Una lezione per noi tutti missionari di oggi
Se oggi, come sappiamo, le frontiere missionarie sono le parrocchie, la scuola, i luoghi di lavoro, i condomini multietnici di casa nostra, per cui l’azione evangelizzatrice della Chiesa deve affrontare inedite sfide in casa nostra (assieme a quelle lontane da noi), può essere utile prendere lezioni dalla storia dei missionari di ieri che hanno dovuto affrontare analoghe sfide nei cosiddetti territori di missione. È il caso di due salesiani, don Giacomo Costamagna e don Giuseppe Fagnano, che nella Patagonia e nella Terra del Fuoco, hanno dovuto affrontare situazioni estremamente ardue per “fare i missionari”. Ovviamente per la loro comprensione del loro agire teniamo presente che gli studi antropologici moderni hanno molto cambiato il giudizio dell’epoca sulle culture indigene.
LA SFIDA POLITICO-CULTURALE
Abbiamo già accennato la volta scorsa come don Costamagna nel 1879 non vide altro modo di avvicinare gli indigeni se non accettare con immenso dolore di fare cappellano dell’esercito argentino inviato praticamente a dare il “colpo di grazia” allo sterminio degli stessi. Ed in effetti da quella prima esperienza di catechismo impartito loro sotto lo sguardo dei militari (vedi foto allegata), pochi mesi dopo (gennaio 1880) per un drappello di missionari e missionarie, capitanati da don Fagnano, si aprì la possibilità di stabilirsi sulle rive del Rio Negro. Da lì partivano senza protezione per brevi o lunghe missioni itineranti, ma per raggiungere la Cordigliera e il lontanissimo lago Nahuel Huapi dovettero accompagnare nuovamente come cappellani l’esercito argentino.
DIFFICILI CONVERSIONI
Il maggior dramma per loro non fu tanto il fatto di doversi sottoporre ad incredibili disagi materiali nei viaggi solitari, quanto il rapporto con gli indigeni nelle spedizioni militari. La sfida era enorme: da un lato la barbarie, rappresentata dagli indios che da secoli invero vivevano una dignitosa loro civiltà, e dall’altro la civiltà personificata dall’esercito dello Stato argentino dai comportamenti barbari. Che fare? Don Costamagna e altri missionari con grande accortezza riuscirono a guadagnarsi uno spazio di azione fra indigeni e militari, differenziandosi così dalle azioni dell’esercito e guadagnandosi la benevolenza degli indigeni con la carità cristiana. Ma rimane legittimo per noi porsi delle domande: la loro conversione dipese solo dalle piccole catechesi dei missionari, dai loro tratti cortesi, oppure vi furono ragioni di opportunità immediata, come assumersi comportamenti positivi ben visti dagli invasori, come farsi il segno della croce, farsi battezzare, andare a scuola, parlare spagnolo, rinunciando ai loro “riti”? I missionari poi, pur riconoscendo negli indigeni uomini redenti dal sangue di Cristo, non li considerarono sempre dei “selvaggi”, portatori di una “cultura” da estirpare, esattamente come ritenevano gli studiosi dell’epoca, la pubblicistica, molti esponenti governativi, che addirittura non escludevano la “soluzione finale”?
QUALE INCULTURAZIONE OGGI
Ma chiediamoci: gli africani e asiatici che arrivano, magari sui barconi, in Italia e che appena arrivati cominciano a vestire “all’italiana”, a fare il tifo per le squadre di calcio, a parlare la lingua di Dante o il dialetto, a frequentare i nostri oratori ecc. ebbene, lo fanno perché “credono” nella cultura del “nuovo” mondo italiano, oppure lo fanno solo per una necessaria opportunità di convivenza e comodità? Allo stesso tempo noi cristiani, invitati dalla Chiesa di papa Francesco ad essere missionari a casa nostra, rispettiamo la loro cultura di provenienza, valorizziamo le loro capacità, accogliamo le loro “ricchezze”, oppure li consideriamo portatori di abitudini, credenze religiose, comportamenti, a noi estranei, giudicati retrogradi se non peggio? Siamo veramente disponibili alla decostruzione di una Chiesa eurocentrica, metabolizzata essenzialmente dalla cultura occidentale, per costruirne una multiculturale, cattolica (=universale) e comunque necessariamente aperta al riconoscere Gesù come unico salvatore?
LA SFIDA DELL’INTEGRAZIONE
Mons. Giuseppe Fagnano, cappellano dell’esercito argentino inviato nel 1886 ad occupare e presidiare la Terra del Fuoco, si oppose strenuamente a far continuare una strage degli indigeni, ma gli fu difficile essere considerato “diverso” dai soldati che accompagnava. Perciò nel 1887 si trasferì a Punta Arenas senza la “protezione” dei militari ed inaugurò una diversa modalità di incontro con la popolazione da evangelizzare. Allo stesso modo agì quando lo Stato cileno gli permise di fondare una missione nell’isola Dawson per “proteggere” gli indios dalle violenze degli estancieros, insegnare loro a leggere e scrivere, imparare un lavoro operaio che li mettesse in condizioni di prepararsi ad una futura integrazione prima nelle estancias locali e poi nella società cilena ed argentina. In quella sorte di piccola reducción ben protetta i missionari fecero ogni sforzo per civilizar y cristianizar ogni momento della vita quotidiana degli indigeni, modificando persino il modo di mangiare, di vestire, di parlare ecc. La loro acculturazione al “mondo europeo” in contemporanea alla “deculturazione” del mondo indio, avrebbe favorito un modello di possibile integrazione dell’indigeno alla vita sociale delle città capitali. Purtroppo il “sacro esperimento” di Dawson, ossia il suddetto tentativo di raccoglierli in un’area separata, dove si tentava di “civilizzarli” con tanto di case, chiesa, piazza, scuola, laboratori artigianali, commercio, campo di gioco… si chiuse nel 1912, perché il contagio epidemico ridusse la popolazione a poche decine.
CHE FARE OGGI, QUI DA NOI?
A ben guardare, quel fallito processo di integrazione degli indigeni al mondo europeo, cristiano, tentato da mons. Fagnano non sembra molto lontano dagli attuali centri di accoglienza dei migranti disseminati lungo lo stivale, dove si insegna loro un lavoro utile all’economia italiana. E se nel Cile e nell’Argentina di un secolo fa, gli indigeni venivano distribuiti come servitori nelle case dei ricchi per i lavori domestici e nelle estancias dei padroni per lavorare con gli animali, ebbene non succede lo stesso ancora oggi con i migranti che vengono sfruttati nei campi, nelle fabbriche clandestine, nelle diverse attività lavorative lecite ed illecite della penisola?
Tutto questo cosa dice alla nostra fede? Che a fronte di tante culture e religioni extraeuropee, immersi come siamo in una società occidentale di atei postmoderni, il processo di evangelizzazione è complesso e chiede l’apporto di tutti: dei teologi che devono “incarnare” i loro discorsi, della Chiesa che deve diventare “inclusiva e dialogica”, del missionario che deve porsi a servizio tanto dei “lontani” che degli “allontanati”. Forse nel mondo italiano a noi vicino, più che creare qualcosa di ex novo, si tratta di “ricostruire”, meglio di “rivitalizzare” il vissuto di noi fedeli e, come missionari di oggi, testimoniarlo ai vicini della “porta accanto”, credenti e non credenti, o credenti a loro modo.
Don Francesco Motto, già Dir. Ist. Storico salesiano
Immagine di copertina: immagine storica dalla Terra del Fuoco, Argentina. – particolare




