Don Ubaldo Marchioni: il buon pastore di Monte Sole

LA BEATIFICAZIONE DEI PRETI MARTIRI

Ubaldo Marchioni nasce il 19 maggio 1918 a Vimignano di Grizzana Morandi ai piedi di Montovolo e patisce e muore il 29 settembre 1944 a Santa Maria Assunta di Casaglia sul crinale di Monte Sole: aveva 26 anni, prete da appena 2, parroco di San Martino di Caprara e S. Maria Assunta di Casaglia da pochi mesi. Entrato in seminario a 11 anni nel 1929 dopo 13 anni di formazione viene ordinato il 28 giugno 1942. Come don Giovanni Fornasini e don Ferdinando Casagrande, gli altri parroci uccisi a Monte Sole negli eccidi nazifascisti del 1944, ha trascorso la maggior parte della vita a prepararsi a donare la vita al Signore e ai fratelli: pastori che non hanno lasciato il gregge quando si avvicina il lupo, ma ne hanno condiviso la sorte fino alla fine e in questa comunione di vita hanno reso testimonianza al Dio che tace e che soffre in tutti gli sconfitti e i sofferenti della storia.

LA REPUBBLICA DEGLI ILLUSI: LA FRATERNITÀ SACERDOTALE

Don Luciano Gherardi, compagno di messa di Marchioni e Fornasini, nel libro “Le querce di Monte Sole” ci fa entrare nella vita ordinaria delle comunità tra Setta e Reno prima dell’eccidio del 1944, e nella vita dei pastori che precedette e preparò il loro sacrificio in solidarietà con la propria gente.

Racconta che il giorno di Pasqua del 1942 avevano fondato “la repubblica degli illusi”: poveri illusi per il mondo, perché credevano di poter cambiare le cose con il Vangelo in un’epoca di odio e di violenza. Lo statuto: “Noi siamo i seguaci di Colui che il mondo cieco ha chiamato il più grande illuso della storia, Cristo Gesù…”; il motto: “Contro corrente”; il programma di vita sacerdotale e collaborazione fraterna: “Vivere ogni giorno la prima messa. Ogni cosa sottratta all’amore di Cristo è sottratta alla vita”. Emblema di classe il salmo 15: “Proteggimi o Dio, in te mi rifugio”. Per la “classe 1942” questi ideali, all’uscita dal seminario, si tradurranno in una cordata di fraternità organizzata in vari “raggi”. Don Ubaldo e don Giovanni facevano parte del “raggio Sperticano”, che funzionò fino all’ultimo: Fornasini il 10 settembre affidò alla cognata Corinna il compito di recapitare a don Ubaldo il suo testamento e morì il 13 ottobre salendo da Sperticano a San Martino per andare a vedere cosa fosse successo al suo confratello “di raggio” e alla gente con lui.

E proprio grazie al vincolo fraterno maturato in seminario impararono a farsi prossimi alle comunità cui furono inviati, in una vera comunione di vita con tutti.

DAL SEMINARIO A MONTE SOLE: LA COMUNIONE FRATERNA CON TUTTI

I mesi di servizio pastorale di don Ubaldo a S. Martino e a Casaglia sono difficili, la guerra è arrivata in casa, bombardamenti degli americani e imposizioni da parte delle truppe tedesche. Fin dall’autunno del ’43 poi si sono radunati dei giovani che hanno formato una brigata partigiana – la Stella Rossa – con l’intento soprattutto di evitare di tornare in guerra. L’idea era nata nella parrocchia e canonica di Vado ed erano per lo più giovani che don Ubaldo ha visto crescere nella parrocchia di San Nicolò della Gugliara, suo primo incarico da parroco: anche i partigiani erano suoi figli e un padre ama tutti i suoi figli.

Nel settembre del ’44 il pericolo si fa sempre più vicino: la canonica di San Martino diventa un rifugio per tanti sfollati, don Ubaldo si incontra spesso con don Giovanni e scende a Bologna per confrontarsi con il vescovo Nasalli Rocca e con lo zio francescano padre Mauro: 
– “Zio, le cose vanno male per me; i partigiani da una parte, i tedeschi dall’altra: non mi libero più. 
– Don Ubaldo, perché non lo hai detto al Cardinale?
– Ne ho parlato: mi ha detto di venire via; di venire con gli altri parroci sfollati.
– E tu cosa gli hai detto?
– Cosa vuoi che gli abbia detto? Gli ho detto che non posso venir via; se resta la mia gente, io debbo restare con loro. Ho appena preso possesso.
– Ma ti faranno fuori!
– Lo so: andrà a finire così, ma io non mi posso muover di là”.

IL MARTIRIO A MONTE SOLE: LA FRATERNITÀ NEL SACRIFICIO CON LA SUA GENTE

Don Ubaldo è irremovibile nel proposito di restare da pastore in mezzo al popolo a lui affidato, consapevole dei rischi, disposto a condividerne la sorte nel bene e nel male fino all’ultimo, pur avendo avuto la possibilità di mettersi in salvo.

Anche la mattina del 29 settembre quando i soldati dell’esercito nazista cominciano ad accerchiare l’area di Monte Sole e dopo i primi scontri nelle vicinanze di San Martino, don Ubaldo non desiste dal progetto di salire a Cerpiano dai bambini dell’asilo per celebrare nell’oratorio degli Angeli Custodi nella festa di san Michele. Il papà Augusto tenta invano di trattenerlo, ma dopo una commovente preghiera in chiesa in cui don Ubaldo consapevole del pericolo invita i familiari e gli sfollati a prepararsi ricevendo i santi sacramenti, si incammina verso Casaglia: “Pregate. Sarà quel che Dio vuole!”.

Lungo il tragitto trova a Casaglia una piccola folla di donne, bambini e anziani: “Una specie di Esodo: eravamo una sessantina quando arrivammo al sagrato della chiesa di Casaglia. Da lì vedemmo i tedeschi avanzare ed eravamo disorientati e impauriti. Arrivò il parroco in bicicletta… gli mostrammo quanto avveniva e lo pregammo di restare. Ma lui disse che doveva andare a dir messa a Cerpiano. Noi ci aggrappammo a lui disperati dicendo: “Non ci abbandoni” …

Nel frattempo, arrivarono altre famiglie da Cerpiano e da Caprara. Don Ubaldo cercò in tutti i modi di calmarci dicendo: “Non dovete avere paura, voi non avete colpe, capiranno che siete innocenti. Restiamo uniti e preghiamo il Signore che ci aiuterà… Cominciammo a dire il rosario e don Ubaldo prese noi più giovani vicino a sé al gradino della balaustra perché restassimo calmi: Venite mò qui e state calmi che adesso preghiamo” (testimonianza di Lucia Sabbioni, 2010).

Quando le SS fanno irruzione, don Ubaldo cerca di mediare, di difendere la sua gente, dicendo con quel poco di tedesco che sapeva che non c’entravano niente con i partigiani, erano persone indifese, non avrebbero fatto male a nessuno. Ma le SS non ascoltarono nessuna delle suppliche di don Ubaldo e ordinarono di uscire tutti sul piazzale e di dirigersi verso Dizzola. Giunti al bivio un’altra squadra di SS proveniente dal borgo di Casetta costringe tutti ad entrare nel cimitero, mentre don Ubaldo viene riportato dai soldati verso la chiesa.

Nel cimitero verranno ammassati al muro di cinta con i bimbi più piccoli davanti e trucidati a colpi di mitragliatici e bombe a mano: muoiono 84 dei parrocchiani che hanno condiviso gli ultimi momenti di preghiera in chiesa con don Ubaldo, e tra essi 38 bambini; sopravvivono solo 7 ragazze e un bambino, sotto i corpi dei cadaveri.

Don Ubaldo viene ricondotto in chiesa e non torna più; nel pomeriggio alcuni testimoni vedono il suo corpo sui gradini dell’altare, tra le fiamme appiccate alla chiesa. Gli uomini che si erano nascosti nei boschi decidono con coraggio di seppellire quanti erano stati uccisi in una fossa comune nel cimitero di Casaglia, e anche don Ubaldo fu seppellito insieme ai suoi parrocchiani. Nel 1961 quando saranno tumulati nel Sacrario di Marzabotto don Ubaldo sarà ancora riconoscibile dal colletto sacerdotale, un ultimo segno della presenza del pastore accanto alla sua gente, in vita e in morte: una fraternità nel sacrificio che ha unito insieme il pastore e la sua gente.

Il 30 settembre a san Martino verranno uccise anche la mamma Antonietta e la sorella Marta insieme ad altre famiglie della zona. Si salva il padre Augusto, sequestrato per portare a Casalecchio il bestiame razziato.

LA FORZA DI NON ODIARE

Quando nel 1967 l’ex maggiore Walter Reder, condannato all’ergastolo per ottenere la grazia dal Presidente della Repubblica chiese il perdono al sindaco di Marzabotto, fu indetto un referendum tra i sopravvissuti e i parenti delle vittime. Augusto Marchioni fu tra i pochi che votarono “sì”. Così rispondeva alla domanda del nipote Pietro di come facesse a non odiare chi gli aveva ucciso moglie e figli: “Quei soldati che sono venuti a san Martino avevano ricevuto un ordine militare di ucciderci.

C’è modo e modo di uccidere una persona: hanno fatto cose che non si possono raccontare. Ma hanno fatto quelle cose perché ci odiavano. E te allora vedi di non odiare nessuno perché puoi diventare come loro e con l’odio si vive male”.

LA PISSIDE PREZIOSA, VIA DI PACE

Solo nel 1980 con la riscoperta dei luoghi dell’eccidio, dalle macerie della chiesa di Casaglia emergono i segni del martirio del parroco: vicino all’altare la pisside schiacciata e trapassata dai proiettili – gli stessi proiettili che hanno ucciso il parroco e la sua gente – e il gradino dell’altare ancora annerito dal fuoco che aveva bruciato il corpo del parroco. Don Ubaldo fu l’ultimo a toccare questa pisside, la vuotò distribuendo il corpo di Cristo alla comunità riunita nella chiesa, poi fu ucciso sull’altare mentre la comunità di donne, di vecchi e di bambini fu sterminata nel vicino cimitero.

Ora questa pisside preziosa per le ferite che porta e per la testimonianza che custodisce ha cominciato il pellegrinaggio nella diocesi di Bologna in vista della Beatificazione del 27 settembre. Ci viene consegnata dalle mani di don Ubaldo e da tutti quelli che morirono in quei tragici giorni, un popolo inerme e mite che non ha opposto resistenza. “E ci viene consegnata perché guardandola possiamo entrare in comunione con i tanti innocenti che oggi, in molte parti del mondo, continuano ad essere trafitti dalla violenza a causa della guerra, e perché insieme a loro invochiamo la pace”. (Notificazione per la Pasqua 2026 della Chiesa di Bologna)

Suor Giuseppina Pioli, suora della “Piccola Famiglia dell’Annunziata”

Immagine di copertina: targa ricordo in una foto di Giovanni Baldini (2024) CC BY 4.0. Nel testo ci sono una foto di gruppo in cui compare don Ubaldo Marchioni (restaurata con intelligenza artificiale) e la pisside di Monte Sole, ritrovata tra le macerie della chiesa di Santa Maria Assunta di Casaglia, trafitta dai proiettili durante l’eccidio nazista, simbolo di fede e martirio della comunità cristiana.

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