Don Elia Comini e Padre Martino Capelli: fratelli nel martirio

LA BEATIFICAZIONE DEI PRETI MARTIRI

1. 29 SETTEMBRE 1944: L’ECCIDIO DELLA CREDA

Il 29 settembre 1944, festa dei Santi Arcangeli, è giorno importante per la chiesa dei Santi Michele e Pietro di Salvaro, affidata da decenni alle cure pastorali di Mons. Fidenzio Mellini: egli, presbitero detto “il vescovo della montagna” per carisma e autorevolezza, a cui san Giovanni Bosco stesso aveva predetto il sacerdozio e ormai anziano e affaticato, celebra quel mattino una delle tre Sante Messe che si succedono a breve distanza. Le altre due vedono celebranti padre Martino Capelli, giovane Dehoniano di 32 anni che si reca poi in località “Casellina” ad amministrare l’Unzione degli Infermi, e don Elia Comini, Salesiano di 34 anni. Tutt’attorno la zona appenninica di “Monte Sole” è un brulicare di soldati tedeschi che salgono in quota stringendo case e paesi a tenaglia e apportando – come poi si scoprirà – morte e distruzione.

Poche ore prima, mentre la luce dell’autunno stentava a farsi strada attraverso la nebbia, abitanti della macroarea di “Monte Sole” si erano svegliati, quasi di soprassalto, per l’arrivo del Sedicesimo battaglione della 16a Panzergrenadier-Division Reichsführer-SS”. Con essa: uomini dalla formazione concentrazionista; elementi degli “Einsatzgruppen” deputati all’eliminazione di ebrei e altre persone indesiderate; soprattutto, le famigerate SS“Totenkopf”o“testa di morto”.

Arrivati in località “Creda” – poco più che una cascina a mezza quota presso una selletta –, anticipati da un delatore che con parlata emiliana trae in inganno, i nazisti vi apportano in pochi minuti una strage di proporzioni brutali in cui muoiono 69 persone, la più piccola di 14 giorni. Interi nuclei familiari sono distrutti e i tedeschi, dopo aver costretto uomini, donne e bambini entro un porticato e aver aperto il fuoco con le mitragliatrici, lanciano bombe incendiarie: le fiamme deflagrano con tale violenza che le SS devono retrocedere, non resistendo alle temperature altissime. Intanto, solo alcuni riescono a fuggire, buttandosi a perdifiato giù nel bosco, in direzione di Salvaro.

Da lì, in basso, malgrado il bosco, l’umido e la nebbia, si comincia a un certo punto a intravedere il fumo. Quando poi pochi superstiti arrivano, coperti di sangue, allucinati e terrorizzati, l’evidenza dell’appena perpetrato massacro non può essere ignorata. Cosa fare?

Don Elia, rimasto l’unico sacerdote a disporre dell’energia anche mentale per decidere del destino di tutti in pochi istanti (con padre Capelli in quell’istante assente), passa all’azione. I suoi gesti sono tre, complementari al di là della loro sequenza temporale.

2. AFFIDAMENTO TOTALE E CORAGGIO: DON ELIA PASSA ALL’AZIONE

Anzitutto don Elia prega e fa pregare: prepara cioè gli astanti a una possibile morte imminente, facendo recitare l’atto di dolore e trattenendosi egli stesso – per qualche istante, denso di significato – dinanzi all’altare, nell’oblazione totale di sé a Dio: «ancora in paramenti sacri, prostrato all’altare, immerso in preghiera, invoca per tutti l’aiuto del Sacro Cuore, l’intercessione di Maria Ausiliatrice, di san Giovanni Bosco e di san Michele Arcangelo. Poi, con un breve esame di coscienza, recitato tre volte l’atto di dolore, fa loro una preparazione alla morte».

Quindi, con pragmatismo allenato in anni di “assistenza” salesiana, realizzato che la canonica ospita in quel momento 60/70 uomini, esposti all’uccisione o ai lavori forzati, li fa entrare in un andito difficilmente individuabile dall’esterno e spinge davanti alla porta (con forza fisica difficile da esplicare a mente fredda) un enorme armadio. L’armadio ha la soglia in parte un poco sollevata da terra, ma in quell’istante rappresenta l’unica barriera da contrapporre tra quelle vite e le SS. Don Elia, figlio di don Bosco che sapeva esporsi sino alla “temerarietà” quando c’era del bene da compiere, getta in Dio la propria speranza, fida che Dio stesso possa colmare un divario che le forze umane non bastano a pareggiare: sarà così, perché niente verrà notato, malgrado una triplice perlustrazione delle SS, e molte vite potranno dirsi salve.

3. IL “SÌ” DI ELIA E MARTINO

Don Elia – ecco il terzo momento – entra quindi negli istanti più decisivi della sua vita: comprende che alla Creda c’è chi sta peggio, che ci sono agonizzanti da soccorrere, feriti da confortare, salme da benedire e le SS cui muovere incontro nella speranza (tutta sacerdotale) di farle desistere dal diabolico piano. Con padre Martino Capelli appena rientrato dalla “Casellina”, don Elia ha istituito una bella fraternità sacerdotale dal luglio precedente, dopo che entrambi (sacerdoti regolari ospiti di una comunità diocesana) si erano ritrovati bloccati in quel territorio appenninico dove Elia era nato nel 1910 e Martino – nato nel 1912 a Nembro nella Bergamasca, ma ormai docente allo Studentato dei Sacerdoti del Sacro Cuore di Gesù [Dehoniani] in Emilia – giungeva nell’estate 1944 dopo aver assistito due partigiani condannati a morte, rendendosi così inviso ai tedeschi della Wehrmacht in zona “Burzanella”. Giovani, dalla convinta identità di consacrati, entrambi orientati con grazie straordinarie, sin dalla prima giovinezza, al dono totale di sé (don Elia con l’intuizione che sarebbe morto presto e offrendosi «vittima espiatoria»; padre Martino lasciandosi interpellare dall’esempio dei martiri messicani e chiedendo alla Vergine Santa la grazia del martirio) hanno chiaro cosa rientri ora nei doveri sacerdotali: provare ad accorrere alla Creda.

Rivestiti quindi della stola, con i paramenti sacri che li identificano quali sacerdoti nell’esercizio del ministero, presa la pisside con le Ostie consacrate, Martino ed Elia, nel cortile antistante la canonica, sono due ragazzi consapevoli del rischio, umanamente spaventati, certi però d’essere chiamati alla carità del Buon Pastore: padre Martino, in particolare, attesterà nei suoi ultimi giorni l’umanissimo timore per il rischio che corre mentre don Elia (come testimoni oculari hanno dichiarato), «prese la Pisside con le Ostie […] era talmente pallido, che sembrava uno già morto». Supplica: «Pregate, pregate per me, perché ho una missione da compiere», «Pregate per me, non lasciatemi solo!». Nessuno dei due è un incosciente: sanno il rischio, ma sanno anche che di umile missione sacerdotale si tratta.

4. «DOBBIAMO ANDARE; IL SIGNORE CI CHIAMA»

In quell’istante, c’è un “noi sacerdotale” di Elia e Martino che non ammette repliche, vince con la forza dello Spirito e dell’Eucaristia appena celebrata/ricevuta l’angoscia della morte e si contrappone a ogni tentativo di dissuasione: anche quando le donne (violando il proprio sentire profondo d’una sacralità della persona dei sacerdoti, e incuranti di risultare inopportune) ora si aggrappano alla tonaca, ora li tirano per la veste, ora persino li abbracciano e infine li inseguono nel disperato tentativo di impedirne la partenza, sapendo che vanno a morire. Leggiamo: «Li abbracciai, li tenevo fermi per le braccia, dicendo e supplicando: – Non andate! – Non andate!»; «Io tiravo Padre Martino per la veste e lo trattenevo […] ma tutti e due i sacerdoti ripetevano: – Dobbiamo andare; il Signore ci chiama»; «Lidia Macchi […] e altre donne provarono a impedir loro di partire, tentarono di trattenerli per la tonaca, li rincorsero, li richiamarono a gran voce perché ritornassero indietro». Dice don Comini: «Noi siamo sacerdoti e dobbiamo andare e dobbiamo fare il nostro dovere»; «Andiamo a portare il Signore ai nostri fratelli». «Spinti da una forza interiore che è ardore di carità e sollecitudine missionaria, essi stavano ormai decisamente camminando verso la Creda portando i conforti religiosi». Con gli altri uomini nascosti, essi sono in quell’istante gli unici maschi adulti ad avere il coraggio di dirigersi verso le SS e valgono quindi per entrambi, a pieno titolo, le parole spese per don Elia: «Don Elia [/Padre Martino], per noi, era già santo. Se fosse stato una persona normale […] non si sarebbe messo; si sarebbe nascosto anche lui, dietro l’armadio, come tutti gli altri». Catturati pare a poca distanza, presso un “pilastrello” prima della salita per la Creda, sono spogliati delle insegne sacerdotali. È strappata loro la Pisside con il suo Tesoro Eucaristico, mai più ritrovato. Vengono pesantemente umiliati e psicologicamente torturati con l’essere costretti ad assistere alle «più raccapriccianti violenze». Don Elia Comini e padre Martino Capelli furono in seguito visti caricati di cassettine di munizioni, sudati, piegati, con catene vicino a un albero, stravolti, mentre i tedeschi pranzavano. Una donna, vedendoli così ridotti, volle avvicinarsi, parlar loro, ma don Elia subito le intima: «Anna, per carità, scappa, scappa». Lei dirà: «Con la schiena facevano una curva che li portava quasi con il naso a terra». Più tardi, ancora una volta i sacerdoti saranno visti, da altre due donne – Jolanda e Teresa, quasi donne sulla Via del Calvario – alla testa della fila dei rastrellati, risalendo verso la Creda: portavano a gran fatica munizioni e nastri di pallottole, sostenendoli davanti, con le braccia e le mani…; «erano esausti».

5. «PER FARE LA CARITÀ SE NE PAGA LA PENA»

All’imbrunire di quel 29 settembre, in cui a Santa Maria Assunta di Casaglia, sulle alture, era stato ucciso don Ubaldo Marchioni ai piedi dell’altare, e tanti innocenti erano caduti, Elia, Martino e uomini rastrellati ma alieni da qualsivoglia riconosciuta compromissione partigiana sono rinchiusi nella “Casa dei Birocciai”. A partire dal 30 settembre, dopo una rapida cernita e la liberazione d’una manciata di persone tra cui don Giovanni Fornasini (che morirà anch’egli martire il 13 ottobre successivo), i due presbiteri affrontano la detenzione, con interrogatorio e tentativi diversi di mediazione (tra cui quello del Commissario prefettizio di Vergato, Emilio Veggetti) che non ottengono l’esito sperato. C’è anche la visita di Dina Rosetti Pescio che porta il Breviario. Era accorsa inoltre suor Alberta Taccini, donna forte che coordina in quelle concitate ore tante cose e, facendosi prossima, fu aggredita da un tedesco, cadendo a terra per un pugno e costretta a rialzarsi con un calcio.

Suor Alberta ha raccolto questo breve dialogo, scambiato con don Elia affacciato per alcuni istanti a una finestra, dialogo da cui traspaiono sia le motivazioni tutte soprannaturali del suo dono, sia l’odium nella sua condanna: «– Come mai D. Elia si trova lì? – ed egli col sorriso sul volto e gli occhi imperlati di lacrime, rivolto al cielo rispose: – Per fare la carità se ne paga la pena. Fra breve andrò a ricevere il premio e indicava con un dito il cielo. – No. Ritornerà a casa, vede, veniamo da lei per consigliarci sul da farsi […]; Ma D. Elia scuote la testa: presagiva la sua fine».

Entrambi i sacerdoti confortano i prigionieri, calmano gli animi, non ricercano un trattamento preferenziale. Don Elia fu visto all’atto di assistere un giovane che, stremato, con la testa si era appoggiato alle sue ginocchia e così si era addormentato.

6. IL BREVIARIO DI ELIA, IL CORDONE E LA BENEDIZIONE DI MARTINO

I prigionieri sono divisi in due gruppi: uno – degli “abili al lavoro” – fu fatto uscire e avviato al lavoro coatto, mentre in seguito poté rientrare a casa. L’altro, valutato di anziani e “inabili”, ma con i due sacerdoti Elia e Martino giovani e abili al lavoro, la sera del 1° ottobre 1944 è condotto presso la “Botte” della Canapiera di Pioppe di Salvaro: un invaso d’acqua, alimentato dal corso del fiume Reno, con una passerella che gli si sporgeva sopra. Suddivisi in due sottogruppi, vennero – prima l’uno, poi l’altro – fatti sfilare sulla passerella e qui trucidati a colpi di mitragliatrice, col successivo lancio di bombe a mano nell’invaso. I due sacerdoti appartengono al secondo gruppo e sono pienamente coscienti della sorte che li attende.

Don Elia scandisce i momenti supremi procedendo col Breviario e intonando le Litanie: trasforma così quella surreale sfilata di morte in una processione orante, in una invocazione corale. Un tedesco – è scritto – ne colpisce con violenza le mani, perché lasci il Breviario, che cade nell’invaso. Don Elia riesce ancora col proprio corpo a far da scudo a un uomo, tra i pochissimi a salvarsi e in seguito testimone degli eventi. Negli ultimi istanti invoca “Pietà”. Padre Martino, da parte sua, afferma il “Perdono” e, ormai colpito a morte, «col ventre orribilmente squarciato», agonizzante, riesce ancora a rialzarsi nell’invaso, sopra i corpi dei compagni, e a tracciare un gran segno di croce benedicente, prima di ricadere, con le braccia aperte in croce, quasi a voler abbracciare tutti. Il suo corpo, rimasto in alto, si distinguerà nei giorni successivi per la tonaca e il cordone dei Sacerdoti del Sacro Cuore di Gesù, restando segno forte della vita consacrata sacrificata in unione di patire, dentro un’offerta profondamente sentita per vittime e carnefici. In seguito, nell’impossibilità di recuperare le salme, 20 giorni più tardi verranno aperte le griglie e la corrente del fiume Reno, resa impetuosa dalle piogge, trascinerà via quei poveri resti per sempre: nulla sarà mai più ritrovato.

7. INSIEME, PER TUTTI

Oggi, dei due sacerdoti martiri don Elia Comini e padre Martino Capelli restano quindi i gesti del loro dono usque effusionem sanguinis: Gesù Eucaristia che volevano portare ai fratelli agonizzanti; la scelta di esporre la vita per amministrare i sacramenti; tante opere di misericordia corporale e spirituale incessantemente compiute (di fatto firmando attraverso di esse la propria condanna a morte, che fu solo differita nella sua occasione ed esecuzione); la preghiera, il perdono… un sacerdozio tutto speso in irrevocabile solidarietà alla porzione di popolo di Dio loro affidata. In loro risalta anche quella dirittura d’animo e limpidezza di vita che si contrappose alle ambiguità di alcuni, in uno dei periodi più lacerati e tragici della storia d’Italia.

Di essi, resta soprattutto quella fraternità sacerdotale che seppe unirli pur nei differenti Istituti religiosi di appartenenza; che li portò a ricercare ciò che accomuna anziché ciò che divide; a cooperare e non a competere; a investire le energie della giovinezza a servizio di un sacerdote anziano – Mons. Mellini –, di fatto rischiando per aiutarlo e per restare accanto a tante mamme e papà, brava e povera gente che oggi attraverso il loro martirio deve parimenti essere onorata. Salvaro era ciò che Mons. Luciano Gherardi ha definito la “comunità dell’Arca”: un luogo dove si accoglie, dove ci si spende per gli altri ed Elia e Martino – due sacerdoti colti, conoscitori delle lingue antiche – dismettono i panni di docente per cingersi il grembiule del servizio e del dono di sé.

In Martino ed Elia si assiste non a una forma di eroismo incosciente, ma piuttosto alla logica conseguenza di un’identità sacerdotale chiara, assunta senza sbavature né licenze poetiche, vissuta con la concretezza innamorata del: “ho un dovere da compiere”, “noi siamo sacerdoti e dobbiamo andare”. Il loro martirio è così atto finale di una vita santa, tutta spesa nel bene e oggi proposta alla venerazione e all’imitazione dei fedeli.

Prof.ssa Lodovica Maria Zanet, Collaboratrice Postulazione Generale Salesiana, Docente Universitaria

Immagine di copertina: monumento agli uccisi della Botte di Pioppe, foto di Giovanni Baldini (2024) CC BY 4.0.

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