Riconoscenza e gioia

Intervista a don Giovanni Rondelli, salesiano

Per iniziare, puoi raccontarci chi sei, da dove provieni e quale ambiente ha segnato la tua crescita?

Mi chiamo Don Giovanni e vengo da Bologna. La mia storia personale e spirituale è profondamente intrecciata con l’oratorio e con la parrocchia salesiana di San Giovanni Bosco, luoghi che hanno rappresentato per me una vera e propria casa. È lì che sono cresciuto, circondato da persone che mi hanno accompagnato e sostenuto, e che hanno contribuito a formare la mia identità. L’oratorio non è stato soltanto un luogo di gioco e di incontro, ma un ambiente educativo e spirituale che ha inciso profondamente sul mio cammino di vita.

Ma più di tutto ciò che mi ha formato ed educato alla vita di fede è stata la mia famiglia; attraverso l’esempio e l’insegnamento dei miei genitori ho imparato a conoscere e a vivere la vita cristiana, e ancora oggi sono per me uno stimolo a vivere il mio essere salesiano sacerdote in modo pieno e autentico.

Guardando indietro, quali esperienze ritieni siano state decisive per maturare la tua vocazione e comprendere la strada che il Signore ti stava indicando?

Se penso a ciò che ha davvero inciso sulla mia vocazione, non posso che citare l’oratorio. In particolare, l’anno di servizio civile è stato un tempo prezioso: vivere quotidianamente accanto ai ragazzi, condividere con loro gioie e fatiche, mi ha aiutato a crescere nella fede e a riconoscere che il Signore non era un’idea astratta, ma una presenza viva che entrava nella mia vita concreta. Ho percepito che Dio mi stava donando talenti e opportunità, e che mi chiamava a metterli a disposizione degli altri. Accanto a questa esperienza più matura, porto nel cuore anche i tanti momenti vissuti da ragazzo in oratorio: piccoli semi che, giorno dopo giorno, hanno germogliato e portato frutto. Ognuno di quei ricordi è stato un tassello che ha contribuito a costruire il mosaico della mia vocazione.

La chiamata del Signore è un mistero che si manifesta in modi diversi. Come si è presentata nella tua vita e come sei riuscito a riconoscerla nella sua specificità?

Il Signore, con me, ha avuto davvero tanta pazienza e, allo stesso tempo, mi ha sorpreso. Mai avrei immaginato di trovarmi oggi qui, salesiano e sacerdote. Dentro di me c’era una forte inquietudine, la sensazione che mancasse sempre qualcosa. Pian piano ho compreso che quella mancanza trovava risposta nello stare in oratorio, nel lasciarmi guidare e accompagnare da figure significative.

Ricordo con gratitudine il signor Luigi Caluzzi, un grande salesiano ora già in Paradiso. La sua presenza quotidiana tra i ragazzi mi ha sempre affascinato. Durante l’anno di servizio civile ho avuto la grazia di lavorare accanto a lui: è stato uno dei doni più grandi che il Signore mi abbia fatto. Attraverso di lui ho conosciuto meglio chi fosse Don Bosco e ho percepito la concretezza della chiamata.

Se oggi sono qui, lo devo a lui e ad altri salesiani che mi hanno aiutato a fare verità nella mia vita, a dare un nome a quell’inquietudine che portavo dentro e a trasformarla in un cammino di risposta al Signore.

Dopo aver riconosciuto la chiamata, quale percorso hai intrapreso e di cosa ti occupi attualmente nella tua missione salesiana?

Il mio cammino è iniziato con il noviziato a Pinerolo, seguito da due anni di postnoviziato a Nave e poi dal tirocinio a Parma. Sono stati anni intensi e ricchi di grazia, nei quali ho sperimentato quanto grande sia l’amore del Signore e quanto la vocazione sia un dono da accogliere con gratitudine.

Gli anni di tirocinio restano per me una memoria luminosa: ho conosciuto salesiani e laici da cui ho imparato moltissimo, e questo mi sprona ancora oggi a vivere una vita autentica. Dopo gli studi di teologia, nel 2019, sono stato ordinato sacerdote nella mia parrocchia di origine: un dono immenso. Successivamente ho vissuto tre anni a Treviglio come catechista nella scuola superiore e nella formazione professionale. Ora mi trovo a Milano, dove accompagno i ragazzi del Triennio e da sei anni seguo anche l’animazione missionaria dell’Ispettoria. A Milano sono inserito nella comunità proposta, che accoglie giovani in discernimento vocazionale: stare accanto a loro ogni giorno è una grazia che alimenta anche la mia vocazione.

Ci sono santi, luoghi sacri o esperienze di fede a cui sei particolarmente legato e che ti sostengono nel tuo cammino?

Don Bosco è per me un punto di riferimento costante: ogni giorno cerco di ispirarmi alla sua passione per Dio e per i giovani. Valdocco e il Colle Don Bosco sono luoghi speciali, dove mi sento sempre a casa. Sono legato anche a San Francesco d’Assisi: il suo totale abbandono a Dio, la scelta radicale di spogliarsi di tutto, mi hanno sempre affascinato. Assisi è una terra che porto nel cuore e in cui torno volentieri. Tra i santi più vicini a noi nel tempo, devo molto a San Giovanni Paolo II. Ricordo ancora il suo funerale nel 2005: fu un’esperienza di fede intensa che mi fece comprendere cosa significhi essere Chiesa. La sua passione per Cristo, per la Chiesa e per i giovani è per me un esempio costante, e mi affido spesso alla sua intercessione per cercare di essere un sacerdote buono e fedele.

Guardando al futuro, quali sono i tuoi programmi e quali desideri custodisci nel cuore?

Il mio desiderio è semplice e profondo: continuare a vivere con gioia la mia vocazione, essere sempre di più un salesiano figlio di Don Bosco, appassionato di Dio e dei giovani. Non posso chiedere di più di ciò che già ho e che già sono. Ogni giorno cerco di rinnovare questo sì, con gratitudine e fiducia.

Infine, quale messaggio vorresti lasciare ai nostri lettori, in questo tempo che appare così segnato da difficoltà e smarrimento?

Viviamo in un’epoca in cui spesso prevalgono l’egoismo e la sfiducia. In questo contesto mi tornano alla mente le parole di un grande vescovo, Sant’Oscar Romero: “Condividere ciò che siamo e ciò che abbiamo per sentirci più felici”.

Questa frase mi apre alla speranza e mi ricorda che il Bene non solo fa bene, ma ci fa bene. È un invito a credere che la felicità nasce dal dono di sé, dall’apertura agli altri e dalla capacità di costruire insieme un mondo più umano e fraterno.

Ugo P. Aluppi

Immagine di copertina: Don Giovanni Rondelli nel giorno della sua ordinazione sacerdotale.

In questa rubrica vogliamo farci raccontare come il Signore ha chiamato alla vocazione alcune persone. Qui raccontiamo la storia di Giovanni Rondelli, che ha scelto di farsi prete e salesiano. Chi volesse segnalarci una persona da intervistare perché racconti la sua storia di vocazione può scriverci a:
redazione@sacrocuore-bologna.it.
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