La storia di Don Paolo Karol Maria Negrini
Parlaci del tuo incontro con Dio: quando Lo hai sentito davvero vicino?
Ho incontrato Dio attorno alla tavola di casa, nella vita di un personaggio storico, sulla cima di un monte, ai piedi di un altare, in un cortile affollato di giovani, sulla collina di un piccolo paese visitato dalla Grazia, nella chiesa in cui è stato battezzato un santo, nel luogo in cui Cristo è morto e risorto, tra i banchi di un’aula scolastica, nelle note ascoltate e suonate di un brano jazz, nelle sofferenze di un giovane perduto e poi ritrovato. E Lui in questi luoghi ha parlato.
In questo cammino così vario, qual è la certezza che ti ha sostenuto più di tutto?
Io sono un sogno di Dio. In questi anni, la certezza di poter fondare la vita salesiana e sacerdotale sulla roccia di Cristo e sul Suo Sacro Cuore, Cuore del Cuore della Trinità, ha accompagnato il mio cammino (da Maccio a Cracovia, da Medjugorje a Valdocco, e poi Bologna, Gerusalemme, Milano, Forlì e dopo chissà…) nel corso del quale le mie fragilità hanno trovato piena e luminosa risposta nel dimorare in Cristo, nel cui sangue è la mia pace.
Parli spesso del tuo “cammino verso l’Alto”. Che cosa significa davvero per te?
Nel cammino “verso l’Alto”, mi è spesso tornata in mente una frase che ripetevo spesso andando in montagna: “Gli ultimi passi prima della vetta, sotto la croce, li ami, li metti uno dopo l’altro con lo stesso tocco di grazia con il quale una mamma mette dei fiori a tavola in un giorno di festa”.
Pieno della Sua gioia, ho compiuto così i miei passi, perché andare verso l’alto è in realtà discendere nell’intimo del proprio cuore e lì scoprirsi amati da Dio Trinità Misericordia, e poi lasciare che Lui tocchi i cuori di chi mi ha messo accanto.
Cosa hai capito, lungo la strada, riguardo alla tua vocazione salesiana e sacerdotale?
Il Signore Gesù mi ha fatto comprendere che il cammino salesiano e sacerdotale è duro, esigente, ma ricchissimo di volti e storie da amare. La vita è l’arte dell’incontro con Lui e la meta ha il potere di stupire l’intero viaggio, perché un pezzo di paradiso aggiusta tutto. All’inizio credevo di offrire a Dio un pezzo di vita; poi mi sono accorto che Dio mi ha preso tutto il cuore. Ho scoperto che non posso amare “a metà”, che ogni giovane incontrato diventa casa, responsabilità, sacramento. Ho intuito che il cuore sacerdotale è più grande di quanto immaginassi, e che più ama, più diventa capace di amare. Ho iniziato con il desiderio di risolvere problemi, cambiare situazioni, salvare persone. Poi ho capito che non sono io il Salvatore. Io sono solo una feritoia dove passa la luce. Quando ho smesso di pretendere risultati, ho iniziato a vedere frutti. Quando ho lasciato a Cristo il primato, ho ritrovato la pace.
Non sono sacerdote per ciò che faccio, ma per Chi mi abita. La mia vocazione non è un elenco di attività, ma un legame vivo con il Signore e con i giovani. È lì che la mia identità si compie: non nelle prestazioni, ma nella qualità della presenza.
Dio non mi ha scelto perché ero capace. Mi ha scelto perché qualcuno, da qualche parte, aveva bisogno di essere raggiunto, ascoltato, amato. Io sono solo il ponte. E questo, per me, basta.
Potresti riferirti a questi anni come ad una “scuola del cuore”? Che cosa hai imparato in questa scuola?
Questi anni sono stati sicuramente anche una scuola per imparare a donare il mio cuore a Cristo, perché lo rifaccia nuovo, senza paura delle cadute, perché Lui tiene il mio cadere nelle Sue mani. È stato accendere il mio cuore con la potenza eucaristica e ardente del
Suo dono. Di fronte a Gesù Eucaristia, mi sono prostrato e inginocchiato perché davanti a me c’era il centro della mia vita. Lì mi ha insegnato che rimanere è l’unico modo per vivere davvero e andare ad incendiare del Suo amore il cuore dei giovani.
Pensavo di essere stato inviato per insegnare ai giovani; oggi so che gran parte della mia fede l’ho imparata da loro. Le loro domande mi hanno costretto a cercare risposte più vere. Le loro fragilità mi hanno insegnato tenerezza. Il loro desiderio di vita mi ha svelato il Vangelo. Ho lottato spesso con la tentazione dei numeri, dei risultati, dei confronti. Poi ho scoperto che la fedeltà quotidiana – restare anche quando non vedo frutti, restare quando la fatica supera gli entusiasmi – è il vero atto d’amore.
Che ruolo hanno avuto Maria e Don Bosco nel tuo percorso?
La Madonna ha sempre accompagnato i miei passi verso Cristo con tocco di Grazia e delicato sostegno, facendosi riconoscere in un misterioso bacio e aprendo la porta al futuro in una parola scritta a mano da mamma su un foglietto bianco.
Don Bosco, uomo del “fino all’ultimo respiro”, è stato modello di dono totale, di obbedienza come libertà, povertà come ricchezza, castità come splendore. Don Bosco non mi chiede di ripetere i suoi gesti, ma di lasciarmi consumare dalla sua stessa passione: credere che ogni giovane è terra santa. Per dire sì ogni giorno, per essere nel mondo segno che LUI è vivo.
Al nome Paolo, che i miei genitori scelsero per me nel giorno della mia nascita e del mio battesimo, ho aggiunto quelli di Karol e Maria come segno visibile di nuova nascita in Cristo. Karol, perché Giovanni Paolo II ad alta quota mi ha insegnato a volare. E Maria perché non c’è Vita senza Mamma.
E ora, guardando avanti, quali sono i tuoi progetti, i tuoi sogni?
Sogno strade piene di passi di giovani, risate che sanno di futuro, sguardi allegri che non hanno paura di sognare in grande. Desidero che ogni ragazzo che varca la soglia di casa senta di essere atteso, come se il suo nome fosse scritto sul palmo di una mano antica e fedele. Che nessuno resti ai margini, che ogni ferita trovi una carezza, e ogni fragilità diventi promessa. Sogno cortili che non invecchiano, canti e preghiere che sfidano la fretta, e giovani che scoprono che la vita è più grande dei loro schemi e dei loro schermi. Desidero educatori con il cuore pieno, capaci di stare accanto senza ingombrare, di ascoltare senza giudicare, di indicare il Cielo senza dimenticare la terra.
Uomini e donne che credano nei semi, che non si stanchino di annaffiarli con l’Acqua della Misericordia anche quando non vedono i frutti. Sogno una comunità che sa ancora inginocchiarsi, con la corona del Rosario in mano, che non si vergogna delle lacrime, che riconosce Cristo nelle mani sporche di lavoro e nel pane condiviso con gli ultimi. Una comunità capace di benedire, di perdonare con stile, di servire senza contare le ore. Desidero una casa dove il Vangelo profumi di vita; dove Maria non sia un’immagine sul muro, ma una madre che accompagna sulle strade difficili e bellissime della vita; dove Don Bosco continui a sognare attraverso i cuori di chi non ha smesso di credergli. E, nella sera, quando tutto rallenta, custodisco un ultimo sogno: che un solo giovane, almeno uno, nella confusione di mille voci, possa dire sottovoce, senza paura: “Qui ho trovato una casa. Qui ho scoperto chi sono. Qui ho capito che Dio mi ama”. Allora saprò che tutti i miei desideri sono diventati storia, che il sogno non era solo mio, ma del Cielo. E allora tutti sapranno che il Suo Amore vale una vita.
Ugo P. Aluppi
Immagine di copertina: Don Paolo Karol Maria Negrini


