L’«ateismo di espiazione» di Madre Teresa di Calcutta

Parliamo di Madre Teresa, Santa, con le parole del Cardinal Raniero Cantalamessa

Oggi la Chiesa ricorda Santa Madre Teresa di Calcutta, e per l’occasione noi ripubblichiamo l’articolo su di lei uscito a gennaio 2025 sulla rivista “Sacro Cuore – Vivere”.

Ringraziamo Padre Raniero Cantalamessa, Cardinale, per queste meravigliose affermazioni sulla spiritualità di Madre Teresa.

Cosa è avvenuto nell’animo di Madre Teresa dopo che disse il suo “sì” all’ispirazione divina che la chiamava a lasciare tutto per mettersi a servizio dei più poveri dei poveri?

Lo hanno rivelato i diari personali e le lettere al suo direttore spirituale,conosciuti da tempo, ma resi pubblici solo in occasione del decennale della morte della Madre, nel settembre 2007. Alcuni commentatori laici si sono del tutto ingannati circa il senso di questi scritti, affermando che essi costringono a rivedere l’idea che la gente si è fatta della persona e della santità di Madre Teresa. Qualcuno ne ha tratto addirittura la conclusione che “si può essere santi anche senza fede”.
In realtà, questi scritti intimi, lungi dal diminuire la statura di Madre Teresa di Calcutta, la ingigantiscono, ponendola al fianco dei grandi mistici della cristianità.

Ci può far conoscere qualche breve stralcio delle lettere per darci un’idea della densità delle tenebre in cui si venne a trovare?

Eccone uno. “C’è tanta contraddizione nella mia anima, un profondo anelito a Dio, così profondo da far male, una sofferenza continua – e insieme il sentimento di non essere voluta da Dio, respinta, vuota, senza fede, senza amore, senza zelo… Il cielo non significa niente per me, mi appare un luogo vuoto”.
Non è difficile riconoscere subito in questa esperienza di Madre Teresa un caso classico di quello che gli studiosi di mistica, dietro S. Giovanni della Croce, sono soliti chiamare ‘la notte oscura dello spirito’.

Quindi dobbiamo pensare che questa oscurità accompagnò Madre Teresa fino alla morte?

No, c’è una breve parentesi nel 1958, durante la quale poté scrivere giubilante: “Oggi la mia anima è ricolma di amore, di gioia indicibile e di una ininterrotta unione d’amore”. Se a partire da un certo momento non ne parla quasi più non è perché la notte è finita, ma perché ella si è ormai adattata a vivere in essa. Non solo l’ha accettata, ma riconosce la grazia straordinaria che racchiude per lei.
Ecco infatti cosa dice in un altro brano. “Ho cominciato ad amare la mia oscurità, perché credo ora che essa è una parte, una piccolissima parte, dell’oscurità e della sofferenza in cui Gesù visse sulla terra”.

Il fiore più profumato della notte di Madre Teresa è il suo silenzio su di essa. Aveva paura, parlandone, di attirare l’attenzione su di sé. Anche le persone a lei più vicine non hanno sospettato nulla, fino alla fine, di questo interiore tormento della Madre. Su suo ordine, il direttore spirituale dovette distruggere tutte le sue lettere e se alcune se ne sono salvate è perché egli, con il permesso di lei, ne aveva fatto una copia per l’arcivescovo e futuro cardinale T. Picachy, tra le cui carte furono trovate dopo morte. L’Arcivescovo, per nostra fortuna, si era rifiutato di accondiscendere alla richiesta fatta anche a lui dalla Madre di distruggerle.
“Tutto il tempo a sorridere, dicono di me le sorelle e la gente. Pensano che il mio intimo sia ricolmo di fede, fiducia e amore…Se solo sapessero e come il mio essere gioiosa non è che un manto con cui copro vuoto e miseria!”.

Abbiamo altri casi di Santi che hanno vissuto questa situazione della “Notte dello Spirito”?

Sì, Madre Teresa è in “buona compagnia” nella sua desolazione: san Pio di Pietrelcina con il quale si è incontrata da viva, del quale alcuni osservatori laici espressero il parere che quella del mistico del Gargano fosse una santità arcaica, a differenza di quella di Madre Teresa, la santa della carità, che sarebbe una santità moderna. Adesso scopriamo che anche Madre Teresa è stata una mistica e Padre Pio un “santo della carità”, come dimostra l’opera da lui realizzata a “sollievo della sofferenza”.
L’errore è di contrapporre questi due tratti della santità cristiana che vediamo al contrario spesso mirabilmente uniti, cioè altissima contemplazione e intensissima azione.
In un bell’articolo, scritto in occasione della beatificazione, un autore indiano definisce Madre Teresa “una sorella per Gandhi”. Certamente molti tratti accomunano le due grandi anime, i due Mahatma, dell’India moderna, ma è ancor più giusto, credo, vedere in Madre Teresa “una sorella per Padre Pio”. Li accomuna non solo la stessa venerazione della Chiesa, ma anche uno stesso ciclone di gloria da parte dell’opinione pubblica mondiale. Una si è distinta soprattutto nelle opere di misericordia corporali, l’altro nelle opere di misericordia spirituali. Ma è stata proprio Madre Teresa a ricordare al mondo d’oggi che la povertà più brutta non è quella dei poveri di cose, ma quella dei poveri di Dio, di umanità e di amore, la povertà, insomma, del peccato.

Impressionano questi accostamenti che ci fanno capire quanto è grande l’imprevedibile fantasia di Dio nel guidarci alla santità.

Il tratto che più avvicina questi due santi è forse proprio la lunga notte oscura in cui hanno vissuto per tutta la vita. “Vivo in una perpetua notte”, scriveva Padre Pio in una delle sue lettere al confessore. Ricorderò sempre l’impressione che ebbi nel leggere, nel coretto di S. Giovanni Rotondo, dove è esposta in un quadretto, la relazione con cui padre Pio descriveva al suo padre spirituale il fatto delle stimmate. Egli terminava facendo sue le parole del salmo che dice: “Signore, non castigarmi nel tuo sdegno, non punirmi nella tua ira”(Sal 38, 2). Era convinto, e questa convinzione lo accompagnò fino alla morte, che le stimmate non fossero un segno di predilezione e di accettazione da parte di Dio, ma, al contrario, del giusto castigo divino per i suoi peccati. Fu quello che mi aprì gli occhi sulla statura mistica di questo mio confratello, di cui, fino allora, mi ero poco interessato. Per spandere luce, tutte e due queste anime hanno dovuto trascorrere la vita al buio, convinti, per giunta, di “ingannare” la gente.
S. Gregorio Magno dice che il contrassegno degli uomini superiori è che “nel dolore della propria tribolazione, non trascurano l’utilità altrui; e mentre sopportano con pazienza le avversità che li colpiscono, pensano a insegnare agli altri ciò che è necessario, simili in ciò a certi grandi medici che, colpiti essi stessi, dimenticano le loro ferite per curare gli altri”. Questo segno risplende in grado eminente nella vita di Madre Teresa e di Padre Pio. Basta pensare a ciò che, nelle loro condizioni di spirito, sono stati capaci di fare per gli altri, in confessionale o al capezzale di moribondi.
Lungi dal dimostrare, in Madre Teresa e in questi suoi compagni di viaggio, una mancanza di fede, la notte dello spirito ne rappresenta il grado supremo. Ai mistici appartiene in modo del tutto speciale la beatitudine di Gesú: “Beati quelli che pur non avendo visto crederanno” (Gv 20,29).

Ma perché questo strano fenomeno di una notte dello spirito che dura praticamente tutta la vita?

Qui c’è qualcosa di nuovo. Madre Teresa, come Padre Pio ed altri, erano convinti che si trattasse appunto di purificazione e pensavano che il loro “io” fosse particolarmente duro da vincere, se Dio era costretto a tenerli così a lungo in quello stato. Ma non era certo questo.
C’è una ragione ancora più profonda che spiega queste notti che si prolungano per tutta una vita: la “partecipazione alle sofferenze di Cristo” (Fil 3,10) per la redenzione del mondo. Gesù nel Getsemani sperimentò per primo e per tutti la notte oscura dello spirito e in essa anche morì a giudicare dal grido dalla croce: “Dio mio, Dio mio perché mi hai abbandonato?” Nella lettera apostolica Novo millennio ineunte, a proposito del “volto dolente” di Cristo, Giovanni Paolo II, scriveva:
“Di fronte a questo mistero, accanto all’indagine teologica, un aiuto rilevante può venirci da quel grande patrimonio che è la `teologia vissuta’ dei Santi.
Non rare volte i Santi hanno vissuto qualcosa di simile all’esperienza di Gesù sulla croce nel paradossale intreccio di beatitudine e di dolore”.
Il papa cita l’esperienza di S. Caterina da Siena e di Teresa di Gesù Bambino e chissà che, nel segreto, non pensasse anche a Teresa di Calcutta. Mi sembra difficile immaginare che la Madre abbia tante volte incontrato a tu per tu il suo grande amico Karol Wojtyla senza mai confidargli qualcosa del suo stato, se non altro per chiedergli di pregare per lei. Sappiamo, in ogni caso, che anche Madre Teresa è giunta a vedere la sua prova come una risposta al desiderio di condividere il “Sitio” di Gesù sulla croce:
“Se la pena e la sofferenza, la mia oscurità e separazione da te ti da una goccia di consolazione, mio Gesù, fa di me ciò che vuoi…Imprimi nella mia anima e nella vita la sofferenza del tuo cuore…Voglio saziare la tua sete con ogni singola goccia di sangue che puoi trovare in me. Non ti preoccupare di tornare presto: sono pronta ad aspettarti per tutta l’eternità”.
Sarebbe un grave errore pensare che la vita di queste persone sia tutta tetra sofferenza. Nel fondo dell’anima, queste persone godono di una pace e gioia sconosciute al resto degli uomini, derivanti dalla certezza, più forte in esse del dubbio, di essere nella volontà di Dio.

Quindi la gioia e la serenità che emanava dal volto di Madre Teresa non era una maschera, ma il riflesso dell’unione profonda con Dio in cui viveva la sua anima?

La interminabile notte di alcuni santi moderni ha, a mio parere, anche uno scopo “protettivo”. È il mezzo inventato da Dio per i santi di oggi che, come Padre Pio e Madre Teresa, vivono e operano costantemente sotto i riflettori dei media. È la tuta d’amianto per chi deve andare tra le fiamme; è l’isolante che impedisce alla corrente elettrica di disperdersi, provocando corti circuiti…
S. Paolo diceva: “Perché non montassi in superbia per la grandezza delle rivelazioni, mi è stata messa una spina nella carne” (2 Cor 12,7). La spina nella carne che era il silenzio di Dio si è rivelata efficacissima per Madre Teresa: l’ha preservata da ogni ebbrezza, in mezzo al gran parlare che il mondo faceva di lei, perfino al momento di ritirare il premio Nobel per la pace. “Il dolore interiore che sento – diceva – è talmente grande che non provo nulla per tutta la pubblicità e il parlare della gente”.
Anche questo accomuna Madre Teresa a Padre Pio. Un giorno Padre Pio, guardando dalla finestra la folla radunata sul piazzale, chiese meravigliato al confratello che gli stava accanto: “Ma perché sono venuti tutti questi?”, e alla risposta: “Per lei, Padre”, si ritirò in fretta sospirando: “Se solo sapessero…”.
Altro che santi “arcaici”, i mistici sono i più moderni tra i santi.

Non le sembra che il mondo d’oggi conosce una nuova categoria di persone: gli atei in buona fede che cercano Dio, ma per svariati motivi non lo trovano?

Sì, e vero ci sono scrittori che vivono dolorosamente la situazione del silenzio di Dio, che non credono in Dio ma non si fanno un vanto di ciò; sperimentano piuttosto l’angoscia esistenziale e la mancanza di senso del tutto; vivono anch’essi, a loro modo, in una notte oscura dello spirito.
Nel suo romanzo “La peste” Albert Camus li chiamava “i santi senza Dio”. I mistici esistono soprattutto per essi; sono loro compagni di viaggio e di mensa. Come Gesù, essi “si sono assisi alla mensa dei peccatori e hanno mangiato con loro” (cf. Lc 15,2).
Questo spiega la passione con cui certi atei, una volta convertiti, si sono buttati sugli scritti dei mistici: Claudel, Bernanos, i due Maritain, L. Bloy, lo scrittore J.-K. Huysmans e tanti altri sugli scritti di Angela da Foligno, T.S. Eliot su quelli di Giuliana di Norwich. Vi ritrovavano lo stesso paesaggio che avevano lasciato, ma questa volta illuminato dal sole. Pochi sanno che Samuel Beckett, l’autore di “Aspettando Godot”, il dramma più rappresentativo del teatro dell’assurdo, nel tempo libero leggeva S. Giovanni della Croce.
La parola “ateo” può avere un senso attivo e un senso passivo. Può indicare uno che rifiuta Dio, ma anche uno che – almeno così gli sembra – è rifiutato da Dio. Nel primo caso, si tratta di un ateismo di colpa (quando non è in buona fede), nel secondo di un ateismo di pena, o di espiazione. In quest’ultimo senso possiamo dire che i mistici, nella notte dello spirito, sono degli `a-tei’, dei senza Dio. Madre Teresa ha parole che nessuno avrebbe sospettato in lei:
“Dicono che la pena eterna che soffrono le anime nell’inferno è la perdita di Dio… Nella mia anima io sperimento proprio questa terribile pena del danno, di Dio che non mi vuole, di Dio che non è Dio, di Dio che in realtà non esiste. Gesù, ti prego perdona la mia bestemmia”.

Questa è una nuova dimensione della vera santità. Madre Teresa ha lavorato per le persone più povere a prescindere dalla loro cultura o dalla loro fede. Si è fatta vicina all’uomo ferito, come il buon Samaritano.

I mistici sono giunti a un passo dal mondo dove vivono i senza Dio; hanno sperimentato la vertigine di buttarsi giù. È ancora Madre Teresa che scrive al suo padre spirituale:
“Sono stata sul punto di dire No… Mi sento come se qualcosa un giorno o l’altro dovesse spezzarsi in me”. “Prega per me, che io non rifiuti Dio in quest’ora. Non lo voglio ma temo di poterlo farlo”.
Ma Madre Teresa si rende conto della natura diversa, di solidarietà e di espiazione, di questo suo “ateismo”. Scrive:
“Voglio vivere in questo mondo così lontano da Dio e che ha voltato le spalle alla luce di Gesù, per aiutare la gente, prendendo su di me qualcosa della loro sofferenza”.
“Se mai un giorno arriverò a essere santa, sarò certamente una santa dell’oscurità. Mi assenterò continuamente dal cielo, per accendere una luce in coloro che sono nell’oscurità sulla terra”.
Per questo i mistici sono gli ideali evangelizzatori nel mondo post-moderno, dove si vive “etsi Deus non daretur”, come se Dio non esistesse. Ricordano agli atei onesti che non sono “lontani dal regno di Dio”; che basterebbe loro spiccare un salto per ritrovarsi dalla sponda dei mistici, passando dal nulla al tutto. Aveva ragione Karl Rahner di dire: “Il cristianesimo del futuro, o sarà mistico, o non sarà”. Padre Pio e Madre Teresa sono la risposta a questo segno dei tempi. Non dobbiamo “sprecare” i santi, riducendoli a distributori di grazie, o di buoni esempi.

Don Ferdinando Colombo, salesiano

N.B. Per questa intervista “impossibile” abbiamo utilizzato un articolo di Padre Raniero Cantalamessa che ora è confluito nel libro: “Madre Teresa. Una santa per gli atei e gli sposati”, edito da San Paolo nel 2018.

CARDINAL RANIERO CANTALAMESSA

Il Cardinale Raniero Cantalamessa, O.F.M. Cap., Predicatore della Casa Pontificia, è nato a Colli del Tronto (AP) il 22 luglio 1934. Ordinato sacerdote nel 1958, si è laureato in Teologia a Friburgo, Svizzera, e in Lettere classiche all’Università Cattolica di Milano. Già professore ordinario di Storia delle origini cristiane e Direttore del Dipartimento di scienze religiose dell’Università del Sacro Cuore di Milano, è stato membro della Commissione Teologica Internazionale dal 1975 al 1981 e, per dodici anni, membro della delegazione cattolica per il dialogo con le Chiese Pentecostali.
Nel 1979 ha lasciato l’insegnamento per dedicarsi a tempo pieno al ministero della Parola. È stato nominato da Giovanni Paolo II Predicatore della Casa Pontificia nel 1980; confermato per Benedetto XVI nel 2005 e il 18 luglio 2013 è stato confermato da papa Francesco in tale carica. In questa veste detta ogni settimana, in Avvento e in Quaresima, una meditazione in presenza del Papa, dei cardinali, vescovi, prelati e superiori generali di ordini religiosi.
È chiamato a parlare in molti paesi del mondo, spesso anche da fratelli di altre denominazioni cristiane. Ha ricevuto la Laurea Honoris Causa in Giurisprudenza all’Università Notre Dame di South Bend (Indiana), in Scienze della comunicazione all’Università di Macerata e in Teologia all’Università Francescana di Steubenville (Ohio).
Oltre i libri scientifici scritti come storico delle Origini Cristiane, sulla Cristologia dei Padri, la Pasqua nella Chiesa antica e altri temi, ha pubblicato numerosi altri libri di spiritualità, frutto della sua predicazione alla Casa Pontificia, tradotti in una ventina di lingue.
Da Papa Francesco creato e pubblicato Cardinale nel Concistoro del 28 novembre 2020, della Diaconia di Sant’Apollinare alle Terme Neroniane-Alessandrine.

Immagine di copertina: ritratto di Madre Teresa di Calcutta dipinto da Robert Pérez Palou, CC BY-SA 4.0 Link

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