la città dove Dio e l’umanità abitano insieme».

Per spiegare questa alternativa, Leone XIV ricorre a due immagini bibliche.

La prima è Babele: un’umanità che, dimenticato Dio, cerca di costruire una torre fino al cielo. Un progetto uniforme, una sola logica, una sola infrastruttura. L’intelligenza artificiale rischia di diventare qualcosa di simile: i dati diventano potere, il potere si concentra in poche mani, le differenze vengono appiattite. Padre Pasolini la definisce «il simbolo di una tentazione molto forte e molto attuale».

La seconda immagine è Gerusalemme, quella del libro di Neemia: il popolo esule che torna e ricostruisce le mura, ciascuna famiglia il proprio tratto, con mani diverse e tecniche diverse, ma verso la stessa città. La complessità, qui, non è un ostacolo: è la condizione stessa della costruzione comune.

La scelta tra queste due diverse impostazioni, afferma Papa Leone XIV, dipende da noi.

«Coltivate, non costruite»

Tra i passaggi più originali dell’enciclica c’è una distinzione tecnica che il Papa trasforma in categoria morale: l’intelligenza artificiale non si costruisce, si coltiva. Un software tradizionale si scrive riga per riga, istruzione dopo istruzione. Un sistema di AI si addestra su miliardi di dati e poi si osserva che cosa emerge — è più simile a una coltivazione che a una macchina. Si sceglie il terreno, il seme, la luce; ma nessuno controlla davvero ogni foglia o ogni frutto.

E allora la domanda che conta non è come funziona l’AI, ma dove affondano le sue radici. Chi ha scelto i dati su cui si è formata? Quale idea di essere umano portano dentro? Quali esperienze, culture, fragilità sono state escluse? Come sintetizza Isabella Piro nel suo articolo su Vatican News, per il Papa la tecnologia «assume il volto di chi la pensa, la finanzia, la regola, la usa» (n. 9): non è mai neutrale.

Da qui deriva il passaggio che ha fatto più discutere: «occorre disarmare l’intelligenza artificiale». Non significa spegnere il futuro — spiega Padre Pasolini — ma impedire che il potere tecnico diventi automaticamente diritto di governare: sottrarre la tecnologia al monopolio per restituirla alla pluralità, trattare i dati non come proprietà privata ma come bene comune.

L’umano magnifico, proprio perché fragile

Il quarto capitolo tocca il punto forse più inatteso e più bello del documento. Leone XIV prende le distanze dal transumanesimo — il sogno di superare i limiti biologici dell’uomo, eliminare dolore, fragilità, persino la morte — e dal postumanesimo, che si spinge oltre e immagina forme di intelligenza non più riconducibili alla persona.

La risposta del Papa non è una difesa conservatrice dell’umano com’è, ma qualcosa di assai più profondo: l’umano non fiorisce nonostante il limite, ma spesso dentro il limite. La vulnerabilità, la sofferenza, la possibilità di sbagliare non sono difetti di sistema da correggere. Sono la condizione stessa dell’amore, della compassione, della cura.

«Per un algoritmo», scrive il Papa al n. 128, «l’errore è qualcosa da correggere; per una persona, può essere l’inizio di un cambiamento profondo».

Le cicatrici che portiamo — suggerisce l’enciclica — non sono solo danni. Sono anche memorie: la mappa di ciò che abbiamo amato, delle perdite attraversate, degli errori che ci hanno insegnato qualcosa.

Nessun algoritmo rende la guerra accettabile

«Disarmare l’IA» non è solo una metafora. Il quinto capitolo dell’enciclica affronta il punto più scomodo: l’intelligenza artificiale sta già cambiando la grammatica della guerra. I sistemi autonomi rendono le decisioni di vita e di morte sempre più rapide, distanti, impersonali. La tecnologia, scrive Leone XIV, non sottrae il conflitto alla sua intrinseca disumanità: può soltanto renderlo più veloce, abbassando la soglia morale del ricorso alla violenza.

Di qui il monito netto che Isabella Piro mette in evidenza nel suo articolo: per Leone XIV «non esiste algoritmo che possa rendere la guerra moralmente accettabile» (n. 198). Ogni tecnologia che permette di colpire senza vedere il volto dell’altro — conclude il Papa — abbassa quella soglia ancora di più (n. 199).

Il capitolo non rinnega il diritto alla legittima difesa, ma chiede esplicitamente di superare la teoria della «guerra giusta», puntando invece su dialogo, diplomazia e perdono come strumenti concreti di politica internazionale.

Un dialogo capace di assumere le differenze

Molti giornalisti hanno parlato di Popewashing per commentare la presenza di Christopher Olah accanto al Papa — come se un’azienda di AI avesse cercato di ripulire la propria immagine all’ombra del Vaticano. La critica non è priva di fondamento: Anthropic opera in ambiti che l’enciclica guarda con preoccupazione, compreso quello militare.

Eppure Olah, sul palco, ha detto qualcosa di inatteso: ha riconosciuto che tutte le aziende di AI — compresa la sua — operano dentro incentivi economici che possono entrare in conflitto con ciò che è giusto, e ha chiesto alla Chiesa di continuare a offrire discernimento critico sui processi di sviluppo tecnologico. In sostanza ha chiesto al Pontefice di continuare a interpellarlo, anche criticamente.

Forse è questo il senso più profondo dell’immagine di Gerusalemme: non un mondo senza conflitti, ma un mondo in cui chi costruisce accetta di farlo insieme, assumendo le differenze — e persino le voci critiche — come risorsa.

Una lettera enciclica da leggere

In conclusione, Magnifica Humanitas non offre ricette. Offre qualcosa di più raro: domande serie, poste con calma, in un tempo che preferisce le risposte veloci. «Forse il futuro non dipenderà soltanto dall’intelligenza che sapremo costruire», conclude Padre Pasolini, «ma dall’umanità che avremo saputo salvare».

Restare umani, magnificamente umani. È questo, in fondo, ciò che Papa Leone XIV chiede al suo tempo. E lo fa con la sua prima enciclica, che merita davvero di essere letta.

Ugo P. Aluppi

Riferimenti

Immagine di copertina generata artificialmente.

Schema della Lettera Enciclica “Magnifica Humanitas”

Introduzione

  • La scelta tra Babele (potere autoreferenziale) e Gerusalemme (comunione).

  • Il parallelo con la Rerum novarum di Leone XIII: le “nuove questioni” digitali.

  • L’appello a rimanere “profondamente umani” e a non temere di “sporcarsi le mani”.

Capitolo 1: Un pensiero dinamico fedele al Vangelo

  • La Dottrina sociale come cammino di discernimento comunitario.

  • Sviluppo del magistero sociale: da Leone XIII a Papa Francesco.

  • Il dialogo necessario tra fede, scienza e saperi umani.

Capitolo 2: Fondamenti e principi della Dottrina sociale della Chiesa

  • L’essere umano come immagine del Dio trinitario: la dignità ontologica inalienabile.

  • I principi cardine: Bene comune, Destinazione universale dei beni (inclusi dati e algoritmi), Sussidiarietà, Solidarietà e Giustizia sociale.

  • Lo sviluppo umano integrale e l’ecologia integrale come criteri di verifica.

Capitolo 3: Tecnica e dominio. La grandezza della persona umana davanti alle promesse dell’IA

  • Critica al paradigma tecnocratico: l’efficienza non è la misura del valore.

  • Natura dell’IA: imitazione di funzioni umane priva di coscienza e corpo.

  • Responsabilità, trasparenza e accountability (rendiconto).

  • Il confronto con transumanesimo e postumanesimo: il valore salvifico del limite umano.

Capitolo 4: Custodire l’umano nella trasformazione. Verità, lavoro, libertà

  • La Verità come bene comune: contrasto alla disinformazione e difesa della democrazia.

  • Educazione: alleanza tra famiglia e scuola per un uso critico della tecnologia.

  • Dignità del lavoro: protezione dall’automazione sostitutiva e riqualificazione.

  • Libertà: lotta alle dipendenze digitali, al controllo sociale e alle nuove schiavitù (tratta e colonialismo dei dati).

Capitolo 5: La cultura della potenza e la civiltà dell’amore

  • Guerra e IA: rifiuto dei sistemi d’arma autonomi; la catena di responsabilità deve restare umana.

  • Crisi del multilateralismo e necessità di una “cultura del negoziato”.

  • Cinque vie per la pace: disarmare le parole, giustizia, sguardo alle vittime, sano realismo, dialogo.

Conclusione

  • L’Incarnazione come bussola: Dio che assume la fragilità umana.

  • Spiritualità eucaristica: essere membra di un solo corpo per servire i poveri.

  • Il compito del “saggio architetto” e il canto del Magnificat: guardare il mondo con gli occhi di Maria.

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