Ieri, all’ospedale Molinette di Torino, è morto fratel Enzo Bianchi, fondatore della Comunità ecumenica di Bose. Vogliamo ricordarlo anche noi, riproponendo questa intervista che ci aveva concesso e che è stata pubblicata nel marzo 2018 sulla nostra rivista.
Enzo mi ha concesso questa intervista in quel angolo di paradiso che è la conca verde della serra biellese, dove è adagiata la struttura della Comunità di Bose.
La prima volta che ho messo piede a Bose è stato nel 1968, quando con un gruppo di universitari pavesi eravamo alla ricerca di nutrimento spirituale. Enzo era ancora solo, la casa era una cascina, la cappella era dove prima c’era la stalla; ricordo che proprio lì ci ha coinvolto nella preghiera e nella riflessione. Oggi…
Tu sei un cercatore di Dio, qual è stata l’esperienza che ha determinato l’orientamento della tua vita e dopo tanti anni di esperienza cosa proporresti ad un adulto che cerca Dio?
Innanzitutto la ricerca di Dio s’innesta sempre in una certa vita interiore che bisogna avere. Io credo che in questo senso sono ancora fortunato, perché appartengo a generazioni alle quali la Chiesa insegnava la vita interiore. Insegnava a restare soli, a pensare, insegnava anche una certa arte della lotta spirituale, e tutto questo faceva sì che uno crescesse con una vita interiore ricca, abituato a pensare tutto, a guardare, a contemplare tutto, a cercare il significato e il senso di tutto quello che faceva.
Ecco, quando c’è una tale ricerca, che è molto umana, oserei dire una ricerca del vero uomo – san Paolo parla dell’uomo interiore, san Pietro nella sua Prima Lettera parla dell’uomo nascosto del cuore -, insomma, quando c’è questa ricerca, io credo che a un certo punto uno s’accorge che il dialogo che fa dentro di sé ha un destinatario che va oltre se stesso, va oltre il suo limite e questo è Dio, è la voce di Dio.
Questa è una delle esperienze fondamentali della fede. Uno si chiede: quand’è che credo? Quando nella mia vita interiore mi accorgo che non parlo solo con me stesso, ma che faccio l’esperienza di una voce, di un ascolto di qualcosa che è aldilà di me.
Questo è, direi, il frammento dell’esperienza con Dio, per cui poi lo si cerca e si scopre che è Dio che cerca noi. Tutto questo credo sia una grammatica umana, ma essenziale anche per la vita cristiana. Credo che sia quella che manca di più oggi, perché sovente si vuole subito l’azione di carità, l’azione di giustizia, l’azione del fare il bene. Guai se queste cose non ci fossero, il cristianesimo sarebbe vano. Però poi la fonte attraverso cui si fanno le cose e si vivono, questa vita interiore, ha bisogno di quest’acqua di vita che zampilla in noi, che è lo Spirito di Dio, che è una certa esperienza di Dio che siamo chiamati a fare, che secondo me è veramente importante.
A chi vuole, sente il desiderio, ha questa sete in sé, io direi: ricordati che cercare il vero uomo è cercare Dio. Impara ad avere una vita interiore profonda, a pensare le cose, a chiederti le ragioni delle cose, a farti le domande essenziali: “Da dove vengo? Dove vado? C’è qualcosa che mi può dare senso?”.
Ecco, in tutto questo alla fin fine emerge anche la parola “Dio”. Questa presenza di cui noi non sappiamo sovente parlare, dire molto, ma che è un’esperienza reale che facciamo dentro di noi, di colui che è più intimo del nostro intimo, direbbe sant’Agostino. Ma che poi nella vita, senza ricorrere alle formule dei Padri o dei teologi, è davvero la sorgente in noi profonda come la nostra coscienza, là dove davvero Dio può parlare al nostro cuore e a ciascuno di noi personalmente.
Questo secondo me è il cammino che bisogna fare, un cammino di umanizzazione: in ogni caso c’è sempre un guadagno. Io credo che non è solo questione di un guadagno, ma questo apre a un incontro con una verità più grande di quella che noi supponevamo.
Io penso che allora la seconda domanda si agganci perfettamente: perché scegliere un posto, diciamo, riservato?
Certamente la vita monastica cerca un posto in disparte, non direi separato perché se nella mia vita i tre anni che ho vissuto solo sono stati di separazione, di solitudine, di eremitismo, presto poi hanno però cominciato a venire qui a Bose uomini e donne. E oggi ci troviamo con ventimila ospiti all’anno, ciò che non avremmo supposto. Quindi abbiamo una vita più intensa forse di quanto non sarebbe in città. Però è vero che l’essere in disparte è necessario: consente un luogo di silenzio, consente un luogo per l’abitare con se stessi, consente una vita con un certo ritmo che non sia disumano, che conceda il tempo per pensare, per pregare, per stare con gli altri e per comunicare, per andare in profondità di se stessi.
Dalle otto di sera, quando suona la campana del grande silenzio, fino alle sei del mattino, quando andiamo a pregare in chiesa e poi torniamo in cella fino alle otto, per undici ore su ventiquattro, circa la metà, viviamo nel silenzio e nella solitudine. Per noi è essenziale. Questo non lo facciamo per noi, perché chi fa questa esperienza umana la fa per tutti gli altri e può quindi anche essere di aiuto eventuale agli altri, perché ognuno di noi è l’umanità. E se uno fa un progresso umano di umanizzazione o di spiritualità, lo fa per tutti.
Quindi io credo che in questo senso la vita monastica è sì in disparte, però può inoculare nella società dei messaggi, delle urgenze, far vedere che sono possibili certi elementi, come la solitudine, il pensare, il contemplare, il meditare bene le cose, il conoscere se stessi in profondità. Ne hanno tutti bisogno.
Allora certo, io ho scelto questa via, perché la sentivo più aderente a me. Anche chi mi faceva da guida spirituale mi diceva che quella era la via da percorrere, nonostante io fossi molto impegnato da giovane in politica e avessi soprattutto progettato una vita con una carriera politica. Però poi la mia verità mi sembra che sia stata questa e oggi sono contento della vita che ho fatto, non ho rimpianti per nessun motivo.
Come contagiare la vita dei cristiani con un’esperienza come la tua, – ma io penso a tanti altri monasteri molto significativi,- come contaminare di questa ricchezza le comunità parrocchiali che, viceversa, sono immerse oggettivamente in un ritmo che non è più umano e in un contatto che molte volte è troppo individualista e quindi mancano della coscienza di essere comunità?
Certamente nella Chiesa si parla sempre di rivoluzioni da fare, e tutti pensano alle rivoluzioni e ai cambiamenti delle strutture. Io penso che l’unica rivoluzione urgente sempre, della quale non si parla mai, è veramente un rinnovamento della vita quotidiana umana. Quella dobbiamo fare, perché è inutile che noi pensiamo a riformare tante cose se poi la nostra vita continua così, in una forma che è soggetta ad alienazioni continue: la mancanza di tempo, il non trovarci più insieme tra marito e moglie e figli. Si pensi solo alla cena: era un luogo di comunicazione, mentre adesso la tavola è diventata il luogo di maggiore estraneità.
Io vedo i ragazzi che vanno in pizzeria, quattro o cinque, e invece di parlare, comunicare come facciamo noi, ognuno con il suo iphone fa le sue cose, stanno anche un’ora insieme senza dirsi una parola. Dovremmo capire che questa è barbarie.
Poi lo si vede dall’incattivimento cui adesso assistiamo nella società, nella gente, sui social network, ci sono insulti, si denigra l’altro…
In questo raccogliamo il frutto di una vita con troppe alienazioni e non sufficientemente umana. La vita cristiana dovrebbe insegnare, chiedere queste cose.
Penso ad esempio alla liturgia: non attira più nessuno, i giovani a Messa non vanno più, fanno una fatica senza fine. Però non si dica che sono le liturgie, le cose che si dicono…
Il primo male che nessuno ha il coraggio di denunciare è la patologia nell’assemblea. Un’assemblea di individui che vanno ognuno per consumo religioso individuale, che entrati in chiesa si mettono sparpagliati qua e là. Lo vedo anch’io che quando vado, magari sarei l’unico che dovrei fare ciò, essendo io con una comunità, mi capita raramente di essere a Messa fuori-, dovrei essere estraneo, potrei stare in un angolo. Ma poi tutti gli altri della comunità, entrano, rispondono più o meno a quel che il prete dice, poi se ne vanno ognuno per suo conto. Quella non è un’assemblea, anche se si dice: “Ma la gente partecipa col cuore”…
Un giovane vuol vedere un’assemblea che è davvero assemblea, in cui ci sono voci, in cui ci si dice qualcosa, in cui si comunica qualcosa, in cui si fanno alcune azioni comuni. È alienante l’assemblea della Messa così com’è oggi. Solo chi ha delle abitudini continua per abitudine ad andare o perché ha il bisogno spirituale individualistico di salvarsi l’anima.
Però l’assemblea non c’è. Sarebbe molto meglio avere meno Eucaristie, ma che siano veramente luogo di assemblea. Non dico che la gente debba conoscersi – perché questo è un mito – ma che almeno si riconosca, che abbia l’occasione di dire: “Ci ascoltiamo a vicenda, voglio sapere tu cos’hai che ti fa male, perché tu soffri, se hai un bisogno, se ne hai un altro”. Cioè che le assemblee abbiano un volto. Se invece sono così anonime, ciò non avviene, e io temo proprio questo.
In una comunità come la nostra, quando vengono qui le famiglie e fanno alcuni giorni con noi, siamo meravigliati per le cose che ci dicono: “Adesso vogliamo tornare a casa, vogliamo cercare a cena di trovarci, di spegnere la televisione per poterci parlare”, perché non conoscono più queste esperienze elementari di qualità umana dei pasti, dello stare insieme, dell’avere un momento di calma.
Allora è impossibile che su un tessuto umano così malandato e alienato possa prosperare la Chiesa. La Chiesa si nutre dell’umanità, quindi la Chiesa deve ispirare l’umanità, deve plasmarla, ma ne ha assolutamente bisogno, altrimenti il Cristianesimo rischia di essere un movimento a cui fanno riferimento alcune persone, alcune minoranze che oscillano tra l’identità culturale da mantenere a ogni costo e l’eventuale bisogno religioso da consumare privatamente.
No, il Cristianesimo non è quello, il Cristianesimo vuole la Chiesa come popolo, vuole una Chiesa come comunità; o noi cambiamo queste cose oppure le riforme di cui si parla, la Curia, le strutture, non servono a nulla.
In effetti, il frutto che viene a mancare è la trasmissione della fede. Abbiamo generazioni ormai di ventenni che non hanno avuto nessuna catechesi o meglio ancora hanno fatto la Prima Comunione, ma non hanno percepito minimamente l’idea di una comunità cristiana, quindi sono analfabeti nella fede. Come fare a trasmetterla?
Questo lo percepiamo bene anche noi, perché quelli che vengono a Bose e che sono già minoranza delle minoranze che vogliono fare un cammino monastico-vocazionale, oggi non sanno nulla della vita della Chiesa, non sanno nulla della Parola di Dio, non sanno nulla dei Sacramenti.
Noi dobbiamo, in quello che si chiama postulandato, consegnare gli elementi essenziali della fede cristiana. Siamo sbalorditi che nella Chiesa ci sia stata una tale rottura di trasmissione per cui i ventenni attuali sono veramente un altro pianeta, sono “marziani” rispetto al Cristianesimo. Però bisogna tenere conto di alcune cose in proposito.
La prima cosa: grossa responsabilità ce l’hanno i genitori. Con la mia generazione si è pensato di dire, forse in reazione a quello che avveniva prima nella Chiesa: “Lasciamo liberi i figli, quando son grandi decideranno cosa fare”. E così gli si è tolta una continuità minima di rapporto col Signore, e certamente questo ha finito per spegnere il lumicino già fumigante.
La seconda cosa è che la Chiesa parla ancora troppo di dottrina e non parla abbastanza di Gesù Cristo. Un ragazzo ha bisogno di conoscere Gesù Cristo, non la dottrina cattolica, questa verrà dopo. Perché se lui conosce Gesù Cristo, il Vangelo, non lo dimenticherà mai. Se lui invece ha tante idee su Dio, sulla Chiesa, sui Sacramenti, sulla morale, oscilla tra il sentirsi alcune volte irritato dalla moralità della Chiesa, al sentirsi alcune volte proprio estraneo.
L’ho scritto, l’ho detto, la Chiesa deve rendersi conto che oggi più che mai è il momento di far valere quello che dice Gesù nel quarto Vangelo: “Nessuno può andare al Padre, se non attraverso di me”. Oggi le nuove generazioni non sono più sensibili a Dio, sono ancora sensibili a Gesù Cristo, verso il quale c’è un certo rispetto di tutte le componenti della società, anche dei cosiddetti atei e non credenti.
Quindi, se noi facessimo conoscere di più Gesù Cristo, poi i giovani potrebbero conoscere anche Dio, e infine conoscerebbero anche la Chiesa che è il suo corpo. Ma passare attraverso la dottrina, come si fa, è un processo oggi sterile. Quindi c’è questo secondo aspetto di catechesi che la Chiesa deve imparare.
La terza cosa è che i giovani non hanno bisogno di una Chiesa che fa la giovanilista, che dice: “Voi siete il futuro del mondo”, che li imbonisce. Hanno bisogno di essere ascoltati!
E quindi non bisogna tanto parlare ai giovani, quanto piuttosto ascoltarli, ascoltarli, ascoltarli.
Se si conosce il loro cuore, cosa brucia nel loro cuore, è possibile dire loro una parola opportuna, altrimenti prendono tutto come uno slogan. Hanno bisogno di qualcosa di molto personale, di molto esperienziale, non formule, non dottrine, non teologia.
Oggi poi non li attira più neanche la spiritualità. Trent’anni fa c’era la concorrenza tra spiritualità cristiana, spiritualità induista, buddhista, l’oriente; adesso i giovani in oriente non vanno più, hanno bisogno di qualcosa di molto più semplice, più umano, ma esperienziale e che sia particolarmente diretto a loro. La trasmissione della fede oggi si può solo fare così.
Sei passato direi, per osmosi legittima, a rispondere alla domanda che chiedeva appunto quali suggerimenti dare ai genitori per i loro figli. Ecco questa è una domanda che per me salesiano è molto importante. Il genitore che vive individualisticamente la fede e che si trova un figlio che poi addirittura manca degli elementi fondamentali umani, deve affrontare una difficile convivenza.
Dirò di più. Sovente i genitori si puliscono la coscienza dicendo ai figli: “Andate a Messa”, ma sono i primi loro che, se c’è da andare in montagna, non vanno a Messa. Quando i bambini sentono queste cose, non reagiscono, perché non hanno la forza di parlare, però sedimentano dentro di sé.
E poco per volta nasce in loro la convinzione che andare a Messa è una cosa da bambini. Si va perché non fa male, ma non è essenziale. Tant’è vero che i genitori non andavano.
Allora bisogna che i genitori capiscano questo, perché le contraddizioni che loro vivono influenzano i figli.
Oggi non c’è più il principio d’autorità, c’è l’autorevolezza. Se uno ha sperimentato qualcosa, lo trasmette, ma nessuno può dare quello che non ha. E i giovani sono molto attenti a questo, gli adolescenti ne hanno bisogno. Lo dico sempre: “La loro è l’età delle mele”. Non pretendiamo neanche che vengano sempre in chiesa, ma cerchiamo che abbiano sempre un contatto possibile con la Chiesa, con l’ambiente cristiano, con il Cristianesimo. E allora a quel punto lì fanno la sbandata tipica dell’età delle mele, ma poi ci sono. Se invece li lasciamo andare, è finita per sempre.
Passiamo anche questa volta per la consequenzialità del discorso al problema “famiglia”. Nella società in cui viviamo, vediamo famiglie che si sfasciano come conseguenza di un individualismo egoista che cede al proprio piacere privato, altre come conseguenza della confusione delle idee, dei valori. In pratica viene teorizzata l’affermazione che non ha più senso formare una famiglia che duri per sempre. O ispirandosi alla teoria del gender ci si accoppia come si crede più opportuno, secondo un istinto, una simpatia. La nostra indignazione non serve a niente. Cosa potremmo fare per salvare la famiglia?
Prima di tutto capire che è cambiata l’antropologia, la rivoluzione antropologica dal ’68 in poi è stata una rivoluzione sessuale antropologica. Non rivoluzione economica, né sociale, ma certamente antropologica e sessuale, quella sì. E allora in questa nuova situazione sono caduti i paradigmi e i canoni di una volta.
Però noi crediamo, umanamente e cristianamente, che ci sono alcune cose che non possono essere eliminate: una di queste è la polarità sessuale, maschio e femmina, al di là delle teorie del gender. È vero che ci sono persone che non sanno determinarsi, però è un’eccezione, c’è sempre stata. Ieri era nascosta, oggi emerge, è chiassosa; qualche volta è addirittura di cattivo gusto, lo sappiamo bene. Però dobbiamo renderci conto che l’antropologia è cambiata.
Si pensi una sola cosa. In Italia non abbiamo ancora imparato nelle nostre assemblee liturgiche a dire “fratelli e sorelle”. In quasi tutte le liturgie si parla solo di “fratelli”, ma se ci sono donne, bisogna dire “fratelli e sorelle”. La scorsa settimana i vescovi svedesi che erano qui da noi, ventidue vescovi protestanti, mi hanno confidato che adesso hanno la richiesta da parte di quelli che dicono: “Noi non possiamo chiamarci né fratelli né sorelle, perché la nostra situazione non è né maschile né femminile. Inventate un’altra parola da mettere nella liturgia”. Non credo che ci sarà soluzione, cosa si può dire? Questo però per dire dove il mondo sta andando, in quelle terre sono già lì.
Allora il problema qual è? La polarità non verrà meno, ma si abbia rispetto per queste persone che sono indeterminate, che la natura ha fatto così e che sono figli di Dio come gli altri. Certamente hanno una vita molto difficile, lo dico per esperienza, perché seguo parecchi di loro. Il disegno di Dio però è maschio e femmina, con i figli come frutto dell’amore.
La Chiesa metta avanti questo che è davvero il modello umano, umanissimo per eccellenza. Senza il quale non ci sarà futuro, ma che non può essere smentito, perché la forza che c’è dentro di noi porta verso questa polarità, maschio e femmina, e alla nascita del terzo, il figlio come novità dell’amore.
Ma si cerchi anche che questo cammino della coppia sia preparato bene, sostenuto anche dopo il matrimonio. Cioè la Chiesa è arrivata con gli anni ’60, me lo ricordo, a pensare una preparazione al matrimonio che mai aveva pensato prima. Ma non ha mai pensato ad accompagnare la coppia, ad accompagnare gli sposati. Gli sposati erano semplicemente la comunità cristiana con i loro figli. Invece vanno accompagnati, le difficoltà sono grandi, il matrimonio cristiano è un portare la croce arduo, oltre che una grande esperienza di gioia e di umanità.
Al riguardo la Chiesa deve imparare una nuova grammatica, insegnare tante cose ai coniugi che non ha mai insegnato. Faccio un semplice calcolo: io sono cresciuto in un tempo in cui l’adulterio era il tradimento assoluto; qui nel nord no, ma nel sud lo si vendicava con l’omicidio, e nessuno si scandalizzava. Ma poi la Chiesa ha insegnato che, ad esempio, se tra i coniugi c’è l’adulterio, bisogna perdonare e trovare la forza di tornare insieme. Allora in un cammino così arduo come oggi, se i coniugi non conoscono la grammatica del perdono, del ricominciare dimenticando, come possono le unioni matrimoniali durare? Ormai l’adulterio è un evento che con gli attuali mezzi e le attuali situazioni non è più così straordinario, purtroppo. È un grave male, ma succede. Però per salvare il matrimonio, la famiglia, bisogna mettere in atto forze di perdono, una grammatica, lo ripeto, del ricominciare dimenticando.
A tutto questo le nostre coppie non sono pronte, alla prima difficoltà saltano, questa è la realtà. Allora ci vuole tutto un cammino della Chiesa, un cammino nuovo. E credo anche che il cammino di misericordia che papa Francesco vuole è una cosa molto bella. Ma se non c’è questo cammino cui ho accennato, ciò che viene proposto rischia di essere un’autostrada da percorrere, mentre la strada ordinaria è accidentata, e non si riesce ad andare avanti.
Grazie. Vorrei farti una provocazione finale: una tua dichiarazione d’amore a Gesù Cristo proprio come detta il cuore.
Devo dire che, certo, sono un figlio della Chiesa Tridentina e per molto tempo dentro di me il primato ce l’aveva Dio, come avveniva per tutti i cristiani della mia generazione.
Ben presto però ho avuto la fortuna di accostarmi al Vangelo e il Vangelo mi ha fatto conoscere Gesù Cristo, colui che – come afferma il prologo del quarto Vangelo – ha raccontato e rivelato Dio in modo ultimo e definitivo. Da quel momento anche la mia fede in Dio, se così posso esprimermi, è cambiata sensibilmente. Da allora sono certo di amare Gesù Cristo al di sopra di tutto, e per lui, con lui e in lui, di conoscere e amare anche Dio, quello che Gesù chiamava “Abba, Padre”. E spero che questo amore sia la possibilità per me di salvezza e di vita eterna.
Don Ferdinando Colombo, salesiano
Enzo Bianchi, fondatore di Bose
Enzo Bianchi è nato a Castel Boglione (AT) in Monferrato il 3 marzo 1943. Dopo gli studi alla Facoltà di Economia e Commercio dell’Università di Torino, alla fine del 1965 si è recato a Bose, una frazione abbandonata del Comune di Magnano sulla Serra di Ivrea, con l’intenzione di dare inizio a una comunità monastica. Raggiunto nel 1968 dai primi fratelli e sorelle, ha scritto la regola della comunità la quale conta un’ottantina di membri tra fratelli e sorelle di cinque diverse nazionalità ed è presente, oltre che a Bose, anche a Gerusalemme (Israele), Ostuni (BR), Assisi (PG), Cellole-San Gimignano (SI) e Civitella San Paolo (RM). È stato priore della comunità dalla fondazione fino al 25 gennaio 2017.
Nel 1983 ha fondato la casa editrice Edizioni Qiqajon che pubblica testi di spiritualità biblica, patristica, liturgica e monastica. Nel 2000 l’Università degli Studi di Torino gli ha conferito la laurea honoris causa in “Scienze Politiche” e nel 2016 anche l’Università degli studi di Scienze Gastronomiche di Pollenzo gli ha conferito la Laurea Honoris Causa. Membro del Consiglio del Comitato cattolico per la collaborazione culturale con le Chiese ortodosse e orientali del Pontificio Consiglio per la promozione dell’unità dei cristiani, ha fatto parte della delegazione nominata e inviata da papa Giovanni Paolo II a Mosca nell’agosto 2004 per offrire in dono al patriarca Aleksij II l’icona della Madre di Dio di Kazan. Ha partecipato come “esperto” nominato da papa Benedetto XVI ai Sinodi dei vescovi sulla Parola di Dio (ottobre 2008) e sulla Nuova evangelizzazione per la trasmissione della fede cristiana (ottobre 2012).
Nel 2014 Papa Francesco lo ha nominato Consultore del Pontificio Consiglio per la promozione dell’unità dei cristiani. Nel 2007 ha ricevuto il “Premio Grinzane Terra d’Otranto”, nel 2009 il “Premio Cesare Pavese” e il “Premio Cesare Angelini” per il libro Il pane di ieri, nel 2013 il “Premio internazionale della pace”, nel 2014 il “Premio Artusi”, nel 2016 il “Premio Emmanuel Heufelder”. Dal 2014 è cittadino onorario della Val d’Aosta e di Nizza Monferrato, dal 2017 della città di Palermo.




